Siccome i miei articoli per Le Monde Diplomatique non sono usciti nell'edizione italiana - abbinata a il manifesto - li sottopongo a chi abbia tempo e voglia di leggerli. Unica avvertenza, li ho consegnati il 3 marzo. Mai come in questo caso sono graditi i commenti...

Da quando Akira Kurosawa ci ha mostrato Rashomon, sappiamo che una verità è meno spettacolare di quattro o cinque punti di vista. In politica, poi, stabilire che la verità è una sola e indiscutibile, può preludere ad atteggiamenti totalitari e mortificanti. Perciò, sull’origine del nuovo soggetto politico “unitario e plurale” chiamato Sinistra Arcobaleno, la cui nascita coincide con una delicatissima prova elettorale, è il caso di accostare vari punti di vista. Frammenti di verità contraddittorie, unificati da una parola-chiave: sconfitta.
Impossibile negare che Sinistra Arcobaleno sia il tentativo di rispondere a una profonda sconfitta, avvenuta nella dimensione del governo e nella pratica delle alleanze; a sinistra del Partito Democratico (Pd) si è raggruppato un insieme di forze con evidenti difficoltà nel rinnovare l’analisi della società italiana e nel ricostruire un proprio radicamento sociale. L’accidentato percorso di costruzione di un nuovo soggetto politico ha preso impulso da almeno tre fattori: 1) la caduta del governo Prodi e il giudizio fortemente negativo dell’elettorato di sinistra sull’esperienza governativa; 2) la nascita del Pd, con la fascinosa modernizzazione imposta da Walter Veltroni; 3) la necessità di aggregare una massa critica, in termini di elettori e di struttura organizzata, per reggere alle prevedibili modifiche della legge elettorale. Non ha torto chi parla di scelta necessitata, e coglie il carattere opportunistico con cui alcuni fra i soci fondatori sembrano vivere la nuova impresa. Parliamo dei gruppi dirigenti di tre partiti (Prc, Pdci, Verdi) e un movimento politico (Sd).
Per le forze a sinistra del Pd, che pure disponevano di una delegazione parlamentare di quasi 150 fra deputati e senatori, si è rivelato impossibile spostare gli equilibri politici e i rapporti sociali utilizzando la leva del governo. All’impopolarità del governo, sancita da rovinose elezioni amministrative e dai sondaggi sulle intenzioni di voto, si è aggiunta la consapevolezza di essere considerati una riserva di voti, prigioniera sulla base di un ricatto ripetuto ossessivamente: se cade Prodi torna Berlusconi. Chi aveva votato per l’Unione sperando in profonde riforme e nuovi rapporti sociali, ha verificato come il governo non sia riuscito a mantenere le promesse, riproponendo la tradizionale politica dei due tempi – prima il risanamento, poi la giustizia sociale - con decisive parti del programma rimaste inapplicate. Questa delusione, che può aver preso la strada dell’astensione dal voto, risale alla passività indotta dal sostegno a un “governo amico”, per difendere il quale sono state sospese o silenziate le lotte sociali, per la pace, contro le grandi opere, per i diritti civili. Intanto, da più parti veniva sollevata una critica al deficit di democrazia all’interno dei partiti, con la loro inesorabile tendenza all’appiattimento istituzionale e alla governabilità a qualunque costo.
L’azione del governo ha effettivamente migliorato i conti pubblici, anche grazie a un forte impegno contro l’evasione fiscale, ma nell’economia reale sono cresciute le disparità e le ingiustizie. La società italiana si è parcellizzata fino a divenire “poltiglia… mucillagine”, con un disincanto generalizzato verso le forme della politica e la possibilità di cambiamento. Quindici anni dopo Tangentopoli, lo spirito pubblico è apparso avvilito dalla costosa inconcludenza della politica e dal riemergere di fenomeni di corruzione. È esplosa una nuova questione sociale, frutto della precarizzazione del lavoro subita da larghe fasce di giovani, aggravata dal blocco decennale di salari e pensioni, con un’inflazione reale, legata ai beni di prima necessità, almeno doppia rispetto ai dati ufficiali. Nello stesso tempo, il centrosinistra non ha retto alla prova dei temi eticamente sensibili: si è assistito a una regressione sul piano dei diritti civili e della laicità dello Stato, valori come l’autodeterminazione della donna sono stati messi in discussione da ripetuti interventi dei Vescovi.
