Virzì ha realizzato un film di rara intensità. Mi ha fatto provare emozioni molto diverse, ho riso, mi sono commosso, affezionato, ho provato pena e persino qualcosa che assomiglia all’indignazione.
Mi sembra notevole, innanzitutto, la capacità di dirigere gli attori: tutti sembrano perfetti per la parte, mai visti Ghini e la Ferilli così convincenti, Mastandrea rende bene l’inconcludenza del suo personaggio, e i più giovani (da Elio Germano a Micaela Ramazzotti) restano impressi per come riescono a riprodurre i coetanei “veri”. Quanto a Isabella Ragonese, il miglior augurio che mi sento di farle è trovare altri ruoli come quello di Marta.
Tutta la vita davanti è un film sullo squallore di questo paese, sull’insopportabile spreco di giovinezza e sogni che sta portando al naufragio le ultime generazioni. Questi ragazzi non sono solo precari: sono svuotati di senso, incattiviti e condizionati a una competitività morbosa, costretti a inseguire modelli etici ed estetici fallimentari, se non ripugnanti.
È esplicito l’omaggio di Virzì a I compagni, il film di Monicelli sulla classe operaia della fine dell’Ottocento. È implicita la necessità di usare un registro grottesco, forse abusando delle caricature (e della voce fuori campo), perché il realismo, ormai, non regge il ritmo delle moderne nefandezze.
Un film politico, dunque, da cui si esce con l'amaro in bocca, dovendo respingere il dolciastro fatalismo di Doris Day. Ho letto che è tratto da un racconto autobiografico di Michela Murgia: dovrò proprio leggerlo.