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martedì, 13 maggio 2008
20) Renzo Martinelli, Carnera (4)

Si potevano scegliere tanti stili per illustrare la storia del primo (e unico) italiano divenuto campione del mondo dei pesi massimi. Il regista ne ha ricavato una favola edificante.
Non discuto la scelta, e tutto sommato gli ingredienti (attori, fotografia, dialoghi) sembrano appropriati, ma quello stile sognante e sgranato risulta difficile da maneggiare con originalità, e certo Martinelli non possiede l’estro di Tim Burton.
Ne deriva un film calligrafico, spesso noioso. Fred Murray Abraham (il Salieri di Amadeus), Burt Young e Paul Sorvino rimandano volti carichi di cinema, eppure le loro caratterizzazioni non riescono a insufflare in questo film l’emozione che sarebbe necessaria.
Quanto al protagonista, Andrea Iaia, e alle due donne (Anna Valle e Kasja Smutniak, ovviamente bellissime), l’impressione è che siano pronti per una miniserie televisiva, non per il grande schermo.
Nella scelta dei momenti biografici da illustrare, sono ridotti al minimo i rapporti del campione col fascismo ed è enfatizzata la simbologia del riscatto sociale e patriottico, soprattutto attraverso le immagini dei match al Madison Square Garden. Ma ogni paragone con Raging Bull e Cinderella Man sarebbe impietoso.

scritto alle 13:15
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martedì, 06 maggio 2008
19) Jon Favreau, Iron Man (7)

Ricavare film dai fumetti storici della Marvel, richiede due doti: sapienza nell'uso degli effetti speciali e una certa dose di ironia. Solo così si può tentare di recuperare l'ineffabile equilibrio per cui quei fumetti piacevano sia all'adolescente che all'adulto.
Questo film quasi ci riesce. Ha un ottimo inizio - fino alla costruzione dell'armatura, nella caverna afgana - una parte centrale anticonvenzionale, da commedia sofisticata - il lento apprendistato del playboy Tony Stark con i reattori - e un finale troppo prevedibile, con un combattimento stile-Terminator.
Due ore passano in fretta: hard rock per colonna sonora, voli vertiginosi dell'eroe inseguito da jet inconsapevoli, comparse efficaci (Jeff Bridges è una specie di luciferino Lex Luthor, Gwyneth Paltrow è la perfetta Pepper Potts), e un miracolato protagonista, Robert Downey jr., che 15 anni fa sembrava destinato a divenire una star, quando Altman lo inseriva nel cast di America Oggi, e Attenborough lo sceglieva per interpretare Chaplin.

scritto alle 17:06
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sabato, 26 aprile 2008
18) Olivier Marchal, L'ultima missione (4)


