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Lettera a mia madre

Georges Simenon, Lettera a mia madre, Adelphi, 1974

 

Simenon nasce a Liegi nel 1903 (il 13 febbraio, ma la madre lo registrò il 12 per motivi scaramantici) e muore nel settembre 1989 a Losanna, la città in cui ha vissuto prevalentemente a partire dal 1955. Oltre alla sterminata produzione di romanzi e racconti, ha scritto un paio di opere autobiografiche: Quando ero vecchio (1972) e due anni dopo questa Lettera a mia madre (tradotta da Giovanni Mariotti).

La madre si chiama Henriette Brüll e ha ispirato anche una figura letteraria: il personaggio di élise in Pedigree. Dopo averlo scritto, per timore di addolorarla, Simenon ha evitato di pubblicarlo per dieci anni. Quando uscì, ebbe una sorpresa; la madre lo faceva leggere a tutti, tanto ne era fiera.

 

Questa Lettera è stata scritta tre anni e mezzo dopo la morte della novantunenne Henriette; per starle vicino nella sua ultima settimana d’agonia, Simenon era tornato a Liegi, da dove era partito cinquant’anni prima, alla morte del padre Désiré.

Il racconto procede per frasi brevi e spezzate, “piccoli tocchi”, supposizioni e intuizioni, ricordi che affiorano, uno sforzo di comprensione sull’autentica essenza della madre. Ne risulta un’inchiesta psicologica, di una sincerità viscerale, dolorosa e persino sgradevole (simile a quella riscontrata nel Philip Roth di Patrimonio), perché “quando, in una piccola camera a pagamento, si è davanti a qualcuno che ha solo pochi giorni da vivere, se ci si pone delle domande lo si fa con sincerità, senza infingimenti”.

scritto alle 13:12 | link | commenti
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Stefano Tassinari, Il vento contro

 

il vento controRomanzo storico-politico, ambientato fra gli anni Trenta e la seconda guerra mondiale; romanzo a impianto storico – la definizione preferita dall’autore - con elementi storicamente provati, altri probabili, altri di pura finzione letteraria. Romanzo filosofico e avventuroso, pieno di sentimenti forti (passioni positive, ma anche l’odio) nel quale sono inserite lettere autentiche, scritte da Tresso alla compagna e alla madre, e passaggi (per esempio, i dialoghi), frutto della fantasia dell’autore. Il romanzo ricostruisce una pagina rimossa della storia italiana del Novecento, getta luce su una delle più amare e colpevoli opere di rimozione attuate dalla sinistra italiana.

Il vento contro parla di fedeltà, amore, passione, ideali e ideologia (coscienza e falsa coscienza); parla di un’aspirazione alla coerenza, all’integrità, da parte del protagonista, Pietro Tresso, detto Blasco.

Il nome di Pietro Tresso, oggi, è sconosciuto alla grande maggioranza degli italiani. La sua è stata una vita controvento: militante comunista, amico di Gramsci, fra i fondatori del Partito Comunista d’Italia (PCdI) nel 1921, poi membro dell’Ufficio Politico, uno dei primi espulsi dal partito per forme di “deviazionismo”.

scritto alle 15:05 | link | commenti
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Edoardo Salzano, Ma dove vivi? La città raccontata

Corte del Fontego, 2007

 

Edoardo SalzanoScritto da un famoso urbanista - nato nel 1930 e fondatore nel 2003 del sito http://eddyburg.it) - questo libro è comprensibile a tutti, volutamente elementare, nonostante la tecnicità dell’argomento. Possiede la “leggerezza” di cui parlava Calvino. Leggendolo, si capisce quanto l’identità dei luoghi che viviamo contribuisca a determinare la nostra identità di persone.

La tesi fondamentale è che l’urbanistica deve servire a rappresentare “un modo corretto di vivere e trasformare la città, non può vincere se non diventa un sapere diffuso, radicato fin dai primi gradi di apprendimento”. “La città è la casa della società”; perciò deve ritornare a essere intesa come un bene comune, non una merce di scambio monetizzabile e traducibile in denaro, a vantaggio di pochi individui.

 

Edoardo SalzanoLa maggioranza della popolazione mondiale vive nelle città, in Italia la popolazione urbana è quasi il 68%. L’uomo non ha sempre vissuto così; “la città è stata inventata per soddisfare esigenze e funzioni comuni, collettive, sociali”. La bellezza delle città si è irradiata sull’intero pianeta attraverso gli spazi e gli edifici pubblici. Nel tempo le dimensioni delle città sono notevolmente aumentate; in parallelo, si sono affievoliti i valori, le ragioni e le regole della collettività, della comunità in quanto tale, e hanno assunto uno schiacciante predominio le ragioni dell’individualismo.

La città è il luogo in cui soddisfare esigenze che l’uomo non può soddisfare da solo; dunque, la città serve a una gamma molto vasta di interessi, la politica deve selezionarli e privilegiarne alcuni. Si è annebbiata una delle due componenti della natura dell’uomo moderno: la dimensione pubblica. La bilancia si è nettamente spostata sulla dimensione individuale.

scritto alle 12:08 | link | commenti
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Sergio Giuntini, Pugni chiusi e cerchi olimpici, Odradek, 2008

 

Pugni chiusiLo storico Sergio Giuntini ricostruisce il momento in cui entra in crisi l’idea della neutralità dello sport, a partire dall’anno più simbolico dell’intero Novecento: il 1968, con i suoi riverberi nel decennio successivo. Lo fa con una notevolissima dote di aneddoti, alcuni dei quali davvero sorprendenti.

La Repubblica Popolare Cinese entra nel CIO il 25 ottobre 1979. L’8 novembre 1970 un atleta cinese, la “guardia rossa” Ni Chih-Chin, ottiene la miglior prestazione mondiale di salto in alto, record mai omologato dalla IAAF (Federazione Internazionale di Atletica Leggera): il salto di 2,29 metri è ottenuto alla seconda prova davanti agli ottantamila spettatori dello Stadio del Lavoro di Shanghai.

Per incoraggiare il saltatore che aveva fallito il primo tentativo, il pubblico declama questa massima maoista: “Sii risoluto, non piangere sul sacrificio, oltrepassa tutte le difficoltà fino alla vittoria finale. Distendi il tuo pensiero e cospargilo di petali di rosa”. Sempre secondo le narrazioni, Ni Chih-Chin avrebbe così commentato la propria impresa: “Se i miei salti andassero in alto quanto i pensieri del Presidente Mao, ci vorrebbe la gru dei pompieri per misurarli”.

George Foreman, vincitore nel 1968 del titolo olimpico dei pesi massimi (sconfigge il sovietico Ionas Cepulis), festeggia la vittoria sventolando una piccola bandiera a stelle e strisce. Gesto molto apprezzato e citato da Richard Nixon, candidato repubblicano alla presidenza. 

scritto alle 10:47 | link | commenti
in: letture

il vento controQuesta sera alle 21.00

presso la Casa della Conoscenza di Casalecchio di Reno (via Porrettana 360), presento l'ultimo romanzo di

Stefano Tassinari, Il vento contro (Tropea).

