16) Jason Reitman, Juno (7)

Film intelligente, con momenti di estrema gradevolezza e una giovanissima attrice (Ellen Page) che sembra impossibile abbia solo recitato.
E tuttavia Juno mi sembra troppo celebrato per i suoi, pur indiscutibili meriti. Il record d’incasso degli ultimi anni per i lungometraggi indipendenti forse deriva dall'infuocato dibattito sull’aborto, ma un successo così fragoroso mi resta incomprensibile.
La forza del film sta nei dialoghi; non a caso ha vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale, scritta dalla ex spogliarellista Diablo Cody (una che deve aver letto e riletto i Peanuts fino allo sfinimento).
La gravidanza indesiderata della sedicenne Juno è affrontata come non si era mai visto prima. Con leggerezza e ironia. La provincia americana (in questo caso il Minnesota) è mostrata nelle sue immodificabili ritualità, quasi un controcanto degli incubi di Lynch.
A fare da punteggiatura allo scorrere delle stagioni è l'allenamento alla corsa dei ragazzi in maglia arancione, mentre l’irruzione della realtà fa deflagrare la coppia apparentemente perfetta, quando il desiderio di adottare un bambino esce dall'astratteza e diventa evento corporeo e ravvicinato.
Al trentenne regista di Thank You For Smoking va dato il merito di aver scelto uno stile anticonvenzionale, evitando le trappole del sentimentalismo e del politicamente corretto.