Di certo cinema francese, amo l’impareggiabile leggerezza, l’eleganza di dialoghi che sembrano rubati alla vita vera, l’esattezza dei volti, il senso della misura nella scelta dei toni della fotografia e della colonna sonora. Perciò, un film come questo mi ha esteticamente, profondamente irritato.
Il regista è un ex poliziotto e tiene a farci sapere che la vicenda è tratta da una storia vera, di cui fu testimone.
Daniel Auteil si presta a interpretare un poliziotto sull’orlo del suicidio: era bravo, dotato di fiuto e feroce determinazione, ma sono almeno 25 anni che fa quel lavoro (sporco) e una tragedia personale l'ha reso "una bomba pronta a esplodere". Il suo Louis Schneider non ha più voglia di vivere, l’alcol gli serve per prendere sonno, gli incubi non l’abbandonano mai, emana puzzo d’urina e si presenta sempre con la barba lunga e il pastrano.
Ma prima di lasciare questa valle di lacrime, il poliziotto deve sistemare i conti: con un giovane serial killer (la cui abilità nel commettere delitti è inversamente proporzionale alla facilità con cui viene individuato); con un vecchio serial killer che esce dal carcere per buona condotta; e con un collega antipaticissimo e corrotto.
È trasparente la metafora del riscatto, anzi il regista sembra rivolgersi a bambini che si recano per la prima volta al cinema, per quanto insiste nel montaggio alternato fra la mattanza finale e il parto della ragazza.
Non c’è un solo secondo in cui l'inquadratura non sia sghemba, il cielo non sia livido o piovoso, la luce non sia deformata... Marsiglia diventa un incubo visivo, la cui presenza opprimente serve a nascondere vistose incoerenze in sede di sceneggiatura, da cui si viene distratti tramite lampi di splatter (il sangue che imbratta la Croce, l’insistenza sulle foto scattate sui luoghi del delitto).
scritto alle 10:33
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mercoledì, 23 aprile 2008
17) Andrea Molaioli, La ragazza del lago (8)
Se ci si deve schierare, lo faccio subito: preferisco questo film a Caos calmo, e mi fa piacere abbia vinto tanti David di Donatello, perché sono questi premi ad averlo riportato nelle sale (a suo tempo l'avevo perso).
Per essere un esordio, trovo stupefacente la misura (il pudore) delle immagini e delle emozioni. In comune con Caos calmo c'è che proprio questo: è un film sul dolore, il dolore inconsolabile, il dolore che schianta, con il contraddittorio, viscerale bisogno di ricominciare a vivere.
Più che a scoprire la verità, l'indagine del commissario (Toni Servillo), attraverso le pacifiche stradine di un paesino friulano, consente di sfiorare varie tecniche di sopravvivenza. La perdita è ovunque: chi ha perso un bambino di tre anni, chi il senno della moglie, chi l'uso delle gambe, chi l'adorato coniglio, chi una figlia bellissima ormai diciottenne... Sguardi e silenzi lasciano intendere quale spaventoso residuo gravi sui superstiti, ma Molaioli rifugge dal patetismo, il cielo è sempre grigio ma limpidissimo, non fa stringere gli occhi, anzi aiuta a tenerli aperti, identificando i piccoli moventi che possono diventare un'ancora, ricostruire un senso.
Non so quanto voluto, ma il ritrovamento del cadavere assomiglia a quello di Laura Palmer, e fra chi indaga c'è anche una donna incinta (come in Fargo). Ma non so immaginare un film meno americano di questo, intriso di provincia e silenzi, probabilmente poco esportabile, ma dotato di una profondità rara, che nasce dalla sceneggiatura di Sandro Petraglia - lo stesso autore, insieme a Rulli, di Le chiavi di casa, il film di Amelio, tanto simile per certe atmosfere livide -, prendendo spunto da un romanzo del norvegese Karin Fossum.
Gli attori sono perfetti: difficile dire chi sia più nella parte fra Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Omero Antonutti, Anna Bonaiuto, Sara D'Amario (nella foto), ma dalle rughe bisbetiche del commissario non vorremmo mai allontanarci.

scritto alle 19:21
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martedì, 22 aprile 2008
16) Jason Reitman, Juno (7)

Film intelligente, con momenti di estrema gradevolezza e una giovanissima attrice (Ellen Page) che sembra impossibile abbia solo recitato.
E tuttavia Juno mi sembra troppo celebrato per i suoi, pur indiscutibili meriti. Il record d’incasso degli ultimi anni per i lungometraggi indipendenti forse deriva dall'infuocato dibattito sull’aborto, ma un successo così fragoroso mi resta incomprensibile.
La forza del film sta nei dialoghi; non a caso ha vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale, scritta dalla ex spogliarellista Diablo Cody (una che deve aver letto e riletto i Peanuts fino allo sfinimento).
La gravidanza indesiderata della sedicenne Juno è affrontata come non si era mai visto prima. Con leggerezza e ironia. La provincia americana (in questo caso il Minnesota) è mostrata nelle sue immodificabili ritualità, quasi un controcanto degli incubi di Lynch.
A fare da punteggiatura allo scorrere delle stagioni è l'allenamento alla corsa dei ragazzi in maglia arancione, mentre l’irruzione della realtà fa deflagrare la coppia apparentemente perfetta, quando il desiderio di adottare un bambino esce dall'astratteza e diventa evento corporeo e ravvicinato.
Al trentenne regista di Thank You For Smoking va dato il merito di aver scelto uno stile anticonvenzionale, evitando le trappole del sentimentalismo e del politicamente corretto.
scritto alle 13:39
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lunedì, 21 aprile 2008
15) George Clooney, In amore niente regole (5)

Commedia sofisticata, che rimanda al genere in voga fra gli anni Trenta e Cinquanta: Clooney doveva avere una gran voglia di svagarsi, dopo tante interpretazioni segnate da impegno civile e spirito di denuncia.
A metà degli anni Venti, il football americano prova ad uscire dal dilettantismo e costruisce le sue fortune (definendo le sue “regole”) sulla figura di un eroe di guerra che ha qualcosa da nascondere. Il giovane eroe (John Krasinski) e il giocatore ormai a fine carriera (Clooney) si innamorano della stessa donna, Lexie Littleton (Renée Zellweger), giornalista d’assalto troppo simile a quella del Prima pagina di Billy Wilder (e pressoché identica al ruolo che interpreta nel musical Chicago). Ne derivano dialoghi che vorrebbero essere scoppiettanti ed equivoci che vorrebbero essere originali. Invece, il senso del già visto domina inesorabile.
In amore niente regole diventa il ricalco (restaurato e coloratissimo) di una quantità di altri film, senza poter disporre del magnetismo di Cary Grant e Gary Cooper, o del tocco ironico di Lubitch e Capra.
Una commedia romantica gradevole e patinata, fra scazzottate senza una goccia di sangue e baci in controluce, lunghi e “telefonati”. Ma colpisce l’incapacità di uscire almeno una volta dagli schemi, fino alla partita conclusiva, nel fango, dove il trucco che aveva funzionato nelle trincee della guerra mondiale mostra la sua validità nella costruzione di un touch down.
scritto alle 11:01
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lunedì, 14 aprile 2008
14) Gianni Zanasi, Non pensarci (8)

