È il numero 23 della serie: nella sua sterminata discografia, Morandi ha 43 anni quando incide questo album, ed è ormai uscito dal cono d’ombra che l’aveva inghiottito fra il 1974 e il 1983. Ricomparso in tv, ha già pubblicato la sua canzone feticcio (Uno su mille) e viene dalla vittoria di Sanremo insieme a Tozzi e Ruggeri con quella Si può dare di più che fa parte di questo disco e italianizza il leit motiv di Band Aid e USA for Africa; l’anno dopo uscirà il vendutissimo Dalla/Morandi e la tournée della coppia farà il tutto esaurito.
Registrato in Inghilterra, nel Surrey, con la produzione di Al Garrison e Alessandro Blasetti e gli arrangiamenti di Chris Witten (batterista), Le italiane sono belle – nonostante il trasparente doppio senso - si avvale di musicisti britannici: Simon Boswell (elettronica), Jeremy Meek e James Eller (basso), Dave Clayton (tastiere), Phil Palmer (chitarre), Roddy Lorimer (tromba), Tim Sanders e Andrea Innesto (sax).
È un album discontinuo, forse poco meditato, che risponde alla necessità di riportare il cantante al centro della scena. Perciò si accostano canzoni che viaggiano su lunghezze d’onda diverse, scritte da autori di generazioni e culture molto lontane: da Andrea Mingardi (3) a Mimmo Cavallo (2), da Enrico Ruggeri a Mogol e Migliacci; Morandi interpreta questa raccolta di episodi con il suo stile inimitabile, consentendosi qualche virtuosismo vocale, quasi a voler smentire le dicerie sulla perdita della voce. Tuttavia, i titoli di queste canzoni, oggi, non dicono niente, nessuna è entrata stabilmente nel repertorio live del cantante; Tornare a casa, Donna bimba mia e Il ponte restano le mie preferite.