Ci sarà anche Aroldo Tolomelli, già senatore Pci e comandante partigiano.

scritto alle 14:06 | link | commenti
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McCarthy, Non è un paese per vecchi

Non è un paese per vecchi

 

Prateria del Texas, al confine con il Messico: è il 1980 quando Llewelyn Moss, trentenne reduce del Vietnam, si imbatte in un convoglio di jeep piene di cadaveri, droga e dollari. Decide di tenere i soldi, non immagina che diventerà la preda di una spietata caccia all’uomo. A inseguirlo sono altri trafficanti, uno sceriffo di campagna quasi sessantenne (Bell) e un assassino psicopatico (Anton Chigurh), che uccide con una pistola ad aria compressa, di quelle che si usano per abbattere gli animali al mattatoio.

 

C’è una voce off – scopriremo trattarsi dello sceriffo Bell - che comincia raccontando di un ragazzo di diciannove anni giustiziato nella camera a gas di Huntsville. “Io non so cosa pensare. Non lo so proprio. Mi pareva di non aver mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se magari non era un nuovo tipo di persona”. Bell si riferisce al giovane omicida, ma il suo dubbio allude all’ombra di Chigurh; non ne conosce nemmeno il nome, né riuscirà mai a vederlo, ma comprende che gente simile è fuori dalla sua portata, “non so neanche cosa bisognerebbe fare con loro. Se uno li ammazzasse tutti, toccherebbe costruire una dépendance dell’inferno”.

Poi entra in scena un vicesceriffo che ha appena arrestato un tipo che se ne andava a zonzo con “un aggeggio tipo bombola di ossigeno per i malati di enfisema o qualcosa del genere”, e questo tipo si rivela un sicario terrificante.

scritto alle 09:47 | link | commenti (2)
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La Casta dei giornali

Beppe Lopez, La casta dei giornali, Stampa Alternativa, 2007

 

Uno dei più grossi scandali italiani – variazione sul tema dei “costi della politica” – riguarda il finanziamento pubblico dei giornali: circa 700 milioni di euro ogni anno, sotto forma di contributi diretti o indiretti, gonfiano le casse di grandi gruppi editoriali e di partiti (solo le briciole arrivano a cooperative vere, di veri giornalisti). È una tipica forma italiana di capovolgimento del senso delle leggi: nascono per garantire il pluralismo e diventano occasione per esercitare il sottogoverno e il clientelismo, distorcendo il mercato e mortificando la libertà dei giornalisti (che è alla base della libertà dell’informazione).

In pratica, sono i giornali più grandi a ricevere i contributi maggiori.

Ieri sera ho presentato questo libro insieme all'autore, Beppe Lopez, e a Chiara Valentini, storica firma de L'Espresso, in una iniziativa della Sinistra Arcobaleno. Del libro, riporto due passaggi istruttivi, che spiegano perché Repubblica e Corriere siano così benevoli con Veltroni.

 

Oggi “i giornali italiani fanno ben più che informare e commentare i fatti”, rilevava polemicamente il 27 luglio 2007, sulla Repubblica, il segretario dei DS Piero Fassino: “promuovono campagne, sostengono tesi politiche, influiscono sulle scelte di partiti e governo, condizionano la formazione della leadership”. Insomma, l’informazione “è parte integrante del sistema politico e partecipa direttamente a tutte le dinamiche che lo investono”.

Fassino non ce l’aveva solo con il giornale di De Benedetti, sponsor di Veltroni alla guida del nascente PD. Tre giorni dopo, scriveva al Corriere che la rappresentazione della vicenda UNIPOL-BNL “travalica abbondantemente il diritto di cronaca e il dovere di informazione, assecondando invece e talora sollecitando una pulsione distruttiva largamente diffusa nell’opinione pubblica, quasi un desiderio vendicativo di travolgere la politica, liquidare una classe dirigente, demolire la credibilità politica e morale delle persone”. E, passando da un caso emblematico alla questione generale della maniera di fare informazione, da parte di alcuni grandi giornali, Fassino ribadiva: “Sappiamo bene come nella società di oggi i giornali non esauriscano la loro funzione solo nell’informare e nel commentare i fatti, ma siano organica parte del sistema politico istituzionale: promuovono campagne, orientano la formazione delle leadership, influiscono sulle priorità dell’agenda politica, condizionano i comportamenti delle forze politiche. Insomma, i giornali sono un competitore nel sistema politico. Non so fino a che punto ciò sia veramente compatibile con la missione di una stampa libera e indipendente”.

Intervistato da Aldo Cazzullo sul Corriere, Giampaolo Pansa ha detto: “Fassino e D’Alema si sono convinti ad appoggiare Veltroni dopo aver visto che i due principali quotidiani, Corriere e Repubblica, avevano già scelto lui”.

scritto alle 12:48 | link | commenti (1)
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Philip Roth, Patrimonio. Una storia vera

 

“A ottantasei anni mio padre aveva perso quasi per intero la vista dall’occhio destro, ma per tutto il resto sembrava godere di una salute fenomenale per un uomo della sua età quando fu colpito da quella che il medico della Florida diagnosticò, sbagliando, come paralisi di Bell, un’infezione virale che provoca la paralisi, di solito temporanea, di un lato del viso”. Nel 1988, Herman Roth, il padre di Philip (all’epoca cinquantacinquenne), scopre di avere un cancro al cervello. In un attimo, una vecchiaia più che decorosa precipita in una condizione insopportabile. C’è qualcosa che ricorda il brusco risveglio del protagonista della Metamorfosi di Kafka: la vecchiaia si profila sgradevole, puzzolente, impietosa.

Il figlio sa di non poter impedire al padre di morire, e forse nemmeno di soffrire, ma non può evitare di farsene una colpa e cerca di stargli accanto; si interroga su cosa sia giusto fare, se valga la pena correre il rischio di un intervento chirurgico o non sia il caso, piuttosto, di aspettare la fine senza aggiungere inutili sofferenze. Ai medici, il padre chiede solo una breve proroga all’inevitabile, due anni o meglio quattro. Con strepitosa forza espressiva, Roth riproduce le proprie emozioni più intime, la forza raziocinante che d’improvviso lo abbandona: “Vivere da solo mi permetteva anche di esprimere i sentimenti che provavo veramente, senza dovermi nascondere sotto una maschera virile o matura o filosofica. Da solo, quando avevo voglia di piangere piangevo, e mai ne ebbi più voglia di quando tirai fuori dalla busta la serie di immagini del suo cervello: e non perché potessi identificare prontamente il tumore che glielo stava invadendo, ma solo perché era il suo cervello, il cervello di mio padre, che lo spingeva a pensare nel modo brusco in cui pensava, a parlare nel modo enfatico in cui parlava, a ragionare nel modo emotivo in cui ragionava, a decidere nel modo impulsivo in cui decideva”.