La fondazione del Pd e, più ancora, la sterzata imposta da Walter Veltroni con la decisione di presentarsi da solo alle elezioni, ha prodotto una scossa tellurica. In poche settimane, il profilo autosufficiente dei Democratici ha sconvolto l’intera mappa politica: la Casa delle Libertà è stata chiusa e Berlusconi ha estratto dal cilindro un nuovo progetto, il Popolo della Libertà (Pdl), convinto di poter occupare direttamente il centro della scacchiera, persino rinunciando all’alleanza elettorale con l’Udc di Casini e l’Udeur di Mastella. Scosse altrettanto violente si sono prodotte sul lato sinistro dello schieramento: l’Unione - l’alleanza tra la sinistra cosiddetta moderata e la sinistra cosiddetta radicale, evoluzione dell’Ulivo del 1996 - è stata liquidata, e Romano Prodi, alla guida del governo per l’ordinaria amministrazione, si è trincerato dietro un assordante silenzio.
Veltroni e Berlusconi hanno manifestato pulsioni simili, cercando di imporre uno schema tendenzialmente bipartitico, imperniato sui concetti di “semplificazione del quadro politico”, “vocazione maggioritaria” e “voto utile”. Molti commentatori hanno fatto notare come i due leader abbiano cercato di trasformare le elezioni in una corsa a due; in questo, hanno approfittato del sostanziale appoggio della grande stampa, a cui è piaciuto lo schema dei duellanti che si rincorrono (e rispecchiano) negli slogan e nei sondaggi. Un aspetto non secondario della comunanza di interessi fra Pd e Pdl si è manifestato nella delicata gestione degli spazi televisivi sulla tv pubblica, secondo la logica della cosiddetta “par condicio”: l’unica parità di trattamento a cui Pd e Pdl sono parsi interessati è quella che li riguarda direttamente, sacrificando a questo scopo la visibilità degli altri competitori politici.
Quanto alle scelte più simboliche – i nuovi candidati, a cui è stato assicurato un seggio parlamentare – Veltroni ha giocato con estrema spregiudicatezza, quasi a confermare la felice intuizione umoristica del “ma anche”, accostando il vicepresidente dei giovani industriali e l’unico operaio sopravvissuto alla catastrofe della Thyssen-Krupp, l’operatrice di un call center e il grande imprenditore manifatturiero. Analogo equilibrismo, il leader del Pd ha tentato di esprimerlo sui temi etici, volendo minimizzare la difficile convivenza fra cattolici teodem ed esponenti Radicali.
Nel momento in cui scrivo, una rimonta del Pd che rimetta in discussione la vittoria del Pdl appare inverosimile. È inevitabile che l’azzardo di Veltroni verrà valutato diversamente a seconda dell’esito delle urne: se riuscirà a ribaltare un pronostico che sembrava segnato, conquisterà una leadership inattaccabile per lungo tempo. Se questo non gli riuscirà, il prezzo potrebbe essere assai alto: i Democratici sarebbero ridotti a un ruolo di opposizione numericamente consistente ma politicamente marginale, stretti fra la Sinistra Arcobaleno e la “cosa bianca”. Veltroni ha scelto di giocare d’azzardo: se vincerà, sarà il suo trionfo; se perderà, sarà una disfatta senza precedenti per tutta la sinistra italiana (in via subordinata, contando sul “voto utile”, può sperare di ridurre ai minimi termini le forze alla sua sinistra).
