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Sergio Giuntini, Pugni chiusi e cerchi olimpici, Odradek, 2008

 

Pugni chiusiLo storico Sergio Giuntini ricostruisce il momento in cui entra in crisi l’idea della neutralità dello sport, a partire dall’anno più simbolico dell’intero Novecento: il 1968, con i suoi riverberi nel decennio successivo. Lo fa con una notevolissima dote di aneddoti, alcuni dei quali davvero sorprendenti.

La Repubblica Popolare Cinese entra nel CIO il 25 ottobre 1979. L’8 novembre 1970 un atleta cinese, la “guardia rossa” Ni Chih-Chin, ottiene la miglior prestazione mondiale di salto in alto, record mai omologato dalla IAAF (Federazione Internazionale di Atletica Leggera): il salto di 2,29 metri è ottenuto alla seconda prova davanti agli ottantamila spettatori dello Stadio del Lavoro di Shanghai.

Per incoraggiare il saltatore che aveva fallito il primo tentativo, il pubblico declama questa massima maoista: “Sii risoluto, non piangere sul sacrificio, oltrepassa tutte le difficoltà fino alla vittoria finale. Distendi il tuo pensiero e cospargilo di petali di rosa”. Sempre secondo le narrazioni, Ni Chih-Chin avrebbe così commentato la propria impresa: “Se i miei salti andassero in alto quanto i pensieri del Presidente Mao, ci vorrebbe la gru dei pompieri per misurarli”.

George Foreman, vincitore nel 1968 del titolo olimpico dei pesi massimi (sconfigge il sovietico Ionas Cepulis), festeggia la vittoria sventolando una piccola bandiera a stelle e strisce. Gesto molto apprezzato e citato da Richard Nixon, candidato repubblicano alla presidenza. 

Il 29 novembre 1970 «La Gazzetta dello Sport» pubblica un lungo articolo intitolato “I capelli (lunghi) non fanno classifica”. Vengono identificati tutti i “capelloni” che giocano in Serie A; da questo censimento emerge il primato della Fiorentina con 8 (Berni, Chiarugi, Ferrante, Gennari, Macchi, Mariani, Merlo, Vitali); segue la Roma con 5 (Amarildo, Bet, Cordoba, Salvori, Bob Vieri); Lazio 4 (Chinaglia, Governato, Massa, Ferruccio Mazzola); Milan 4 (Combin, Prati, Rognoni e Villa); Catania 3 (Bernardis, Limena, Vicentini); Inter 3 (Bedin, Bellugi e Boninsegna); Napoli 3 (Improta, Juliano e Zurlino); Torino 3 (Poletti, Rampanti, Zecchini); Varese 3 (Brignani, Carelli, Rimbano); Bologna 2 (Pace e Roversi); Juventus 2 (Anastasi e Novellini); Cagliari 1 (Lesca); Vicenza 1 (Santin); Foggia e Sampdoria 0.

 

Nel 1964 avviene l’incontro di Cassius Clay con i Mussulmani Neri, i Black Muslims di Elijah Muhammad. Il 28 aprile 1967, quando Muhammad Alì si presenta al Distretto militare di Houston per pronunciare il rifiuto alla guerra in Vietnam, all’esterno dell’edificio si svolge una manifestazione di studenti della Texas Southern University che gridano questi slogan “Noi non siamo andati! Non andare tu! Resisti fratello! Siamo tutti con te!”.

Precursore del rap, l’Alì renitente alla leva risponde così a chi gli chiede conto della scelta: “Chiedetemelo pure insistentemente / la guerra in Vietnam è un problema urgente / ma io contro i vietcong / non ho proprio niente”.

 

Durante le Universiadi di Tokyo, il 3 settembre 1967 Tommie Smith rivela a un giornalista giapponese l’ipotesi che molti atleti afroamericani possano rinunciare ai Giochi di Città del Messico. Nel marzo 1968 la rivista «Life» pubblica un sondaggio effettuato tra gli atleti universitari di colore che conferma la tendenza maggioritaria al boicottaggio. Il 4 aprile 1968 viene assassinato il reverendo King.

Al termine delle prove selettive (trials) per i Giochi, svolte a Los Angeles il 29 e 30 giugno 1968, 36 atleti neri mettono ai voti la decisione di partecipare ai Giochi: finisce 24 a 12; per non spaccare la coesione del movimento, anche i dissenzienti accettano di partire.

 

Con l’ascesa al potere nel 1958 di Charles de Gaulle, lo sport francese viene assorbito nell’orbita strategica del gollismo.

Maurice Herzog, nel 1959, ha l’incarico di Commissario allo Sport puntando sulla centralizzazione e uno stretto controllo dall’alto del settore. Herzog pone le federazioni sportive sotto la tutela del governo, ma questa politica fallisce al banco di prova delle Olimpiadi di Roma, dove la Francia conquista solo una medaglia d’oro.