Solo approssimandosi alla morte del padre, il figlio prende coscienza di similitudini e differenze, arriva a comprendere la natura del “patrimonio” che gli è stato trasmesso. Essendo ormai ricco e senza figli, a differenza del fratello, aveva chiesto al padre di non entrare nella ripartizione dell’eredità, ma poi se ne pente e avverte il bisogno di entrare in possesso dell’oggetto più antico (e inutile) della famiglia, la tazza di ceramica smaltata che il nonno usava per il sapone da barba.

I ricordi di Herman Roth tornano sempre alla comunità ebraica di Newark, New Jersey, un microcosmo segnato da regole rigidissime, dove il lavoro (senza risparmio) era l’unica strada concepibile per far progredire la famiglia e offrire ai figli una vita migliore. Lavorava dodici ore al giorno per un’agenzia di assicurazioni che lo promuoveva a ruoli sempre più delicati, lui che aveva potuto studiare solo fino alla seconda media. Al figlio dirà che “l’assicurazione sulla vita è la cosa più difficile da vendere che ci sia. Sai perché? Perché l’unico modo in cui il cliente può vincere è morendo”.

La figura paterna è ricostruita con tenerezza, senza celarne gli elementi di ottusità e intolleranza: Herman Roth era ed è rimasto fino all’ultimo di un’avarizia ai limiti del ridicolo, legge il giornale del giorno prima, non vuol pagare i tre dollari e mezzo per accendere la tv in ospedale. È sbalorditiva la capacità del narratore di passare dalle descrizioni al discorso diretto. La sua abilità gli consente di descrivere il passato di un uomo morente senza ricorrere al flashback. Attraverso la telefonata a un’amica, riporta l’episodio in cui il padre era stato vittima di una rapina, e aveva consegnato il portafoglio a un ragazzino nero che avrebbe potuto ucciderlo: “Il ragazzo prende i soldi, gli restituisce il portafoglio e corre via. E sai che fa mio padre? Gli grida dall’altro marciapiede: «Quanto c’era?» E il ragazzo obbedisce – li conta per lui, sul serio, «Ventitré dollari», dice. «Bene, - gli dice mio padre. – E ora non andare a spenderli in cazzate»”.

Il padre esce terribilmente indebolito dal piccolo intervento a cui si è sottoposto per capire la natura del tumore. Sono durissime le pagine in cui viene descritta la vergogna che si prova quando non si è più autosufficienti: la scena della pulizia del bagno è destinata a inchiodarsi nella memoria del lettore. Il figlio diventa madre, segue il padre, lo accudisce, lo consiglia, ogni tanto gli dà degli ordini per scuoterlo dall’apatia. Lo fa per amore e senso del dovere, spinto dal bisogno spasmodico di ricordare tutto, ricordare più cose possibili, ricordare con precisione, fissare nella memoria gli ultimi giorni di un padre ridotto al lumicino. “Con l’indecenza della mia professione, avevo continuato a scrivere mentre lui era malato e moriva”.

 

Pubblicato nel 1991 e tradotto nel 2007 (da Vincenzo Mantovani per Einaudi), Patrimonio è una lettura dolorosa, con squarci di amarissima ironia. Se avete un padre anziano e vi spazientite perché è tanto invecchiato e tanto meno lucido, e vi sforzate inutilmente per stargli vicino, questo è un romanzo che non dimenticherete.

scritto alle 11:54 | link | commenti (1)
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Giovanni de Paola e Daniele Fisichella, Non Stimo Nedved

Nato dal blog omonimo, ecco un libro politicamente scorretto. Che prende di mira campioni celebrati e comprimari quasi dimenticati. Che trova in Pavel Nedved un efficacissimo simbolo dei comportamenti antisportivi di cui è pieno il gioco del calcio, rintracciando una quantità di situazioni nelle quali l’antisportività si è rivelata “vincente”.

Gli autori sono volutamente irrispettosi, dalla loro memoria riemergono episodi che noi tifosi preferiremmo dimenticare (almeno quelli che riguardano i “nostri”). La perfidia della coppia sta già nella foto di copertina, l’inconsolabile disperazione di Nedved in seguito a uno dei suoi pochi gesti generosi: quando per fermare un avversario si immolò a centrocampo, fece fallo, venne ammonito e automaticamente squalificato per la finale di Champions (quella vinta dal Milan sulla Juve ai rigori).

In una serie di brevi capitoli, linguisticamente assai vari, 38 personaggi amorali e immorali vengono inchiodati al muro dell’antisportività. Risulta particolarmente riuscita la demolizione di due icone mondiali, Cannavaro e Materazzi.

Questi 38 ritratti si possono catalogare in vari “gironi” infernali. Quello dei commedianti (i simulatori) comprende Adriano, il massaggiatore Carmando (che convinse Alemao a fingersi moribondo per una monetina lanciata dai tifosi dell’Atalanta), Cristiano Ronaldo, Alberto Gilardino, Andrés Guglielminpietro, Filippo e Simone Inzaghi, Luis Oliveira, Rafa Guerrero (guardalinee spagnolo), Milan Rapajc, Arjen Robben, Roberto Rojas (portiere del Cile che finse di essere stato ferito da un petardo) e Ruud Van Nistelrooy. Manca Nelson Dida, con la sua sceneggiata di Glasgow, e Mauro German Camoranesi (http://www.corriere.it/sport/08_febbraio_19/camoranesi_indennizzo_2a0cb616-dedb-11dc-9d37-0003ba99c667.shtml), e nella ristampa si potrà porre rimedio a queste omissioni.

 

In quello degli attaccabrighe (i provocatori) rientrano Fabio Bilica, Eric Cantona, Paolo Di Canio, El Hadji Diouf, Zlatan Ibrahimovic, Marco Materazzi, Sinisa Mihajlovic, David Navarro (che sferrò un pugno a Burdisso alla fine della partita di Valencia), Christian Poulsen, Antonio Carlos Zago, Zinedine Zidane. Ci sarebbe anche il girone dei venduti, dove spicca Ramòn Quiroga, il portiere del Perù che si fece fare 6 gol dall’Argentina nei Mondiali 1978.

Di Pasquale Bruno, detto o' animale, gli autori scrivono che con quei piedi non avrebbe potuto giocare dopo le modifiche al regolamento avvenute nei primi anni Novanta: "la nuova normativa prevede la morte del passaggio all'indietro. Per lui è come perdere un parente".

L’inglese Vinnie Jones, invece, “rappresenta l’altra faccia della storia, quella nera come il fango che ti si appiccica addosso dopo un’entrata in tackle, quella più cupa, quella scritta dai tacchetti che affondano nelle caviglie dell’avversario, dalle risse, dalle provocazioni e dalle manate galeotte, lontano dagli occhi dell’arbitro”.

Per Filippo Inzaghi, “procurarsi un rigore equivale a un ricamo… Pippo è furbo. Fateci caso quando viene colto in fuorigioco non protesta quasi mai. Si limita a guardare il segnalinee e a fissarlo per un po’. Solo per mettergli un tantino di pressione addosso e dirgli: non segnalarmelo anche alla prossima”.