La storia della sinistra italiana è costellata di divisioni e scissioni: perciò, l’unità trovata nella Sinistra Arcobaleno va valutata come un segnale in controtendenza. Tuttavia, la presentazione della lista unitaria non può far dimenticare le lacerazioni all’interno dei soci fondatori. Dal Prc si sono staccati due gruppi (il Partito Comunista dei Lavoratori, che ha candidato Marco Ferrando, e i trotzkisti di Sinistra Critica, che hanno posto a capolista Flavia D’Angeli). Dai Verdi è uscita una componente, maggioritaria in alcune realtà territoriali, che ha trovato casa nel Pd, autodefinendosi come “l’ambientalismo del sì”. E dalla Sd si sono allontanati alcuni dirigenti verso la Costituente Socialista, mentre altri (provenienti da incarichi sindacali nella Cgil) hanno fatto retromarcia e sono rientrati nel Pd.
Le elezioni hanno sorpreso la Sinistra Arcobaleno in mezzo al guado e una campagna elettorale non è certo il momento più favorevole per costruire un nuovo progetto politico: “La sinistra è afona per due motivi. Per la voragine dell’esperienza di governo non ripensata (e un lutto non rielaborato è velenoso come ogni «rimosso»). E per un ritardo culturale pesante nell’analisi della società. Anche se comprendo che è difficile affrontare questi temi in una campagna elettorale in cui lotti per la sopravvivenza”.
L’unità elettorale è apparsa indispensabile, pena l’irrilevanza di ogni singola forza, le singole identità ridotte a feticcio per nascondere l’incapacità di ottenere risultati. Ma qualcuno è apparso più preoccupato di proporre una logica di resistenza - evitare l’estinzione della sinistra, la sua residualità nelle aule parlamentari - piuttosto che interessato a costruire qualcosa di nuovo. Nei gruppi dirigenti dei partiti si sono manifestate perplessità e ostilità verso il processo unitario: non manca chi ritiene di poter oltrepassare il passaggio elettorale e ricominciare come prima, marcando il terreno con la propria identità irriducibile e separata. Solo la chiusura delle urne potrà portare qualche chiarimento sulla sorte della Sinistra Arcobaleno: fra chi la intende come il punto di partenza per un rapido approdo al partito unico, sul modello della Die Linke tedesca, chi vuole limitarla a una semplice alleanza elettorale, e chi ipotizza un modello federativo nel quale i singoli partiti abbiano un coordinamento a livello parlamentare e degli Enti Locali, ma continuino a vivere una vita propria.
Sinistra Arcobaleno è precipitata sul mercato politico con una buona dose di improvvisazione, dovendo affrontare la prova elettorale con molte variabili problematiche: 1) un simbolo nuovo, da far conoscere, e un inevitabile prezzo da pagare per la rinuncia a simboli storici come la Falce e martello e il Sole che ride; 2) una leadership provvisoria, nella quale il candidato premier Fausto Bertinotti si è autodefinito una “levatrice” del nuovo soggetto politico, assumendo il ruolo con la massima visibilità per il solo periodo della campagna elettorale; 3) una minima apertura delle liste alla società civile, per i ristrettissimi margini di tempo, nella certezza di veder ridotto drasticamente il numero degli eletti, e con la necessità di rappresentare con un certo equilibrio i quattro soci fondatori; 4) un’identità politica e programmatica ancora incerta, evidenziata dalle divisioni nei voti parlamentari fino al termine della legislatura: lo stesso programma elettorale è stato redatto in ambiti circoscritti, con una scarsa capacità di coinvolgimento dei movimenti sociali e della sinistra fuori dai partiti.