Da tempo immemorabile non mi capitava di vedere due bei film italiani (l'altro è quello di Virzì) a distanza di pochi giorni. Due film in cui le differenze prevalgono sulle somiglianze, ma che hanno in comune un’attitudine critica, uno sguardo acuto sulle ultime generazioni, attori capaci di sembrare persone.
La storia messa in scena da Zanasi ruota intorno a tre fratelli e ai loro genitori. Mostra un ritrovarsi e un perdersi: la narrazione procede ellittica, con silenzi eloquenti, incomunicabilità che scavano, nonostante la volontà di porvi rimedio. “Non stavamo meglio quando ci dicevamo le bugie?”.
Mastandrea trova il ruolo più appropriato, Battiston si conferma bravissimo, Anita Caprioli (la cui bellezza, in certi momenti, può distrarre dal film) è ben più di una spalla per entrambi, Dino Abbrescia e Natalino Balasso trasmettono simpatia, e persino Caterina Murino (esportata nell’ultimo Bond) mostra insospettabili sfumature interperative.
Storia di provincia, che riecheggia il Radiofreccia di Ligabue e si dipana con un andamento sorprendente. Non tanto sul piano della trama, quanto nelle scelte puramente visive (la corsa sotto il rilevatore di velocità, il black out notturno visto dalla collina, le bottiglie di ciliegie sciroppate che deflagrano al suolo, la danza d’amore sul divano nella villa del neo-deputato, il conclusivo salto nel pubblico). Altrettanto sorprendente è la scelta musicale: un sottofondo che spazia dalla Traviata a Ivan Graziani, da Chopin ai Merci Miss Monroe.

Capita, ogni tanto, che un film ci lasci un grammo di dispiacere, dovendo abbandonare certi personaggi: quando succede, vuol dire che il regista ha colto nel segno.
scritto alle 15:12
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giovedì, 10 aprile 2008
13) Paolo Virzì, Tutta la vita davanti (8)

