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Rudi.
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mercoledì, 21 settembre 2005

Scrive Eduardo Galeano...

Nel 1532 il conquistatore Pizarro imprigionò l'Inca Atahualpa a Cajamarca. Pizarro gli promise la libertà, se l'Inca avesse riempito d'oro una grande stanza. L'oro arrivò, dai quattro punti cardinali dell'impero, e coprì la stanza fino al soffitto. Pizarro ordinò di uccidere il prigioniero.

Da allora, da quando le prime caravelle comparvero all'orizzonte, fino ai nostri giorni, la storia delle Americhe è una storia di tradimento della parola: promesse non mantenute, patti rinnegati, documenti firmati e dimenticati, inganni, imboscate. "Ti do la mia parola", si continua a dire, ma pochi sono coloro che danno, con la parola, qualcosa di più del nulla.

Non bisognerà forse imparare, come in tante altre cose, dai perdenti? I primi abitanti delle Americhe sconfitti dalla polvere da sparo, dai virus e dai batteri e anche dalla menzogna, condividevano la certezza che la parola fosse sacra, e molti dei sopravvissuti continuano a crederci: "Dicono che noi non abbiamo grandi monumenti -dice un indigeno mapuche, nel sud del Cile -. Per noi la parola continua ad essere il grande monumento".

Nella lingua guaraní, ñe'e significa "anima", e anche "parola": "La parola vale - dice un indigeno avá-guaraní, in Paraguay – perché è la nostra anima. Non abbiamo bisogno di metterla su un foglio di carta, affinché ci credano".

Le culture americane più americane di tutte furono squalificate, da sconfitte, come ignoranti. Perlopiù non avevano scrittura.

L'Iliade e l'Odissea, le opere fondatrici di quella che chiamano cultura occidentale, erano anch'esse state create per una società senza scrittura, e le loro parole volano ogni giorno sempre più in alto. Orale o scritta, la parola può essere strumento di potere o ponte d'incontro. La squalifica aveva, e ha ancora, un'altra ragione più concreta: siamo allenati ad ascoltare e a ripetere le voci del successo.

Per parlare delle voci del successo, vale la pena di menzionare l'importanza che la parola, una sola parola, ha avuto nel corso del recente processo contro i militari che perpetrarono la strage contro la comunità indigena di Xamán in Guatemala. La carneficina ebbe luogo nel 1995, già nel periodo che chiamano democratico, e c'erano un mucchio di prove che incriminavano gli assassini; ma la faccenda rimase lettera morta. La segretaria che trascrisse l'atto processuale aveva commesso un errore di ortografia nella qualificazione penale: scrisse "Esecusione extragiudiziale". Gli avvocati dell'esercito sostennero che quel delitto, scritto così, "esecusione", non esiste. Il magistrato protestò: fu minacciato di morte, e andò in esilio.

scritto da Rudi alle 16:54 | link | commenti
categorie: politica