12) Sean Penn, Into the Wild (9)


Ogni tanto - molto molto raramente - capita di vedere un film che assomiglia a un'esperienza personale. Che comincia a scavare dentro, spinge a strani interrogativi, diverte, commuove e travolge. Come se ognuno di noi avesse un'Alaska da qualche parte, una via di fuga che non osiamo ammettere.


Non saprei dire perché il protagonista sia così deciso a lasciare tutto e non voglia aggrapparsi a nessuna delle varie forme di affettività che gli si presentano lungo la strada. Non è incapace di amare, anzi. Ama la vita e passa nelle vite altrui, suscitando emozioni positive, ma questo non alleggerisce la smania di andare oltre, far perdere le tracce, arrivare fino alla piena, totale solitudine. Quello che lascia alle spalle - Tracy, per esempio - non può lasciare indifferenti, ma si avverte qualcosa di incommensurabile nelle sensazioni che Chris arriva a provare, qualcosa di così smisurato che rende affascinanti persino le privazioni a cui ha deciso di sottoporsi.
Ribellione, o piuttosto strenua difesa della propria integrità: Into the Wild indaga quello stato d'animo perenne, che spingeva l'Ismaele di Melville a prendere il mare ogni volta che l'odore dell'umanità gli mozzava il respiro. Che riempie le pagine di Thoreau, Tolstoj e Jack London. Che distrugge, non solo disprezza, ogni forma di società, credendola responsabile dello smarrimento dell'individuo.


In fondo a questa storia lancinante - con una fotografia e una colonna sonora (Eddie Vedder) strepitose - la Natura riesce a spazzare via tutto, anche personaggi rimasti in scena pochi minuti e a cui ci si affeziona immancabilmente. La sofferenza e la morte non sono il peggio: quando William Hurt esce di casa per nascondere le proprie emozioni, e barcolla lungo la strada, il cuore dello spettatore viene stretto in una morsa.