C’è solo un capitolo che non condivido, quello in cui Giovanni e Daniele prendono di mira il mio amatissimo Taribo West. Su un punto, però, hanno ragione: in quell’indimenticabile scippo dell’aprile 1998, mentre tutti i nerazzurri si fermavano a protestare con Ceccarini per il rigore negato a Ronaldo, uno solo restava concentrato sul pallone. Lui, Taribo: che andò dritto contro Inzaghi e lo mandò gambe all’aria pur di impedirgli di segnare, regalando a noi interisti il mesto orgoglio del rigore parato da Pagliuca (e a Inzaghi di poter affermare che almeno un rigore “netto e solare” se l’è guadagnato).

Quanto a Nedved, vengono riportati molte voci, fra le quali spicca la perfetta sintesi di Paolo Ziliani: “è un simulatore nato, un provocatore impunito e un isterico attaccabrighe”. Aggiungo le ultime righe del mio piccolo contributo a questo libro, un acrobatico ragionamento che parte da certi film di Woody Allen per dimostrare che, purtroppo, il delitto paga: “Nedved troverà sempre qualcuno che lo giustifica. Abbiamo imparato a conoscerla, la banalità del male, e chiunque sa che gli occhi dell’arbitro non vedono tutto”.

scritto alle 11:44 | link | commenti (3)
in: sport, letture

 Jean Gabin e Annie Girardot in Maigret tend un piège, 1956

Georges Simenon, La trappola di Maigret, 1955

In un sonnacchioso pomeriggio televisivo, ho visto un vecchio film in bianco e nero di Jean Delannoy, con Jean Gabin nella parte del commissario e Annie Girardot in quella della complice dell’assassino. È un film che ha qualcosa in comune con M il mostro di Dusseldorf, e mi è venuta voglia di leggere il romanzo (il quarantottesimo dei 75 che hanno per protagonista Maigret).

 

Storia parigina, torbida e sanguinaria come raramente mi è accaduto di trovarne nella sconfinata produzione di Simenon. Per il commissario si tratta di “uno dei casi più angoscianti della sua carriera. Non si trattava solo di scoprire l’autore di un delitto; il problema nei confronti della società non si limitava a punire un assassino. Era un problema di difesa del cittadino. Cinque donne erano morte e nulla faceva sperare che la lista terminasse lì”.

Maigret deve fermare il serial killer che con un coltello ha già ucciso cinque donne a Montmartre. Donne comuni, senza nulla che le accomuni, se non una vaga somiglianza fisica (figure piccole e rotonde), il luogo e l’ora dei delitti (appena si fa buio), il modus operandi (dopo averle accoltellate, l’assassino straccia le vesti, ma non le violenta, né le deruba). La trappola consiste nel tentativo di scuotere la psiche dell’assassino, fingendo di aver trovato il colpevole, così da spingerlo a uscire allo scoperto. Maigret scommette sul fatto che l’assassino vorrà reagire, manifestando un orgoglio esibizionista.

Parigi è avvolta in una calura micidiale, “tenere le finestre aperte non serviva a nulla: entrava solo un’aria calda che sembrava essere emanata dall’asfalto molle, dalle pietre bollenti o dalla Senna stessa che, da un momento all’altro, ci si aspettava di veder fumare come acqua sul fuoco”. Gli accaldati giornalisti che stazionano nei corridoi del Quai des Orfèvres abboccano all’amo e diffondono la notizia dell’arresto di un uomo sospettato dei delitti di Montmartre. Non resta che aspettare.

Ma “a mano a mano che il tempo passava, tutti cominciavano a dar segni di nervosismo e perfino Maigret perdeva un po' della sua sicurezza. Niente lasciava supporre che proprio quella sera sarebbe successo qualcosa. Anche se l’assassino avesse deciso di uccidere di nuovo per far sapere di essere sempre in libertà, avrebbe benissimo potuto agire la sera seguente, o quella dopo ancora, oppure otto o dieci giorni più tardi. Ed era impensabile tenere mobilitati a lungo tutti quei poliziotti. Altrettanto impensabile era riuscire, per un'intera settimana, a mantenere un segreto condiviso da tante persone. E se invece l'uomo avesse deciso di agire subito? Quando gli sarebbe scattato il raptus?”.

Maigret ha chiesto la collaborazione della polizia femminile, una delle ausiliarie viene aggredita dall’assassino, si salva ma quello riesce a fuggire, mostrando una perfetta conoscenza della zona. Unica traccia: nelle mani della donna è rimasto un bottone. Grazie a questo indizio, il commissario arriva a sospettare di un ricco arredatore, che da ragazzo viveva a Montmartre, in un appartamento sopra la macelleria del padre (dove continua ad abitare la madre vedova). Maigret lo sottopone a uno spossante interrogatorio, che rivela l’anormale personalità dell’uomo, succube della madre e della moglie (la Girardot, appunto). Sembra tutto chiaro, ma la notte stessa viene commesso un delitto quasi identico ai precedenti. Maigret vacilla, poi capisce che la colpevole è una delle due donne, la madre o la moglie. Davanti a loro, dice: “Colei che è innocente sa che l’altra non lo è, e mi chiedo se non provi una segreta invidia”.

 

Romanzo incalzante, nella traduzione di Marianna Basile, con una sola, lunga parentesi rappresentata dal colloquio con il dottor Tissot, psichiatra seguace di Freud, che spiega a Maigret quanto sia forte, in certi assassini, il bisogno di firmare i propri delitti, all’origine dei quali si suppone un trauma infantile.

Il commissario è sfinito dal caldo e dalla tensione, commette l’errore di non prevedere che almeno una delle due donne sia consapevole dei delitti già avvenuti e disposta a tutto pur di proteggere l’assassino.

scritto alle 14:16 | link | commenti
in: letture

 Lezione di incipit

Galeano spalanca 151 finestre. Brevi capitoli, a volte poche righe, organizzati intorno a un solo, labile filo conduttore: l’ordine cronologico. Si parte da alcune riflessioni sul gioco, il portiere, il tifoso, l’arbitro, il gol, lo stadio, il pallone; si passa alle origini del gioco, alle regole, al ruolo degli inglesi; e poi si dipana una narrazione fluviale, in cui le 151 finestre formano un andirivieni, si aprono su panorami strepitosi e si chiudono con i mondiali del 1994, quelli giocati nella calura californiana.

Ecco alcuni dei migliori incipit, nella traduzione di Pier Paolo Marchetti.

 

“Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore”.

“Corre ansimando sulla fascia”.

“I giocatori recitano, con le gambe, una rappresentazione destinata a un pubblico di migliaia o milioni di infervorati”.

“In che cosa il calcio assomiglia a Dio? Nella devozione che gli portano molti credenti e nella sfiducia che ne hanno molti intellettuali”.

“A sedici anni, come Zamora, Josep Samitier debuttò in prima divisione”.

“Per Pedro Ariste la patria non significava niente”.

“Accadde nel 1926. L’autore del gol, José Piendibene, non esultò”.