Virzì ha realizzato un film di rara intensità. Mi ha fatto provare emozioni molto diverse, ho riso, mi sono commosso, affezionato, ho provato pena e persino qualcosa che assomiglia all’indignazione.
Mi sembra notevole, innanzitutto, la capacità di dirigere gli attori: tutti sembrano perfetti per la parte, mai visti Ghini e la Ferilli così convincenti, Mastandrea rende bene l’inconcludenza del suo personaggio, e i più giovani (da Elio Germano a Micaela Ramazzotti) restano impressi per come riescono a riprodurre i coetanei “veri”. Quanto a Isabella Ragonese, il miglior augurio che mi sento di farle è trovare altri ruoli come quello di Marta.
Tutta la vita davanti è un film sullo squallore di questo paese, sull’insopportabile spreco di giovinezza e sogni che sta portando al naufragio le ultime generazioni. Questi ragazzi non sono solo precari: sono svuotati di senso, incattiviti e condizionati a una competitività morbosa, costretti a inseguire modelli etici ed estetici fallimentari, se non ripugnanti.
È esplicito l’omaggio di Virzì a I compagni, il film di Monicelli sulla classe operaia della fine dell’Ottocento. È implicita la necessità di usare un registro grottesco, forse abusando delle caricature (e della voce fuori campo), perché il realismo, ormai, non regge il ritmo delle moderne nefandezze.
Un film politico, dunque, da cui si esce con l'amaro in bocca, dovendo respingere il dolciastro fatalismo di Doris Day. Ho letto che è tratto da un racconto autobiografico di Michela Murgia: dovrò proprio leggerlo.
scritto alle 17:21
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giovedì, 27 marzo 2008
A 93 anni è morto Richard Widmark, uno di quegli attori che per mezzo secolo hanno segnato la storia del cinema.
Ho sfilato la sua filmografia su wikipedia, verificando di aver visto (almeno) 9 film in cui è stato protagonista: Ultima notte a Warlock (1959), La battaglia di Alamo (1960), Cavalcarono insieme (1961), La conquista del west (1962), Il grande sentiero (1964), Assassinio sull’Orient Express (1974), Ultimi bagliori di un crepuscolo (1977), Coma profondo (1978) e Due vite in gioco (1984). Widmark ha dato il meglio di sé in certi ruoli da bandito e nei western; spero che qualche rete televisiva voglia rendergli omaggio programmando la versione integrale (160 minuti) di Cheyenne Autumn (Il grande sentiero), un meraviglioso film di John Ford, tagliuzzato e rovinato dalla produzione.
Tratto dal romanzo Cheyenne Autumn, di Mari Sandoz, e dalle cronache reali riportate in The Last Frontier del comunista Howard Fast, il film è largamente girato nella Monument Valley.
Mette in scena di una pagina nera della storia americana: nella seconda metà dell’Ottocento, una tribù di 287 Cheyenne, costretta a vivere in una zona arida e malsana dell'Oklahoma, dopo aver atteso invano una commissione governativa, inizia una drammatica fuga di oltre duemila chilometri nel tentativo di raggiungere la terra degli antenati. Inseguiti da un esercito che non sa come comportarsi, la fame e il freddo costringono i pellerossa alla resa. Ma il Dipartimento per gli affari indiani decide di concentrarli in un campo dove le loro condizioni di vita diventano impossibili. La disperazione spinge un gruppo di Cheyenne a fuggire di nuovo, in pieno inverno: e sarà l’azione di un profondo conoscitore dei pellirossa, il capitano Archer (interpretato da Widmark) a trovare una soluzione decente.
È l’ultimo western girato da Ford e molti l’hanno interpretato come una specie di atto riparatore nei confronti dei pellerossa, fino ad allora rappresentati come selvaggi e violenti, ottusamente contrari alla “civilizzazione” portata dall’uomo bianco. In realtà, i pellerossa sono vittime di una politica di segregazione, che nega loro il diritto a un’esistenza dignitosa e ne degrada l’identità culturale. Ford allude al genocidio dei nativi americani, sul dramma di questo popolo si stende l’ombra dell’affarismo e della speculazione, e Cheyenne Autumn apre la strada al western revisionista della seconda metà degli anni Sessanta.
Attraverso la mesta cantilena delle loro preghiere, il film ci introduce nella tragica dimensione di un popolo vinto e umiliato; la fotografia di William Clothier enfatizza il tramonto dei pellerossa, che è poi il tramonto dell’epopea della Frontiera, mito fondativo del cinema di Ford.
scritto alle 10:29
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mercoledì, 26 marzo 2008
Non avevo ancora trovato il tempo di scrivere sulla conclusione della tredicesima stagione di ER.
Sono state puntate contorte, difficili da digerire, quasi che gli autori non sapessero su quali attori poter contare l’anno successivo. Il matrimonio di Luka e Abby è stato celebrato con romanticismo, divertente e commovente, quasi a celebrare l’uscita di scena della coppia, mentre sono rimasto sgradevolmente colpito dall’incidente che rovina la vita al dottor Ray, ennesimo peso sulla coscienza di Neela (corteggiata da troppi, confusa più che mai).
È evidente la necessità di chiudere ogni stagione con un “finale aperto”: l’anno scorso c’era stata la sparatoria nel pronto soccorso, e l’ansia scaricata sullo spettatore era stata ancora peggiore. Stavolta, Kovac parte per la Croazia, non dicendo tutta la verità alla moglie; Neela viene coinvolta nei disordini di una manifestazione pacifista; a Tony viene sottratta la bambina che considera sua figlia; Morris e Hope sembrano voler costruire qualcosa di serio; ma la grande novità è l’ingresso di un attore fuori categoria, Stanley Tucci, nei panni del dottor Moretti, nuovo centro del sistema solare, capo severo quanto Romano e la Weaver, e persino più sgradevole. Dopo un vivace battibecco con Pratt, chiude così il discorso con Abby: “per lei sarà difficile avere un capo con cui non va a letto”.
scritto alle 13:01
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mercoledì, 26 marzo 2008
Di solito, butto via i supplementi ai quotidiani senza nemmeno aprirli. Ho fatto eccezione con l’ultimo Io Donna, perché in copertina c’era Anita Caprioli, una delle mie passioni.
Così, ho scoperto che Anita (35 anni) è sposata con il regista Francesco Fei e che il 4 aprile esce un film diretto da Gianni Zanasi, Non pensarci, girato fra Vignola e Rimini (molte scene sono state girate nel delfinario riminese), con Valerio Mastandrea e Giuseppe Battiston.
Intervistata da Anna Maria Speroni, la Caprioli racconta di essere figlia di sessantottini, madre attrice, padre rappresentante di commercio, separati quando lei aveva 11 anni. Dice di non sopportare il peso della famiglia italiana (“penso al rapporto con i figli maschi, a quegli uomini di 30-40 anni che continuano ad avere relazioni simbiotiche con le madri, le quali non fanno nulla per evitarle”), attribuendone il conservatorismo alle “interferenze del cattolicesimo” con la complicità di uno Stato a cui questa situazione fa comodo: “finché c’è la famiglia a risolvere tutto, può evitare di occuparsi sul serio dei problemi. È un circolo vizioso, due facce della stessa medaglia che si autoalimentano”.
Nello stesso numero di Io Donna c’è un’intervista a Jack Vettriano. Il pittore scozzese ha 57 anni e vive a Londra, guadagnando cifre notevoli con i diritti di riproduzione delle sue opere. Dai 15 ai 37 anni ha fatto il minatore, in Scozia. Il suo vero nome è Jack Hoggan (Vettriano è il cognome della madre); autodidatta, non ha difficoltà ad ammettere di dipingere per denaro, di lasciar scegliere le modelle al suo editore, di copiare certe figure (per esempio quelle del celeberrimo The Singing Butler, 1992) da manuali di disegno. Non si considera un artista: “No, sono soltanto un mediocre che ha avuto tanta fortuna”. Un personaggio alla Bukowski.
sabato, 22 marzo 2008
12) Sean Penn, Into the Wild (9)

