Non riascoltavo questa band chissà da quanto, e ho provato un senso di vertigine; è musica strana, con momenti fulminanti e un’originalità che la rende inclassificabile. Le radici piantate nel folk, una spinta ad andare oltre il rock progressivo, prime avvisaglie del tumulto punk. Questo è il loro secondo e ultimo album.
A identificare i Pavlov’s Dog è, innanzitutto, la voce unica, stridula e vetrosa, del leader, David Surkamp, autore unico o co-autore di tutte le 9 canzoni (le più riuscite mi sembrano She Came Shining, Gold Nuggets, Valkerie e Did You See Him Cry).
Surkamp suona anche la chitarra elettrica; accanto a lui si muovono l’altro chitarrista, Stephen Scorfina, Thomas Nickeson (chitarra acustica), Richard Stokton (basso), David Hamilton (tastiere) e Douglas Rayburn (mellotron, basso e percussioni). Alla realizzazione dell’album, registrato al Record Plant di New York City, hanno collaborato molti altri, fra cui alcuni nomi noti: William Bruford (batteria), Andy McKay (sax), Michael Brecker (sax) e Gavin Wright (violino).
Mi sembra il tipico esempio di un gruppo che arriva troppo tardi e troppo presto.