“Quarant’anni prima dei brasiliani Pelé e Coutinho, gli uruguagi Scarone e Cea disorientavano le difese avversarie…”.

“Una notte di pioggia scrosciante, mentre moriva l’anno 1937, un tifoso seppellì un rospo nel campo di gioco del club Vasco da Gama e lanciò la sua maledizione…”.

“Aveva la stazza, la velocità e la malizia di una zanzara”.

“Sono parecchi gli argentini che giurano, con la mano sul cuore, che fu Enrique García, el Chueco (dalle gambe storte) mezzala sinistra del Racing…”.

“Al momento di scegliere il miglior portiere, i giornalisti del Mondiale del 1950 votarono all’unanimità il brasiliano Moacyr Barbosa”.

“Tutto il campo entrava nelle sue scarpe”. (Di Stefano)

“Uno dei suoi tanti fratelli lo ribattezzò Garrincha, che è il nome di un uccellino bruttarello e inutile”.

“Nacque destinato a lustrare scarpe, vendere noccioline o borseggiare la gente distratta”. (Eusebio)

“Ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio”.

“Venuta da chissà quale regione dell’aria, la tigre appare, piazza la zampata e svanisce”. (Romario)

“Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto”. (Maradona)

scritto alle 18:05 | link | commenti
in: sport, letture

Darwin Pastorin, L’ultima parata di Moacyr Barbosa

Mondadori, 2005

 

16 luglio 1950: l’Uruguay vince i Mondiali che si disputano in Brasile, rimontando una partita che sembrava predestinata, con i brasiliani che stavano vincendo, nel loro immenso, straripante Maracanà. Fino al gol di Ghiggia, a undici minuti dalla fine.

Moacyr Barbosa giocava nel Vasco da Gama, vinse 7 campionati e secondo il suo successore, il bicampione del mondo Gilmar, fu il più bravo portiere della storia brasiliana. È morto il 7 aprile 2000, “a 79 anni, un ictus, hanno decretato i medici. Non è vero. Tu sei morto per un gol, la tua è stata una condanna a vita, per una colpa non commessa”.

Soriano aveva descritto con quella partita con gli occhi del capitano vittorioso, Obdulio Varela. Pastorin la rilegge con gli occhi della vittima, il portiere brasiliano Moacyr Barbosa, il primo nero a divenire portiere del Brasile, l’uomo che uscì segnato, condannato a vita da quella sconfitta.

Pastorin batte e ribatte sui luoghi comuni prediletti, sceglie la vicenda emblematica di un eroe perdente e l’affronta con una prosa ariosa ed evanescente, che ogni tanto diventa lirica. In questo caso, non ha notizie nuove da presentare, retroscena inediti: su quel 16 luglio 1950 al Maracanà, tutto è già stato scritto. E allora tanto vale sbrigliare l’immaginazione e fingere che l’episodio fatale sia vissuto o sopravviva da diversi punti di vista. Quelli di Moacyr e della moglie Clotilde. Quello di Pedro, un povero spettatore nero che ha speso tutti i risparmi pur di assistere a una partita che doveva rappresentare anche il suo riscatto. Quello del lustrascarpe emigrato dalla Sicilia e tifoso del Grande Torino (precipitato l’anno prima sulla basilica di Superga). Quello dell’indios dell’Amazzonia inseguito dalle guardie armate dei fazendeiros, che trova il primo giorno di pace in coincidenza con lo svolgimento di una partita di cui non sa nulla. Quello del bambino uruguayano nato lo stesso giorno, dieci anni prima, e che perciò è stato chiamato Obdulio. Quello del cronista brasiliano che si sente in colpa per aver diffuso euforia e ha deciso di abbandonare la professione. Quello – il più bello – del figlio del fotografo che stava dietro la porta del Brasile, e ha immortalato il momento del gol di Ghiggia, nonché “gli occhi sbarrati, increduli” di un uomo morto: Barbosa, appunto. E la fotografia non è mai stata pubblicata.

Pastorin fa dire a Clotilde: “Abbiamo dato a una partita di calcio un’importanza esagerata, come se quella partita, per miracolo, potesse risolvere i problemi del Brasile, la povertà, i bambini per strada, e mettere i neri alla pari dei bianchi, dare un piatto di riso a tutti, a pranzo e a cena”.

 

Quando è venuto a presentare Semifinale, Pastorin mi ha passato al telefono Giuliano Sarti, il portiere la cui sorte è più simile a quella di Barbosa.

Sarti ha vinto scudetti e coppe, ma è rimasto inchiodato all’errore decisivo che costò lo scudetto 1966-67 all’Inter: errore avvenuto a Mantova, all’ultima giornata del campionato, su un tiro di Beniamino Di Giacomo.

Al telefono, la prima cosa che mi ha detto è stata: "Non vorrà farmi ricordare l'errore di Mantova?".

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Richard Matheson, Io sono leggenda

 

 

Gennaio 1976: una misteriosa epidemia ha trasformato tutti gli abitanti della Terra in vampiri assetati di sangue. Solo un uomo si è salvato dal contagio, Robert Neville, unico superstite in un mondo di mostri. Robert è “un trentaseienne alto, di ceppo anglotedesco”, occhi azzurri e corporatura robusta. Vive in una villetta familiare lungo Cimarron Street, alla periferia di Los Angeles. È l’unico sopravvissuto in “un mondo dominato dalla monotonia dell’orrore”.

Il romanzo è diviso in quattro parti, cadenzate dalle date: gennaio 1976 (il mondo ridotto a una casa sotto assedio), marzo 1976 (il ricordo della doppia morte della moglie, lo studio delle cause dell’epidemia, il cane), giugno 1978 (l’incontro con la donna), gennaio 1979 (la cattura, la nuova umanità).

 

Annichilito dalla perdita dei suoi affetti più cari (la moglie Virginia e la figlia Kathy), appena viene buio, Robert si chiude in casa, a volte si ubriaca, oppure mette musica ad alto volume per non sentire i vampiri che cercano di superare le barriere che ha costruito alle finestre e alla porta. Al crepuscolo, i vampiri tornano ad assediarlo: può tenerli lontani con collane d’aglio, croci e specchi, eliminarli con un paletto di legno appuntito. Li combatte con gli oggetti della superstizione, ma qualcosa gli dice che non può essere tutto lì.

Durante la notte, se ne sta rintanato nella sua fortezza, assediato dai morti viventi. Quando sorge il sole, è lui a dominare un gioco feroce, scandito dalle luci e dalle ombre di un tempo sempre uguale a se stesso. Da preda diventa cacciatore, si aggira per la città sterminando tutti i vampiri che riesce a scovare.

La fase segnata dallo studio ossessivo dell’origine dell’epidemia è fatta di fallimenti, letture, intuizioni: “ci sono delle certezze, si catechizzò. Esiste un germe, si trasmette, il sole lo distrugge, l’aglio provoca una reazione. Alcuni vampiri riposano sottoterra, il paletto li uccide”.