 Ogni tanto - molto molto raramente - capita di vedere un film che assomiglia a un'esperienza personale. Che comincia a scavare dentro, spinge a strani interrogativi, diverte, commuove e travolge. Come se ognuno di noi avesse un'Alaska da qualche parte, una via di fuga che non osiamo ammettere.
  Non saprei dire perché il protagonista sia così deciso a lasciare tutto e non voglia aggrapparsi a nessuna delle varie forme di affettività che gli si presentano lungo la strada. Non è incapace di amare, anzi. Ama la vita e passa nelle vite altrui, suscitando emozioni positive, ma questo non alleggerisce la smania di andare oltre, far perdere le tracce, arrivare fino alla piena, totale solitudine. Quello che lascia alle spalle - Tracy, per esempio - non può lasciare indifferenti, ma si avverte qualcosa di incommensurabile nelle sensazioni che Chris arriva a provare, qualcosa di così smisurato che rende affascinanti persino le privazioni a cui ha deciso di sottoporsi.
Ribellione, o piuttosto strenua difesa della propria integrità: Into the Wild indaga quello stato d'animo perenne, che spingeva l'Ismaele di Melville a prendere il mare ogni volta che l'odore dell'umanità gli mozzava il respiro. Che riempie le pagine di Thoreau, Tolstoj e Jack London. Che distrugge, non solo disprezza, ogni forma di società, credendola responsabile dello smarrimento dell'individuo.

 In fondo a questa storia lancinante - con una fotografia e una colonna sonora (Eddie Vedder) strepitose - la Natura riesce a spazzare via tutto, anche personaggi rimasti in scena pochi minuti e a cui ci si affeziona immancabilmente. La sofferenza e la morte non sono il peggio: quando William Hurt esce di casa per nascondere le proprie emozioni, e barcolla lungo la strada, il cuore dello spettatore viene stretto in una morsa.
scritto alle 10:02
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venerdì, 21 marzo 2008
11) Carlo Verdone, Grande grosso e verdone (6)
Film diviso in tre episodi: nel primo, una famiglia in partenza per un campo scout deve cambiare programmi e seppellire l’anziana madre del protagonista, incrociando una serie di inconvenienti tragicomici. Nel secondo, un professore universitario, maniaco, subdolo e sessodipendente, pretende di disinibire il figlio, che in realtà lo odia, facendogli conoscere una ragazza che vive dalle suore. Nel terzo - con una scatenata Claudia Gerini - una famiglia di coatti arricchiti (il figlio adolescente non parla con loro), va in vacanza a Taormina, spargendo mance spropositate e rozzezze assortite.
Bianco rosso e verdone era del 1981. Ventisette anni dopo, non ci si può aspettare originalità dalle maschere e dalle caricature di Verdone: tuttavia, l’autore romano ha ancora qualcosa da dire sul piano dell’analisi sociale, sapendo identificare varie forme di volgarità, da quelle vistosamente esibite (incarnate nei suoi personaggi), a quelle meno evidenti e tuttavia peggiori (segni di questi tempi incanagliti dal denaro e dal culto dell’apparenza).
Leo è l’evoluzione di Un sacco bello, il professor Callisto rimanda al Furio di Bianco rosso e verdone, e Moreno ricomincia dall’Ivano di Viaggi di nozze.
Non è un film imperdibile, ma ho riso spesso, perché a Verdone non manca il senso del ritmo.
scritto alle 12:51
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venerdì, 14 marzo 2008
10) Paul Thomas Anderson, Il Petroliere (7)
Ispirato al romanzo di Upton Sinclair (Petrolio!, 1927), Il Petroliere è un film titanico, su uno dei quei personaggi mossi da un’ossessione inesorabile, “più grandi della vita”. Daniel Day Lewis, fra le interpretazioni de Il mio piede sinistro e Gangs of New York, scava nel cuore di tenebra di questo personaggio, mostrandone la fanatica, disumana continuità, da quand’era un povero cercatore d’argento a quando diventa un ricchissimo misantropo.
È un’accumulazione originaria che fa a pezzi l’Idea di Patria, l’Idea di Famiglia, l’Idea di Religione. Nulla si salva dalla famelica volontà del “cercatore di petrolio” (titolo migliore di quello scelto per la versione italiana, che fa pensare all’oggi anziché all’epoca in cui il film è ambientato).
Day Lewis ha spesso le mani e il viso sporchi: di fango, di morchia, di petrolio, di sangue. Emana avidità. La sua “frontiera” è ingannare il prossimo, comprando terre adagiate su pozzi di petrolio al prezzo più basso, e incantando le folle con ispirati discorsi sul progresso che verrà dalle trivelle.
La sua grandiosa interpretazione rivaleggia solo con la grandiosità della natura, la sconfinata pianura texana, che tanti anni fa ospitò Il Gigante – altra storia di petrolio e dissipazione, con James Dean e Liz Taylor al loro culmine estetico.
Ne Il Petroliere i primi venti minuti sono monumentali; gli ultimi venti mi sono sembrati inutilmente enfatici.
scritto alle 15:12
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lunedì, 03 marzo 2008
9) Marjane Satrapi - Vincent Paronnaud, Persepolis (8)