Molte attese erano state suscitate dagli “stati generali della sinistra e degli ecologisti”, svolti l’8 e 9 dicembre all’interno della nuova Fiera di Roma; le elezioni anticipate apparivano possibili, ma tutt’altro che certe, anche i fautori del processo unitario pensavano di poter disporre di tempi che si sono rivelati effimeri. Sembrava aprirsi uno spazio politico rilevante: “Quel che unisce tali forze è la Questione Sociale, che sembrava un relitto dell’Ottocento-Novecento e invece fa di nuovo apparizione. Le sfide non sono quelle di ieri, i mezzi toccherà reinventarli, ma le iniquità non sono meno dolorose: lavoro precario, spese sanitarie esorbitanti per i deboli, impoverimento degli anziani, stragi di lavoratori in fabbriche obsolete come quella avvenuta a Torino, prezzi alimentari sempre più alti da quando Cina e India consumano di più, il clima distrugge sul nascere i raccolti, e l’energia si fa rara e costosa. Sono questioni sociali anche queste, sempre che si voglia guardare, dietro poltiglie e mucillagini, le persone come vivono e sperano”. Barbara Spinelli non mancava di esprimere scetticismo sulle capacità di effettivo rinnovamento dei gruppi dirigenti della Sinistra Arcobaleno: “Indagando sui conflitti francesi mi è stato detto che «la sinistra non ha futuro quando lo Stato non ha soldi», e una risposta a questa sfida ancora non esiste”.
Chi era presente nella grande sala della Fiera di Roma, non ha dubbi su quale sia stato il momento topico: poco dopo le 11 del mattino del 9 dicembre, mentre stava concludendo il suo intervento Nichi Vendola, ripetutamente interrotto dagli applausi, il grande schermo alle spalle degli oratori ha rimandato l’immagine di Pietro Ingrao, che stava entrando nella sala. L’applauso è diventato incontenibile, commovente: la voce di Ingrao è stata coperta da un boato impressionante quando ha insistito sulla necessità storica di fare presto.
Dopo il voto, sarà inevitabile ripartire da Ingrao e da Vendola: il futuro della Sinistra Arcobaleno potrà essere edificato sulle macerie elettorali – sopra il 10%, si prosegue: sotto, ci si torna a dividere –, ma non sullo stato di necessità. Successo o fallimento dipendono dalla capacità di riallacciare rapporti con i tanti (pulviscolari, tematici, locali) soggetti che anche negli anni del governo Prodi hanno cercato di far vivere un punto di vista irriducibile con il modello liberista. Quelli che, dopo il big bang di Genova 2001, hanno insistito nella ricerca di “un altro mondo possibile”, conducendo iniziative contro le basi militari, per il diritto alla casa, contro gli impianti di smaltimento di rifiuti, contro grandi opere energivore e distruttrici del territorio. Sinistra Arcobaleno dovrà mostrarsi capace di attrarre un “quinto partito”, formato dai tanti senza partito dispersi a sinistra.

Ottantatré settimane sul filo del rasoio
Il secondo governo Prodi comincia il 17 maggio 2006 e finisce il 24 gennaio 2008: cronologia dei fatti che hanno segnato la legislatura più breve nella storia italiana
Interminabile ed estenuante, la notte fra lunedì 10 e martedì 11 aprile 2006: lo spoglio elettorale si prolunga molto più del previsto e le distanze fra le due coalizioni diventano minime (alla fine, circa 24 mila voti). Per l’Unione – la coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi – sono ore snervanti, la vittoria annunciata da tutti i sondaggi si trasforma in un incubo: a un certo punto, dai dati ufficiali, pare che le maggioranze alla Camera e al Senato siano di segno opposto. Il palco per la festa, a Roma in piazza Santi Apostoli, rimane vuoto fino a notte fonda. Nessuno sa dove sia Prodi, nessuno sa che l’allora ministro dell’Interno Pisanu si è recato a casa di Berlusconi nelle ore in cui lo spoglio dei risultati procede con inquietante lentezza. Per mesi, il Cavaliere parla di brogli elettorali, negando al vincitore la classica telefonata di congratulazioni; più di un anno dopo, l’indagine parlamentare conferma la regolarità dello scrutinio. Oltre a una larga maggioranza alla Camera, l’Unione può contare su una striminzita maggioranza al Senato, grazie al voto decisivo di quattro senatori eletti all’estero.