 

Particolarmente forte, nel ritmo impresso a Matheson, è il momento in cui, lontano da casa, Robert si accorge che l’orologio si è fermato e non sa quanto tempo manchi all’arrivo del buio. Diventa inevitabile lo scontro con i vampiri per riconquistare il controllo della sua casa-bunker. Di straordinaria intensità sono anche le pagine che descrivono il legame che Robert vuole costruire con il cane, il lento inseguimento, il contatto, la scoperta che anche l’animale è spacciato.

Infine, quando entra in contatto con Ruth, Robert è scosso da una terribile agitazione: lei è quello che cercava, l’incarnazione della sua speranza, ma teme di scoprire che sia infetta, rimpiange la tranquillità che si era costruito, non riesce a fidarsi di lei nemmeno quando accetta di farsi esaminare il sangue. Eppure, la voglia di vivere riemerge prepotente, fino alla scoperta, definitiva, terribile: “i batteri possono subire mutazioni”.

La normalità è “un concetto legato alla maggioranza, rappresentava una qualità comune di molti uomini, non di uno solo”. Se entriamo nell’ottica del vampiro, si capovolge il senso della storia: Robert Neville è l’intruso, il parassita, il mostro. È lui l’anomalia, “l’ultimo della vecchia razza”: una leggenda vivente.

 

Scritto nel 1954, ripubblicato nel 2005 da Fanucci nella traduzione di Simona Fefè, con illuminante postfazione di Valerio Evangelisti.

Sta per uscire il film con Will Smith; è la terza volta che questo racconto viene portato al cinema, negli anni Settanta erano stati Vincent Price e Charlton Heston a interpretare Robert Neville.

Chi va a vederlo, mi faccia la cortesia di farmi capire se è molto pauroso, sanguinoso, impressionante...

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Massimo Novelli, Bruno Neri, il calciatore partigiano

 

 

Storie di sport legate alla guerra: Novelli recupera vicende poco note, protagonisti calciatori e pugili, partigiani e fascisti, uomini di sport che dovettero scegliere negli anni fra il 1942 e il '45 (fanno eccezione le tre storie conclusive). Lo stile tende al romanticismo, al ricordo struggente dei tempi che furono.

 

Bruno Neri è probabilmente l’unico calciatore di serie A morto nel corso di un’azione partigiana. È accaduto lungo la linea gotica, a Gamogna, vicino a Marradi, nel primo pomeriggio del 10 luglio 1944: Bruno Neri, vicecomandante del Battaglione Ravenna, nome in codice “Berni”, e Vittorio Bellenghi, detto “Nico”, vengono sorpresi allo scoperto e uccisi nel corso di uno scontro a fuoco con una pattuglia tedesca.

Figlio del capostazione di Faenza, nato il 10 ottobre 1910, Neri è stato un calciatore famoso, ha giocato in serie A oltre 200 partite con le maglie della Fiorentina, della Lucchese e del Torino, e ha giocato 3 partite nella Nazionale maggiore e altre 8 in altre rappresentative nazionali. Prima terzino destro e poi mediano, “per Bruno quella di difensore concreto e morale di un’area, di un territorio, di un’idea, di una bandiera, sarà una vocazione. Fino all’estremo”. Fra testimonianze dirette e ritagli di giornale, Novelli ripercorre, assieme agli amici del Torino Club faentino i luoghi dell’infanzia, della giovinezza, dell’inizio della carriera da calciatore, e poi le colline dove Neri trovò la morte.

Aveva completato gli studi superiori e si era iscritto all’Istituto universitario di studi orientali di Napoli. Nella vita privata, il calciatore amava visitare mostre e musei, era amico di scrittori e giornalisti, stimato e rispettato da tutti coloro che lo conoscevano, amatissimo da tutti i tifosi delle squadre in cui aveva giocato con grande passione e talento.

Richiamato alle armi nell’aprile ’43, si trova in Sicilia alla caduta del fascismo; risale la penisola, torna nella sua Faenza e dal settembre ’43 entra fra i partigiani. Nella primavera del ’44, è fra coloro che si impegnano a organizzare il collegamento con le truppe alleate, per ottenere armi e munizioni attraverso lanci dall’aereo, e informare sui movimenti delle truppe tedesche. Nello stesso tempo, riprende a giocare nel Faenza, in un torneo locale, che tocca Forlì, Forlimpopoli, Russi, Cesena e Bologna. Il 13 maggio Faenza subisce un rovinoso bombardamento, che fra l’altro rade al suolo lo stadio.

Il nuovo stadio di Faenza è intitolato a Bruno Neri.

 

Nato a San Giorgio di Piano il 15 luglio 1915, Dino Fiorini era un calciatore del Bologna, il terzino destro che subentrò al grande Eraldo Monzeglio; divenne anche modello della ditta di prodotti di bellezza Bourjois, e morì da fascista repubblichino il 16 settembre 1944, dalle parti di Monterenzio, con il grado di tenente della Guardia Nazionale Repubblicana.

Portava i capelli pettinati all’indietro, aveva un’aria sfrontata, nelle foto è spesso sorridente. Vittorio Pozzo non lo convocò nella nazionale perché ne conosceva la fama da scapestrato, vita notturna, donne e giochi di carte; una reputazione che non fu dissolta nemmeno dopo il matrimonio e i tre figli. Ma nello “squadrone che tremare il mondo fa”, Fiorini vince quattro scudetti in sei anni, conquista la Coppa dell’Europa centrale nel ’34 e il Torneo dell’Esposizione di Parigi del ’37. Quel Bologna era allenato da Arpad Weisz, morto ad Auschwitz.

Nel libro trovano spazio le storie del portiere del Torino Pino Maina, ucciso da un tram nel 1942; dei pugili Michele Bonaglia, ucciso dai partigiani nel 1944, e Merlo Preciso, partigiano scambiato per torturatore fascista dopo la liberazione; dell’ambigua figura del tenente fascista Cecilio Pisano, già centromediano del Liguria, ucciso a Genova dai partigiani o forse suicida; della misteriosa relazione fra Costante Girardengo e il bandito (anarchico) Sante Pollastri; della storia d’amore fra una poetessa americana e un atleta tedesco antinazista, Otto Bosch, che si conoscono a Barcellona nei giorni della guerra di Spagna. Infine, ci sono gli appunti per una biografia romanzata, quella di Blaky la iena, personaggio conosciuto da Giorgio Bocca e dal padre dell’autore, nel dopoguerra torinese.

