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Edoardo Salzano, Ma dove vivi? La città raccontata

Corte del Fontego, 2007

 

Edoardo SalzanoScritto da un famoso urbanista - nato nel 1930 e fondatore nel 2003 del sito http://eddyburg.it) - questo libro è comprensibile a tutti, volutamente elementare, nonostante la tecnicità dell’argomento. Possiede la “leggerezza” di cui parlava Calvino. Leggendolo, si capisce quanto l’identità dei luoghi che viviamo contribuisca a determinare la nostra identità di persone.

La tesi fondamentale è che l’urbanistica deve servire a rappresentare “un modo corretto di vivere e trasformare la città, non può vincere se non diventa un sapere diffuso, radicato fin dai primi gradi di apprendimento”. “La città è la casa della società”; perciò deve ritornare a essere intesa come un bene comune, non una merce di scambio monetizzabile e traducibile in denaro, a vantaggio di pochi individui.

 

Edoardo SalzanoLa maggioranza della popolazione mondiale vive nelle città, in Italia la popolazione urbana è quasi il 68%. L’uomo non ha sempre vissuto così; “la città è stata inventata per soddisfare esigenze e funzioni comuni, collettive, sociali”. La bellezza delle città si è irradiata sull’intero pianeta attraverso gli spazi e gli edifici pubblici. Nel tempo le dimensioni delle città sono notevolmente aumentate; in parallelo, si sono affievoliti i valori, le ragioni e le regole della collettività, della comunità in quanto tale, e hanno assunto uno schiacciante predominio le ragioni dell’individualismo.

La città è il luogo in cui soddisfare esigenze che l’uomo non può soddisfare da solo; dunque, la città serve a una gamma molto vasta di interessi, la politica deve selezionarli e privilegiarne alcuni. Si è annebbiata una delle due componenti della natura dell’uomo moderno: la dimensione pubblica. La bilancia si è nettamente spostata sulla dimensione individuale. Questo è dannoso per la città, che può esistere ed essere trasformata positivamente solo se l’uomo si sente ed è cittadino. Le scelte delle amministrazioni locali in materia di politiche territoriali devono avvenire dopo un pieno coinvolgimento delle comunità locali; la partecipazione è l’unico antidoto alla tecnocrazia, orientata dagli interessi più forti.

 

Il primo Piano Regolatore nasce a New York City nel 1811. La città aveva raggiunto i 60.000 abitanti ed era in veloce espansione; i valori immobiliari erano instabili, la nascita di fabbriche nelle zone residenziali ne abbassava il valore. “Il piano regolatore nasce perché il mercato ne ha bisogno”. Alla metà del XIX secolo viene annullata l’edificabilità di un’area corrispondente a circa 150 isolati, viene progettato e costruito Central Park.

 

La città è nata in opposizione al territorio; nel territorio dominava la natura, la presenza dell’uomo era rara, le trasformazioni lente.

Oggi non si può più parlare di città e territorio come di realtà antitetiche; è più corretto parlare di “territorio urbanizzato”, formato da realtà fra loro diverse: in alcune parti l’urbanizzazione è più densa, la presenza umana più forte, la presenza della natura più debole.

La città ha cominciato a esportare parti scomode (prima le fabbriche, poi ospedali, carceri, caserme); dalla metà del XIX secolo è cresciuta l’importanza dei trasporti, il territorio ha cominciato a essere segnato da strade, ferrovie, canali navigabili. In una seconda fase è parso opportuno trasferire fuori dalla congestione urbana anche i contenitori di funzioni che una volta animavano la vita cittadina (discoteche, stadi, grandi centri commerciali).

Da montagne e colline, l’insediamento è “franato” verso la pianura, le città, le coste. “Una parte molto ampia del territorio è uscita dall’economia e dalla società. L’extraurbano è diventato terra di nessuno: luogo d’attesa per l’ingresso, tramite la speculazione fondiaria, nel regno infetto dell’urbano, luogo delle discariche, dell’esportazione degli scarti urbani, residuo esso stesso”. È scomparsa una chiara distinzione fra città e campagna, si è assistito a una perdita d’identità dei luoghi.

 

Nel dopoguerra italiano, il problema abitativo era particolarmente acuto: il già censimento del 1931 aveva rilevato 41,6 milioni di abitanti e 31,7 milioni di stanze; in più c’erano i danni bellici. I governi dell’epoca affidano la ripresa economica alla spontaneità del mercato e in particolare a un grande sviluppo dell’impresa edilizia (attività che richiede pochi investimenti e molta manodopera).

In Italia più che altrove la rendita immobiliare incide pesantemente sul prezzo finale delle case. Per ridurre l’incidenza della rendita sul prezzo delle case, nel 1962 – stagione riformatrice – si è previsto l’esproprio a prezzi agricoli, delle aree che il PRG destina all’edilizia sociale.

 

Salzano esprime un dubbio ragionevole: “Siamo sicuri che le città abbiano proprio bisogno di crescere? Sono queste le richieste dei cittadini? O piuttosto sono le necessità del mercato immobiliare che in Italia non investe in Ricerca e Sviluppo, ma perpetra la speculazione edilizia, moltiplicando i propri capitali in quest’unico indotto chiuso e fine a se stesso”.