La vittoria con il minimo scarto ha effetti vistosi sui tempi e sui numeri del nuovo governo. Il giuramento dei ministri avviene quaranta giorni dopo. Per prima cosa gli eletti devono provvedere alla nomina dei presidenti dei due rami del Parlamento e del Presidente della Repubblica, che subentra a Carlo Azeglio Ciampi. Il centrosinistra fa pesare i numeri e occupa tutte le caselle con Fausto Bertinotti (Rifondazione Comunista) alla Camera, Franco Marini (Margherita) al Senato, Giorgio Napolitano (Democratici di Sinistra) al Quirinale.
Napolitano affida l’incarico a Prodi, che il giorno dopo scioglie la riserva: la foto di gruppo, il 17 maggio 2006, comprende 99 fra ministri, viceministri e sottosegretari, quasi un record. Il record (appartenuto a uno dei tanti governi Andreotti) viene battuto qualche settimana dopo, quando la compagine ministeriale raggiunge quota 102.
Con un capovolgimento sorprendente, forse dettato dal timore di scomparire dalla scena politica, Silvio Berlusconi propone di fare come in Germania: l’esempio di Angela Merkel alla guida di una Grande Coalizione, serve da modello per una non meglio precisata ipotesi di “larghe intese”. Dal lato opposto dello schieramento, la risposta è sbrigativa; molti mesi dopo, Massimo D’Alema ammetterà che si è trattato di un errore.
All’epoca, Prodi sembra baciato dalla buona sorte: nella favolosa estate 2006, il centrosinistra vince le elezioni amministrative, stravince il referendum costituzionale, e l’Italia conquista il campionato del mondo di calcio. Mentre il premier si fa fotografare sollevando al cielo la Coppa, l’interrogativo è su chi erediterà la guida del centrodestra, con il Cavaliere che sembra ormai fuori gioco. Invece, la luna di miele del governo con il Paese sta già finendo.
Uno dei primi atti del Parlamento, approvato a larghissima maggioranza, è l’indulto: dalle carceri, vergognosamente sovraffollate, esce un numero imprecisato di persone. A questo provvedimento umanitario, l’opinione pubblica si rivela nettamente contraria, la domanda di sicurezza si sta facendo sempre più forte.
Cominciano le polemiche interne alla maggioranza: prima sul rifinanziamento della missione militare in Afghanistan, poi sul cosiddetto Piano Rovati, e quando arriva il momento di predisporre la Legge Finanziaria, Prodi e il ministro dell’Economia Padoa Schioppa, confezionano una legge di bilancio particolarmente rigorosa - 33 miliardi di euro di tagli - rinviando tutte le scelte che avrebbero potuto compiacere l’elettorato di centrosinistra. Singolare paradosso: mentre i commentatori politici e il centrodestra descrivono un governo profondamente condizionato dalla “sinistra radicale”, la realtà ha tutt’altro segno. Il peso della sinistra sul governo si rivela inconsistente, la riforma delle leggi sull’immigrazione e sul mercato del lavoro si allontana nel tempo, le leggi sul conflitto di interessi e sul pluralismo nell’informazione iniziano a sprofondare nella palude parlamentare. Era prevedibile che una coalizione composta da tanti partiti faticasse a trovare sintesi condivise, diventa chiaro che le scelte per il risanamento economico prevalgono su quelle finalizzate all’equità sociale.
Le continue schermaglie all’interno del Consiglio del ministri costringono a riesumare il “vertice di maggioranza”. E il consenso precipita: Prodi viene fischiato da alcuni visitatori della Fiera di Bologna, i dirigenti sindacali vengono fischiati nelle assemblee alla Fiat Mirafiori, il centrodestra porta un milione di persone a manifestare a Roma, in piazza San Giovanni. Cominciano a moltiplicarsi i “malumori dei centristi”, una piccola pattuglia di senatori decisivi per la sopravvivenza del governo.
