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FUORIGIOCO, 15 - La disfatta elettorale avrà conseguenze incalcolabili. In questo piccolo spazio sportivo, mi limito a riprendere una frase di Joyce Carol Oates, scrittrice americana con la passione per la boxe: “Se il pugile è stato atterrato da un colpo che non ha visto arrivare, come può sperare di riuscire a proteggersi la prossima volta?”. Non avendo visto arrivare il pugno, sarà ancora più difficile rialzarsi dal tappeto.
Fra gli effetti prevedibili del trionfo berlusconiano c’è l’azzeramento della nuova disciplina sulla gestione dei diritti televisivi. Dopo anni di gestione diretta, da parte delle singole società di calcio, il governo Prodi aveva cercato di riportare la gestione in ambito collettivo (un unico contratto fra tv e Lega calcio) a partire dalla stagione 2010-11, con l’obiettivo di limitare lo strapotere dei più ricchi (Juventus, Milan, Inter e Roma). Oggi fra le grandi società e le piccole c’è un rapporto di 10 a 1, nella spartizione delle risorse provenienti dalle tv; con la riforma, lo squilibrio si sarebbe ridotto (4 a 1).
Solo una distribuzione più equa della torta televisiva – prima fonte di entrate per le società calcistiche - può ripristinare un minimo di equilibrio competitivo. Ma questo valore “riformista” andrà rinviato a tempi migliori, sul carro di Berlusconi saliranno quelli che contano: oltre al suo Milan, anche Juve, Inter e Roma sono interessate a mantenere l’attuale situazione, il Napoli può facilmente essere attratto in questa alleanza, e forse anche Fiorentina e Lazio verranno cooptate fra le “grandi”. Sulla linea berlusconiana si collocheranno anche Sky e Mediaset (la Rai è ormai fuori mercato), che con la contrattazione collettiva rischiavano di pagare di più il prodotto calcio. La restaurazione dell’ancien regime pallonaro non troverà ostacoli.