Ispirato al romanzo di Upton Sinclair (Petrolio!, 1927), Il Petroliere è un film titanico, su uno dei quei personaggi mossi da un’ossessione inesorabile, “più grandi della vita”. Daniel Day Lewis, fra le interpretazioni de Il mio piede sinistro e Gangs of New York, scava nel cuore di tenebra di questo personaggio, mostrandone la fanatica, disumana continuità, da quand’era un povero cercatore d’argento a quando diventa un ricchissimo misantropo.
È un’accumulazione originaria che fa a pezzi l’Idea di Patria, l’Idea di Famiglia, l’Idea di Religione. Nulla si salva dalla famelica volontà del “cercatore di petrolio” (titolo migliore di quello scelto per la versione italiana, che fa pensare all’oggi anziché all’epoca in cui il film è ambientato).
Day Lewis ha spesso le mani e il viso sporchi: di fango, di morchia, di petrolio, di sangue. Emana avidità. La sua “frontiera” è ingannare il prossimo, comprando terre adagiate su pozzi di petrolio al prezzo più basso, e incantando le folle con ispirati discorsi sul progresso che verrà dalle trivelle.
La sua grandiosa interpretazione rivaleggia solo con la grandiosità della natura, la sconfinata pianura texana, che tanti anni fa ospitò Il Gigante – altra storia di petrolio e dissipazione, con James Dean e Liz Taylor al loro culmine estetico.
Ne Il Petroliere i primi venti minuti sono monumentali; gli ultimi venti mi sono sembrati inutilmente enfatici.