Mai visto nulla di simile, nell'ambito del cinema di animazione.
Non è un film a doppia lettura, dove i bambini possono seguire un loro filo di pensieri e divertirsi per motivi diversi da quelli che colpiscono gli adulti. Non è un film che usa le figure retoriche occidentali (quella del romanzo di formazione, quella del supereroe con superproblemi, quelle che risalgono alle fiabe di Esopo e all'epica di Omero).
Persepolis è un libro di testo sull'Oriente che non conosciamo e che qualcuno ci mostra solo sotto la forma del Nemico, e invece la storia di questa ragazza iraniana irradia la grazia delle Mille e una notte, e conquista la simpatia attraverso quei coetanei che ballano sulle note di Eye of the Tiger.
L'originalità del film non sta solo nella lingua usata per i dialoghi. Colpisce il minimalsimo dei disegni (monodimensionali come quelli di Bruno Bozzetto o di certi cartoons cecoslovacchi che si vedevano in tv negli anni Sessanta). Disegni quasi tutti in bianco e nero, che guizzano sullo schermo e spiazzano lo spettatore occidentale come i primi film di Kiarostami: penso a quei fiori di gelsomino che ballano in lunghe, lente spirali, a quei profili da bassorilievo egizio, a quelle sagome di donne rese anonime dal chador.
Emergono un formidabile orgoglio per la propria terra e la propria cultura, e una corrosiva ironia sulla gioventù incrociata dalla protagonista in Occidente.
Sono le donne, innanzitutto la nonna e la madre dell'autrice, a conquistare la ribalta, con un coraggio di vivere e una lucidissima lettura della propria dignitosa sottomissione. Davanti allo Scià o ai Guardiani della Rivoluzione.
scritto alle 13:23
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lunedì, 25 febbraio 2008
So di far piacere a tante.
scritto alle 13:17
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lunedì, 18 febbraio 2008
8) Antonello Grimaldi, Caos calmo (6)