Ai vertici dello sport francese viene allora collocato il colonnello Marceau Crespin, capo istruttore degli elicotteristi in Indocina dal 1952 al 1955, poi comandante dell’aviazione leggera in Africa del nord. Dal febbraio 1961 Crespin è il responsabile unico della preparazione olimpica, nonché segretario del Consiglio Nazionale degli Sport; nell’agosto 1967 viene nominato direttore generale del Dipartimento dell’Educazione fisica e sport di Francia.

 

Avery Brundage: “nemico inflessibile del professionismo, l’integerrimo depositario d’una visione dello sport olimpico cristallizzata e asettica, integralisticamente neutralistica, e più decoubertiniana del medesimo barone Pierre de Coubertin. Un soggetto che, in fatto di autonomia e presunta apoliticità dell’olimpismo, coltivava idee ultraconservatrici se non reazionarie. Dopo la strage degli atleti israeliani a Monaco di Baviera, Brundage pronuncia la famosa, lugubre frase: “The Games Must Go On”. Nato a Detroit il 28 settembre 1887 dopo aver gareggiato nel pentathlon e nel decathlon alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 ed essere stato campione americano di prove multiple nel ‘14, ‘16 e ’18, Brundage dirige l’AAU (Amateur Athletic Union) e, fino al 1954, il Comitato Olimpico degli USA. Membro del CIO dal 1936, vice presidente dal 1945, ne diviene presidente nel 1952 e vi resta per un ventennio.

 

Sempre nel Sessantotto viene fondato il sindacato dei calciatori (AIC, Associazione Italiana Calciatori): avviene il 3 luglio presso gli uffici del notaio Barassi, a Milano. A firmarne l’atto costitutivo Sereni, Mupo, Giacomo Bulgarelli, Giancarlo De Sisti, Giacomo Losi, Gianni Corelli, Sandro Mazzola, Enrico Castano, Gianni Rivera e Seggio Campana – avvocato civilista che aveva giocato mezzala nel Vicenza e nel Bologna. Il 3 maggio 1969 l’AIC proclama il primo sciopero, poi revocato. La motivazione è abrogare la norma che permetteva alle società di calcio di ridurre del 40% il salario a quei calciatori che non avessero raggiunto un minimo di venti presenze in campionato.

 

La strage di Piazza delle Tre Culture, nel quartiere di Tlatelolco, si sviluppa per due ore e mezzo davanti a molti testimoni stranieri (fra cui Oriana Fallaci, inviata de «L’Europeo», colpita alle gambe da tre proiettili).

La piazza viene circondata, le autoblindo bloccano le vie d’uscita, più di diecimila persone, in maggioranza studenti e madri, si trovano in trappola. Alle 18.20 partono i primi colpi di mitragliatrice. Le vittime del 2 ottobre furono diverse centinaia, le autorità fornirono la cifra di 29 morti, ma decine di corpi non furono mai ritrovati. Inchieste giornalistiche hanno concluso che quei cadaveri furono cremati in qualche caserma. Il presidente Gustavo Diaz Ordaz, al potere dal 1964, prima negò la strage, poi la ridimensionò, infine venne costretto ad ammettere che era stata eseguita da un gruppo paramilitare, il Battaglione Olympia, che agiva in borghese ma era identificabile per un guanto bianco di riconoscimento. A stabilire l’intensità della repressione era stato il ministro Echevarrìa, che succederà a Diaz Ordaz alla presidenza della repubblica.

 

A presiedere il comitato organizzatore delle Olimpiadi romane, le XVII dell’era moderna, viene designato Giulio Andreotti, già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nei governi De Gasperi e Pella (dal 1947 al ’53), con delega allo sport e allo spettacolo.

Nell’estate del 1960 l’atmosfera politica è tumultuosa. A Genova, i “ragazzi con le magliette a strisce” sono i protagonisti di una grande mobilitazione antifascista, contro il governo Tambroni, monocolore Dc con il sostegno determinante del Msi, rimasto in carica dal 25 marzo 1960 al 26 luglio.

Il 5 luglio a Licata, nell’agrigentino, la polizia spara e uccide un operaio; il 7 luglio, a Reggio Emilia, polizia e carabinieri sparano sulla folla, uccidendo cinque manifestanti; altre cinque vittime restano sull’asfalto al termine delle successive manifestazioni di Palermo e Catania.

Il 6 luglio, a Roma, la manifestazione antifascista è fatta oggetto di una carica da parte dei carabinieri a cavallo, nei pressi di Porta San Paolo; rimane ferito anche il direttore de «L’Unità», Pietro Ingrao.

A capitanare i carabinieri a cavallo è Raimondo D’Inzeo, che il 7 settembre vince una medaglia d’oro nell’equitazione.

scritto alle 10:47 | link | commenti
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Sta in una tavola di Doonesbury e mi sembra un'ottima domanda: «Scrivere blog non è sostanzialmente una cosa da sfigati rosiconi semidisoccupati che non hanno abbastanza talento o sono troppo pigri per fare i giornalisti sul serio?»
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