Il 10 e 11 gennaio 2007 il governo mette in scena un nuovo vertice di maggioranza nello strepitoso scenario della Reggia di Caserta. Finisce con un decalogo di priorità in cui non trovano spazio le richieste della sinistra; in particolare, il disegno di legge sulle coppie di fatto – uno dei punti qualificanti del programma dell’Unione - è rinviato a data da destinarsi. Per limitare la cacofonia polemica, si stabilisce che i ministri parlino meno e che in caso di dissenso sia Prodi a decidere. Appena un mese dopo, il governo cade.
Il pretesto è il raddoppio della base militare americana di Vicenza: incurante delle proteste della popolazione vicentina, Prodi conferma il sì al raddoppio, ma il 21 febbraio il Senato boccia la relazione di D’Alema sulla politica estera. Il premier, che aveva caricato quel voto di molta enfasi, è costretto a dimettersi. Tre giorni dopo, ottiene il reincarico; secondo il presidente Napolitano, non c’erano alternative. L’unica novità è il passaggio dall’opposizione alla maggioranza del senatore Marco Follini.
Intanto, un rilevante fatto politico prende corpo nelle librerie: due giornalisti del «Corriere della Sera» pubblicano «La Casta», denunciando i privilegi della classe politica e il costo esorbitante causato dall’invadenza dei partiti nella pubblica amministrazione. Il libro incontra un successo straordinario e diventa, al di là delle intenzioni degli autori, il manifesto della cosiddetta “antipolitica”. Le dimensioni di questo sentimento popolare diventeranno evidenti a settembre, con il V-Day lanciato dal comico Beppe Grillo: in quasi duecento piazze italiane, l’invettiva moralizzatrice colpisce Prodi e il centrosinistra almeno quanto Berlusconi e il centrodestra. Il premier dice di condividere l’obiettivo di tagliare i costi della politica e il numero dei ministri, ma gli equilibri parlamentari sono appesi a un filo e anche questi annunci restano pie intenzioni.
Il terreno smotta sotto i piedi del governo quando un gruppo di esponenti cattolici di entrambi gli schieramenti, con la benedizione della Conferenza Episcopale, promuove il Family Day: il 12 maggio si svolge una manifestazione imponente, a cui oltre a Berlusconi, Fini e Casini, partecipano ministri e dirigenti del centrosinistra. Il Disegno di legge sulle coppie di fatto viene definitivamente affossato. Intanto, è partita la campagna per la raccolta delle firme sui referendum elettorali, e anche alcuni ministri sostengono questa iniziativa, che si rivelerà fonte di forti tensioni all’interno della maggioranza. Nessuna sorpresa, dunque, quando nelle elezioni amministrative, l’Unione vede scendere il consenso ai minimi termini; l’estrema sinistra dimezza i voti. Chi continua a scommettere sulla durata del governo, può farlo solo per assenza di alternative.
Arriva a compimento il lungo percorso di costruzione del Partito Democratico: i congressi dei Ds e della Margherita sono il prologo alla chiamata del sindaco di Roma, Walter Veltroni, che il 21 giugno annuncia la sua candidatura alla segreteria del Pd. Per mesi, Prodi ha contrastato questa soluzione, dovendo infine accettarla. Il profilo veltroniano riposiziona immediatamente il Pd come “partito pigliatutto”, che guarda a Barack Obama più che a qualsiasi esperienza della sinistra europea, e considera secondario che i soci fondatori continuino a far parte di gruppi diversi nell’Europarlamento. Facile intuire che la dialettica fra Prodi e Veltroni, la coabitazione fra il vecchio e il nuovo, sia destinata a precipitare rapidamente.