Ogni intervento volto a modificare il territorio comporta un dispendio di energia e un aumento dell’entropia: occorre meditare bene l’opportunità di ogni gesto, in termini di necessità effettiva e di reale beneficio per la collettività. Molte scelte sono, di fatto, irreversibili: è meglio utilizzare bene ciò che si ha a disposizione piuttosto che occupare nuovo territorio (meglio ristrutturare che ampliare; ove possibile, decostruire, là dove il limite è già stato superato).

 

Nel paese dell’abusivismo e dei condoni edilizi, si è affermato un nuovo tipo di imprenditore, espressione del mondo della rendita: i cosiddetti “immobiliaristi”, i “furbetti del quartierino”. L’incremento della rendita immobiliare, promosso dalle pratiche di deregulation e di urbanistica contrattata, è stato così consistente da permettere a personaggi squallidi di tentare la scalata a nodi rilevanti del sistema di potere, dalla Banca Nazionale del Lavoro al «Corriere della Sera».

Frutto della stagione di Tangentopoli, “l’urbanistica contrattata” mercifica il bene pubblico: un singolo soggetto decide come trarre il massimo profitto dalla trasformazione di aree, perseguendo obiettivi speculativi che non guardano all’interesse pubblico.

Serve intelligenza per prevedere il futuro, le conseguenze delle scelte; la difficoltà a concepire progetti è un sintomo della crisi della politica, del suo arretramento.

Contraddizioni e ingiustizie possono essere affrontate in vari modi: emarginandone i portatori, cioè espellendo e ghettizzando i soggetti più deboli, oppure trasformando la protesta che nasce dal disagio e dalla sofferenza in una carica di rinnovamento. La prima strada è quella seguita dalle destre italiane, che abbandonano la città al mercato, al potere degli immobiliaristi, alla deregolamentazione, alla rinuncia del potere pubblico. Per la sinistra, non afferrare il nodo della questione urbana significa abdicare a una delle poche possibilità di rappresentare un’alternativa.

Si sostiene che l’intervento pianificato nella città sia di ostacolo allo sviluppo, alla crescita, che faccia fuggire gli investitori; al contrario, un intervento ordinatore crea opportunità di crescita socialmente più produttiva.

 

Per troppo tempo il territorio è stato considerato come uno spazio a disposizione, infinitamente utilizzabile. È passato il dogma che ci sia una connessione ineliminabile tra sviluppo economico dell’economia data (ritenuta l’unica ipotizzabile), crescita di determinate grandezze (quelle misurate con il termometro del PIL), e il mercato (la libertà per qualsiasi proprietario di qualsiasi cosa di farne ciò che vuole); solo il mercato consentirebbe, attraverso la crescita, di conseguire uno sviluppo. Questo dogma è anche molto comodo perché rinunciare alla pianificazione urbana e abbandonarsi alla spontaneità del mercato, riduce la responsabilità del politico.

 

In Inghilterra, la città non può più crescere sul territorio agricolo, ma solo nelle aree dimesse; anche in Italia, occorre limitare l’espansione edilizia. È necessario ostacolare lo sprawl: da alcuni decenni questo termine designa l’espansione incontrollata e disordinata della città, l’invasione della campagna tramite il proliferare della città sul territorio attraverso case e casette, fabbriche e capannoni, strade e parcheggi…

L’autore sfiora infine un ultimo punto. Nelle regioni più ricche tendono a crescere nuove forme di segregazione urbana: “vengono erette frontiere – spesso anche fisiche – che separano le parti delle città abitate da chi possiede un reddito sicuro e quelle abitate da persone i cui diritti e redditi sono precari”.

L’obiettivo è costruire una città e un territorio sostenibili, “tali da soddisfare i bisogni dell’attuale generazione accrescendo la capacità di quelle future di rispondere ai loro”.

Di fronte all’urbanista, oggi, si pongono due ordini di problemi: il primo di tipo tradizionale (rispondere alle esigenze di abitare, muoversi, incontrarsi, disporre di occasioni di lavoro e di svago). E poi ci sono le questioni nuove, che non esistevano quando la città è sorta e si è affermata: la prima è “ambientale” e deriva dalla consapevolezza che lo sviluppo capitalistico minaccia la sopravvivenza del genere umano; la seconda discende dagli effetti provocati dalla globalizzazione (squilibri tra i continenti, i paesi e i ceti).

 

Della breve antologia conclusiva fanno parte brani di Lucrezio Caro, Frederich Engels, Matilde Serao, il capo pellerossa Sealth, Lewis Mumford, Antonio Cederna, Piero Bevilacqua e Italo Calvino.

scritto alle 12:08 | link | commenti
in: politica, letture
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Sta in una tavola di Doonesbury e mi sembra un'ottima domanda: «Scrivere blog non è sostanzialmente una cosa da sfigati rosiconi semidisoccupati che non hanno abbastanza talento o sono troppo pigri per fare i giornalisti sul serio?»
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