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Georges Simenon, Maigret e il cliente del sabato

 

Maigret e il cliente del sabato

Léonard Planchon, titolare di una piccola impresa di imbiancatura, si presenta un sabato sera all’ora di cena a casa di Maigret, in boulevard Richard-Lenoir. Dice di voler uccidere sua moglie. Ha un vistoso labbro leporino, ha bevuto, ma è lucido. Un giorno ha trovato la moglie, Renée, di dieci anni più giovane, mentre faceva all’amore con Roger, uno dei suoi imbianchini. Scoperta, gli ha detto: “Ecco, finalmente lo sai!”. Qualche tempo dopo, per il compleanno dell’amante, Renée ha preparato una bella cena, con bottiglia di spumante, e infine ha chiesto al marito di andarsene: “Perché non vai a farti un giro? Non capisci che ci metti in imbarazzo?”. Da due anni, Planchon è ospite nella sua stessa casa, dorme in salotto, mentre moglie e amante occupano la camera matrimoniale e la figlia, di sette anni, sta al piano di sopra. Umiliato e incapace di reagire, ancora innamorato della moglie, ogni sera Planchon va a ubriacarsi; non vuole divorziare, ha paura di perdere la figlia. Perciò è arrivato a concludere che l’unica soluzione sia un duplice omicidio: sa come fare, ha elaborato un piano perfetto. Forse ha voluto parlare affinché qualcuno lo fermi, pensa Maigret, che tuttavia avverte che qualcosa gli sfugge. Riesce solo a farsi promettere che tutti i giorni Planchon gli telefonerà.

Ma un paio di giorni dopo, Planchon scompare. Maigret è infastidito, non sa che fare, “il suo compito non era quello di rimettere ordine nella vita della gente, ma di trovare chi aveva commesso un crimine o un delitto”. Si sente in qualche modo responsabile, per non aver saputo cogliere il senso di quella strana confessione. Maigret interroga gli amanti, lei è “una bella femmina”, lui un uomo deciso, entrambi “sicuri e aggressivi come animali feroci”. Scopre che Planchon ha firmato un documento con cui cede, in cambio di una grossa cifra, la proprietà della ditta a Roger, poi ha raccolto un po’ di cose in due valigie e se n’è andato.

 

Storia invernale, ambientata fra il Quai des Orfèvres, l’appartamento del commissario e la zona di Montmartre, dove vivono Planchon, la moglie e l’amante. “La fama di poliziotto umano e comprensivo”, prodotta da certi articoli di giornale, fa sì che Maigret venga riconosciuto dagli avventori di un bistrot, dove è entrato per fare qualche domanda e bere un grog bollente. Il commissario è raffreddato, “in cortile fu sorpreso dalla nebbia giallastra che nel pomeriggio aveva inghiottito Parigi”. Da appena un mese, nel suo appartamento c’è il televisore; lo guardano, lui e la moglie, mentre cenano, e qualche volta il commissario sbuffa davanti a certi film polizieschi. Ogni mezzora viene interrotto dalle telefonate dei suoi poliziotti che indagano a Montmartre; rimpiange i tempi in cui anche lui era impegnato negli appostamenti.

Il commissario è poco lucido, intorpidito dall’influenza che sta incubando, ma la sua determinazione resta inflessibile. E Simenon è chirurgico, come sempre. Non si concede divagazioni che non siano funzionali alo sviluppo della storia. Però gli va di descrivere come la domenica mattina, “quando aveva la fortuna di passarla in casa, di solito Maigret poltriva fino a tardi, e anche se non aveva più sonno se ne rimaneva a letto. Sapeva che sua moglie non lo voleva tra i piedi finché non aveva finito di sbrigare le faccende… non era il sonno degli altri giorni: quello della domenica mattina aveva un’altra consistenza, un sapore diverso. Ogni mezz’ora, per esempio, sentiva le campane e percepiva il vuoto giù in strada, l’assenza di camion, i rari passaggi dei bus”.

 

Scritto nel febbraio 1962, è il cinquantanovesimo dei 75 romanzi del commissario Maigret, nella traduzione di Giovanna Rizzarelli.

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Nello Governato, La partita dell’addio, Mondadori, 2007

 

Matthias Sindelar, detto Cartavelina per la figura slanciata e sottile, è ritenuto il più grande calciatore austriaco di tutti i tempi. Nasce a Kozlau, in Moravia, il 10 febbraio del 1903. Perde il padre in guerra, sul fronte dell’Isonzo. Gioca negli anni Venti e Trenta nell’Austria Vienna e nella nazionale austriaca, il Wunderteam cancellato dall’Anschluss (l’annessione al Terzo Reich). Muore assassinato dalla Gestapo il 23 gennaio 1939, insieme alla sua compagna, l’ebrea milanese Camilla Castagnola.

 

Quello di Governato è un romanzo storico con personaggi reali. Particolarmente riuscita è la storia d’amore fra Matthias e Camilla, fatta di lunghi silenzi, frasi brevi, sguardi d’intesa. Camilla insegna italiano in un liceo di Vienna. “Non vogliamo più ebrei a scuola” le grida Eric, il primo della classe, un ragazzo intelligente e sensibile, grande ammiratore di Sindelar e tuttavia fanaticamente proiettato verso le radiose sorti del Reich. Matthias accompagna Camilla a scuola e la sua presenza fa evaporare tutto l’odio che si era incanalato fra quei ragazzi. Ma ben presto, la Commissione per la purezza della razza sospende Camilla dall’insegnamento.

Governato descrive il clima di allucinazione collettiva che pervade Vienna il 12 marzo 1938, il giorno dell’annessione, con la sfilata delle truppe naziste accolta dagli applausi. Vienna è imbandierata, in festa, ma le bandiere che sventolano dagli edifici pubblici e dai balconi delle case del centro non sono austriache: hanno la croce uncinata. Il regime ha deciso di suggellare la “riunificazione dei popoli germanici sotto la bandiera tedesca” con una partita di calcio che opporrà la Germania all’Austria. Sarà l’ultima volta che scenderà in campo la nazionale austriaca. In seguito, i migliori calciatori indosseranno la divisa della nazionale tedesca, e contribuiranno alla inevitabile conquista del titolo mondiale, a Parigi, il giugno seguente. La vittoria non può sfuggire: quattro anni prima, Germania e Austria sono arrivate, rispettivamente, terza e quarta nei Mondiali giocati in Italia.

Il taciturno, filiforme Sindelar appare pienamente consapevole della sua forza extracalcistica. La popolarità è uno scudo difensivo in grado di proteggere anche l’amata Camilla. Il calciatore sa che non appena sarà chiaro che non giocherà i mondiali con la maglia della Germania, la sua sorte sarà segnata, ma è disposto a usare fino in fondo il privilegio di essere un campione intoccabile, che può fare e dire cose che ad altri non sarebbero consentite.

Ventidue giorni dopo l’Anschluss, il 3 aprile 1938, si gioca al Prater. Leni Riefenstahl dirige le riprese cinematografiche. L’Austria indossa una maglia rossa: la tradizionale maglia bianca è stata riservata agli ospiti. Cinque calciatori del Wunderteam hanno abbracciato la causa nazista, ma la nazionale non tradisce i viennesi. Sindelar è autore di una prestazione eccezionale, segna al 17’ del secondo tempo, raddoppia il terzino Sesta, l’Austria vince per 2-0, contro ogni pronostico e ogni programma.

Alla fine della partita, il protocollo prevede che i calciatori siano chiamati a salutare i gerarchi nazisti presenti in tribuna. Si schierano sull’attenti. Al comando, tutti scattano nel saluto nazista. Quasi tutti: Sindelar e Sesta rimangono immobili, le braccia sui fianchi.