In fondo non saprei dire perché non mi è piaciuto; ho avvertito qualcosa di dissonante, una specie di retrogusto falso. Intendiamoci: la storia è forte, l’interpretazione di Moretti è notevole, l’atmosfera è spesso molto densa, a significare una qualità narrativa che non è andata smarrita nel passaggio dalla pagina alle immagini.
E tuttavia mi sembra un film che non colpisce il bersaglio. Spinge a interrogarsi sulla cognizione del dolore, sull’elaborazione del lutto, sulla necessità di riposizionare la propria vita deragliata in seguito a una perdita devastante. È magnifica, per esempio, l’espressione attonita di chi non riesce a sentirlo, il dolore, e se ne rimprovera. E ci sono dettagli commoventi, come il saluto elettronico che il protagonista non fa mancare al bambino down, oppure lo sguardo della bambina al padre prima di fare l'esercizio sull'asse di equilibrio, o ancora la piccola comunità che si avvicina impercettibilmente, giorno dopo giorno, intorno all’ormai famosa panchina. Dell'ancor più famosa scena di sesso, mi ha colpito solo la durata, ma non mi stupisce che possa sembrare gratuita.
Forse il punto critico è proprio Moretti: il pubblico si aspetta la battuta folgorante, l’ironia e il sarcasmo, e cerca questi ingredienti anche dove non ci sono, finendo fuori strada. Moretti è onnipresente, non c'è una scena in cui non appaia, eppure sarebbe servito sfrondare la trama da qualche personaggio di troppo.
scritto alle 13:45
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lunedì, 18 febbraio 2008
Quando E.R. è grande cinema
Forest Whitaker ha una di quelle facce che sei felice se è la faccia di un amico e hai paura se lo scopri nemico. Chi l’ha visto in Smoke e in Ghost Dog, in Bird e in La moglie del soldato, sa di cosa parlo (non è certo un caso se ha vinto l’Oscar come miglior attore per L’ultimo Re di Scozia).
Curtis Haynes è la vittima di un errore diagnostico, avvenuto nel policlinico di Chicago.
Whitaker ha interpretato Haynes nella tredicesima serie di E.R., portandovi una carica drammatica quasi insostenibile.
Haynes era un bravo artigiano, lavorava con le mani, si è ammalato, in ospedale ha avuto un ictus e perso l’uso di una mano, ha fatto causa all’ospedale, l’ha persa, e come una valanga, la vita gli si è sfarinata fra le mani: ha perso la famiglia e il lavoro.
Whitaker è l’attore scelto per far perdere il controllo dei nervi a Goran Visnjic, il dottor Luka Kovac di E.R., colui che, in quell’infernale giornata sovraccarica di malati, si trovò davanti a Curtis e sbagliò a curarlo.
Haynes, per il dottor Kovac diventa una minaccia carica di rancore. E nell’ultima, indimenticabile puntata di E.R. – già piena di tragedie e sentimenti lancinanti - quel rancore finisce per esplodere.
Whitaker riesce a vivificare il suo personaggio, a mostrarne l’impazzimento, a far sentire al pubblico che la vita gli è sfuggita di mano e ciò che ha perso farebbe impazzire chiunque. Il suo umanissimo desiderio di vendetta sottopone il pubblico a uno stress emotivo: tutti vogliono “salvare” Kovac, ma a un certo punto scatta il timore che Haynes rivolga la pistola contro di sé.
Certe puntate di E.R. sono formidabili proprio per questo: la forza della serie non sta tanto nel riuscire a mostrare come l’errore di un medico possa essere irrimediabile: ognuno capisce che è la vita a esserlo, senza rimedio. Per costringere la vita nel format di una serie televisiva, serve una prova d’attore eccelsa. Adesso ho bisogno di rivedere Smoke.
scritto alle 10:11
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venerdì, 15 febbraio 2008
7) Ridley Scott, American Gangster (7)

New York City, primi anni Settanta: sulla Grande Mela plana una fitta coltre di eroina. Nella gestione del nuovo, redditizio mercato, i gangster della comunità nera di Harlem riescono a soppiantare i potenti clan mafiosi, costretti a scendere a patti.
Frank Lucas è all'origine di questo passaggio epocale. Parte da una semplice idea e in breve tempo costruisce un impero: compra l’eroina alla fonte, in Thailandia, saltando ogni intermediazione. Il veicolo sono le bare dei soldati americani che muoiono in Vietnam.
È questa la disincantata versione di Lucas dell’American Dream. Presto riunisce tutta la famiglia in una splendida casa, frequenta Joe Louis, sposa Miss Portorico, evitando accuratamente le luci dei riflettori. Finché arriva sulle sue tracce il tipico poliziotto incorruttibile: Richie Roberts, “giudeo” odiato da gran parte dei colleghi, che prendono mazzette e sgommano al volante di costose coupé.
Il pubblico capisce presto che non ci sarà da scegliere fra buoni e cattivi (soprattutto se fra i cattivi c’è Denzel Washington). E' fin troppo insistito il parallelo fra i modelli di comportamento dei due protagonisti, la loro ambigua dirittura morale. E diventa quasi estenuante l'attesa per il loro incontro.
Ha l’andamento di un classico – tempi dilatati, lunghe preparazioni allo scatto drammatico, attese e scene interlocutorie – questo film di Scott tratto da una storia vera. Rimanda ripetutamente al primo Braccio violento della legge (quello di Friedkin, con Hackman e Schieder), due ore e mezza passano scorrevoli, con alcune scene magnifiche, montaggio e musiche impeccabili. Manca il pathos di The Departed. Le prove d’attore sono maiuscole, ma dubito che Crowe e Washington resteranno nella memoria per questo film.
("Miss Portorico", Lymari Nadal)
scritto alle 13:26
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lunedì, 11 febbraio 2008
6) Julie Taymor, Across the Universe (9)