Nel luglio 2007, il premier viene iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Catanzaro, che indaga su una truffa ai fondi comunitari. Il sostituto procuratore De Magistris apre un’indagine sul ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Da Milano, nelle indagini sulle “scalate bancarie”, la giudice Clementina Forleo chiede al Parlamento l’autorizzazione a usare le intercettazioni telefoniche in cui sono coinvolti i massimi dirigenti Ds, D’Alema e Fassino.
In luglio, sindacati e Confindustria firmano il “Protocollo sul welfare”, che interviene sulle pensioni e sul mercato del lavoro. L’accordo suscita forti critiche dai partiti di sinistra e dalla Fiom, il sindacato dei metalmeccanici Cgil. Nel successivo referendum tra i lavoratori, i leader sindacali fanno capire che è in gioco la sorte del governo: il sì conquista l’80% dei consensi, su oltre cinque milioni di votanti (pensionati compresi), ma il no prevale fra gli operai meccanici. Il Decreto Legge che recepisce il Protocollo viene approvato grazie all’ennesimo voto di fiducia, con l’apporto determinante dei senatori a vita. È ancora rinviato l’intervento sulla tassazione delle rendite finanziarie, per parificarle a quelle sui redditi da lavoro.
Domenica 14 ottobre, il Partito Democratico incorona il nuovo leader in elezioni primarie alle quali partecipano tre milioni e mezzo di persone. Il sabato successivo, Roma è attraversata da un enorme corteo: la sinistra dell’Unione ha chiamato in piazza il suo popolo per spingere il governo a nuove politiche contro la precarietà del lavoro. Il successo della manifestazione va oltre ogni previsione, ma non produce effetti concreti; tuttavia, è dal corteo del 20 ottobre che trae forza la proposta di costruire un nuovo soggetto politico della sinistra, “unitario e plurale, in grado di fare massa critica” e competere con il Pd. Si chiamerà Sinistra Arcobaleno.
Veltroni annuncia che il suo partito si presenterà da solo alle elezioni e apre il confronto con Berlusconi sulla legge elettorale. I piccoli partiti dell’Unione si sentono a un passo dal baratro e chiedono garanzie a Prodi. Comincia un affannoso e sofisticato dibattito sui modelli elettorali, nell’Unione c’è chi spinge verso un sistema “alla spagnola” e chi “alla tedesca”. In vista della seconda Finanziaria, Berlusconi si dice sicuro di avere i numeri per far cadere il governo. I suoi alleati ironizzano sulla “spallata”, che in effetti non si concretizza, ma dopo l’ennesimo voto di fiducia alcuni senatori centristi annunciano che il governo è al capolinea.
La maggioranza si sgretola in un susseguirsi di episodi ravvicinati. Salta la commissione d’inchiesta parlamentare per accertare le responsabilità sui fatti del G8. Le montagne di spazzatura accumulate a Napoli e dintorni, e la tragedia sul lavoro nella fabbrica torinese della Thyssen-Krupp diventano le immagini emblematiche del fallimento di un’ipotesi di governo. Dal predellino di una Mercedes, a Milano in Piazza San Babila, Berlusconi lancia il nuovo partito del Popolo della Libertà. La Corte Costituzionale dichiara ammissibili i quesiti in materia di legge elettorale, lo svolgimento del referendum diventa una certezza destabilizzante. Il governo galleggia nella speranza di conquistare tempo con un accordo sulla riforma elettorale, ma il dialogo Veltroni-Berlusconi si rivela infruttuoso. Quando i magistrati di Napoli impongono gli arresti domiciliari alla moglie del ministro della Giustizia, Prodi sceglie di tornare in Parlamento a chiedere la fiducia.
La sua è una mossa disperata, al Senato la maggioranza viene a mancare. È il 24 gennaio 2008: l’Unione, già moribonda, decade a modello impresentabile, il centrosinistra va in ordine sparso alla prova delle elezioni anticipate.