Intanto, il diciottenne Eric ha finito il liceo e si è arruolato nella Luftwaffe: Governato avrebbe dovuto dedicargli più spazio, Eric è un po’ il simbolo dei tanti giovani esaltati dal nazismo, che “aspettavano l’inizio dei combattimenti come prima avevano aspettato l’inizio delle partite. Stavolta, però, non da spettatori”.

scritto alle 15:25 | link | commenti (3)
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HEINRICH VON KLEIST, I RACCONTI (2)

Anche Il terremoto in Cile ha un avvio formidabile: “A Santiago, capitale del regno del Cile, nell’esatto momento in cui si veniva scatenando il grande terremoto del 1647, nel quale migliaia e migliaia di persone incontrarono la morte, un giovane spagnolo di nome Jéronimo Rugera, accusato d’un grave misfatto, se ne stava in piedi, vicino a un pilastro della prigione dentro la quale era stato rinchiuso, e voleva impiccarsi”.

Il grave misfatto di Jéronimo è aver avuto una relazione con Josefe, l’unica figlia di uno dei nobili più ricchi della città; relazione che il nobile aveva contrastato fino a rinchiudere la figlia in un monastero. Ma Jéronimo era riuscito a rivederla, Josefe rimase incinta, l’avvenimento destò enorme scalpore, e solo l’intercessione della sua potente famiglia poté “mitigare la severità della legge conventuale che la minacciava. Tutto ciò che si poté ottenere fu che il rogo, al quale venne condannata, fosse commutato, per atto di imperio del viceré, e con gran disappunto delle matrone e delle vergini di Santiago, nella decapitazione”.

Il terremoto sconvolge tutte quelle esistenze, ma non ci sarà lieto fine: serve un capro espiatorio su cui riversare tutte le colpe di quella tragedia collettiva, la folla si rivela cieca e sanguinaria, con un crescendo di orrori e tragedie che portano direttamente questo racconto nella cornice del “gotico”. Il terremoto punisce innanzitutto i punitori, ma non lascia scampo nemmeno alle loro vittime, oggetto della furia insensata di coloro che interpretano il cataclisma come una punizione divina.

 

Il volume Garzanti contiene, inoltre, La mendicante di Locarno, Il fidanzamento a Santo Domingo, Il trovatello, Santa Cecilia, e Il duello, uno dei drammi più intricati, contorti e perversi che mi sia mai capitato leggere.

 

Siamo alla fine del XIV° secolo, nei pressi di Basilea: il duca Guglielmo ha appena ottenuto dall’imperatore che il figlio di primo letto della moglie sia “legittimato” dall’imperatore, quando viene ucciso da una freccia scoccata a tradimento. La sua eredità andrà al figliastro, anziché al fratellastro Iacopo, che tuttavia accoglie la notizia con “nobiltà d’animo… magnanimità e moderazione”. Dalle indagini della duchessa emerge che la freccia mortale faceva parte di una scorta comprata tre anni prima dal conte Iacopo. La duchessa pensa si tratti di una calunnia, ne è così convinta che invia le prove all’accusato, “con l’espressa preghiera, poiché era già convinta in anticipo della sua innocenza, di risparmiarle ogni confutazione”.

Inaspettatamente, il conte vuole essere giudicato da un tribunale. E la duchessa si rimette alle decisioni dell’imperatore. In tribunale, per rispondere a un’accusa così infame, il conte Iacopo si sente libero di svelare che il suo alibi è una relazione segreta e l’amante è donna Littegarda, fino a quel momento “la più irreprensibile e senza macchia fra le dame del ducato”.

Le conseguenze discendono a valanga: il padre di Littegarda muore di crepacuore, il furore dei due fratelli raggiunge i parossismo quando scoprono che la sorella non è in grado di “addurre nulla a difesa della propria innocenza”: la scacciano di casa. Lei trova riparo da un ex spasimante, il camerlengo Federico, che le crede ciecamente.

Il tribunale assolve Iacopo. Federico lo sfida a duello. Iacopo accetta, perché “Dio, nel giudizio delle armi, decide secondo giustizia”… E i colpi di scena non finiscono qui.

 

Heinrich von Kleist è nato a Francoforte sull’Oder nel 1777, da una delle più influenti famiglie dell’aristocrazia militare prussiana; il 21 novembre 1811 si diede la morte a Berlino, sulle rive del Wannsee, insieme all’amica Henriette Vogel, malata di tumore. Fu un omicidio-suicidio: prima Kleist le sparò, poi si tolse la vita.

L’ultima volta che chiese aiuto alla famiglia, questa si riunì in consiglio e decretò la sua condanna come “un membro inutile della società umana”. Sembra un racconto di Kafka, ed è proprio Kafka ad aver annotato nei suoi Diari ciò che, un secolo dopo la morte, i von Kleist fecero incidere sulla tomba di Heinrich: “Al migliore della sua stirpe”.

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HEINRICH VON KLEIST, I RACCONTI (1)

Ho completato la lettura dei racconti di Kleist, scritti fra il 1808 e il 1811, ed è stata un’esperienza di notevole intensità. L’edizione Garzanti, nella traduzione di Andrea Casalegno, restituisce la forza del linguaggio di Kleist, fra romanticismo e barocco, le metafore pessimiste (incendi, epidemie, terremoti, febbri violente, miracoli), le atrocità ai limiti dello splatter, le costruzioni esibitamene complesse, le apparenze ingannevoli, gli intrecci melodrammatici, stracolmi di fatti e dettagli, la capacità di catturare l’attenzione del lettore fin dalle prime righe (una necessità, trattandosi di novelle pubblicate su riviste).

Per esempio, ecco l’inizio fulminante di Michele Kohlhaas: “Sulle rive del Havel verso la metà del 1600 viveva un mercante di cavalli di nome Michele Kohlhaas, il quale, figlio di un maestro, era uno degli uomini più onesti e più terribili del suo tempo… Il mondo avrebbe dovuto benedirne la sua memoria, se non avesse ecceduto in una virtù. Il senso di giustizia, infatti, fece di lui un brigante e un assassino”.

La tragedia incombe su Kohlhaas, trasforma un uomo buono e onesto in un ribelle spietato, un giustiziere che mette a ferro e fuoco città e villaggi, rifiuta le regole per arrivare a colpire il Male che si è annidato ovunque, e che l’Autorità non intende combattere. E anche quando disarma le sue truppe in cambio dell’amnistia e, di nuovo, si assoggetta alla Legge, non capisce l’opinione pubblica, l’opportunismo delle convenzioni sociali: “si trovava del tutto intollerabile il suo rapporto con lo Stato e, nelle case private e sulle pubbliche piazze, si fece strada l’opinione che fosse meglio commettere contro di lui una palese ingiustizia, e mettere di nuovo tutto quanto a tacere, piuttosto di rendergli una giustizia estorta con azioni violente, in una questione così insignificante, soltanto per soddisfare la sua folle ostinazione”.