A metà degli anni Sessanta, Jude (Jim Sturgess) parte dalla fonderia di Liverpool per cercare il padre, un soldato americano che durante la guerra mise incinta sua madre, e poi ripartì per gli Stati Uniti.
Lucy (Evan Rachel Wood) parte dal suo college luminoso e protetto quando arriva la notizia che il fidanzato è morto in Vietnam.
Jude e Lucy si incrociano al Greenwich Village, dove convivono in un appartamento bohemien con Sadie, Prudence e tanti altri. New York è il centro del mondo, Lucy si impegna nel movimento contro la guerra, una scelta che mette in crisi la relazione con Jude. Ma se c’è una cosa di cui possiamo essere certi, è All you need is love.
Fra Hair e Moulin Rouge, ecco una dimostrazione di come il musical abbia margini per rinascere e tornare a sorprenderci. Across the Universe riempie gli occhi e solletica altri sensi: Daniel Ezralow firma coreografie ginniche e coloratissime; la regista è quella di Frida, la sceneggiatura è degli autori di The Commitments, Dick Clement e Ian La Frenais; compaiono Joe Cocker, Bono e Salma Hayek; la trama segue un filo conduttore costituito da 33 canzoni dei Beatles, interpretate dagli attori con arrangiamenti inediti.
Sono uscito dal cinema con alcune sensazioni precise. Che gli anni Sessanta restano una specie di Età dell’Oro nella nostalgia dei Paesi occidentali. Che la musica e i testi dei Beatles possono aprire squarci accecanti, riverberando significati sempre nuovi. Che continuo a emozionarmi davanti a racconti che sfiorano la disarmante vitalità della giovinezza.
scritto alle 13:40
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mercoledì, 06 febbraio 2008
5) Wilma Labate, Signorina Effe (7)

Come spesso accade, è difficile stare all’altezza delle migliori intenzioni. Il film della Labate ha grandi meriti – scelta del contesto, regia non invadente, attenta gestione dei materiali di repertorio, attori perfetti per la parte – ma arriva solo a sfiorare l’eccellenza.
Dipende dal fatto che i due nuclei fondamentali – la storia d’amore e il famoso sciopero del 1980, i 35 giorni alla Fiat – procedono su binari paralleli, e non traggono forza reciprocamente. Tanto più lo sguardo si concentra sulle dinamiche che si innescano nella giovane coppia, tanto più il resto diventa rumore di fondo; mentre quando la scena diventa “di massa”, la storia d’amore si banalizza, perde spessore, assomiglia sinistramente a troppe altre.
Signorina Effe (uno dei titoli più belli degli ultimi anni) vorrebbe essere un’opera sulla presa di coscienza. Di sé, innanzitutto. Del proprio ruolo nel mondo. Di come l’amore possa rappresentare un risveglio. Raggiunge il risultato solo in parte. I momenti migliori sono incidentali: la scena iniziale al reparto presse, per esempio, oppure il pranzo di famiglia intriso di sottintesi. Della sconfitta operaia arriva un senso di dignità e di impotenza.
Il "finale aperto" sulla trasformazione del Lingotto, e di chi ci lavorava, rende malinconici. La sconfitta è talmente profonda, che Filippo Timi e Valeria Solarino non hanno nemmeno la forza per scambiarsi uno sguardo.
 
scritto alle 11:29
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venerdì, 01 febbraio 2008
3) Woody Allen, Sogni e delitti (7)

Titolo sbagliato - che banalizza un ben più incisivo Cassandra's Dream - per questo Allen senza Allen, sulla linea di confine che passa fra Crimini e misfatti e Match Point. Siamo circondati dal Male, dalla sua seduzione: è il messaggio di questi film implacabili, dove spicca un'assenza assoluta, quella della giustizia terrena.
La storia è ben raccontata, c'è la lezione di Hitchcock nel contrasto fra certe insostenibili attese, e il fatto che alcuni momenti topici avvengano fuori scena. Il dilemma morale è sminuzzato con la solita maestria, ma mentre la parte sugli scrupoli "ante" mi è parsa esemplare, la parte sui sensi di colpa "post" mi ha lasciato freddo. Gelido e impietoso risulta lo sguardo alleniano sulla società moderna, un immenso mercato che sollecita speranze di una vita migliore, ma dove i sogni possono essere perseguiti solo a prezzo di terribili tradimenti o, peggio, delitti.
Forse è nella semplice presunzione di inseguirli, i sogni, nella volontà di potenza che sorregge certi sforzi, che sta l'inevitabile caduta agli inferi. Dostoevskji e Shakespeare l'hanno già raccontato, e del resto Allen non è alla ric |