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Rudi.
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mercoledì, 05 marzo 2008

 

Philip Roth, Patrimonio. Una storia vera

 

“A ottantasei anni mio padre aveva perso quasi per intero la vista dall’occhio destro, ma per tutto il resto sembrava godere di una salute fenomenale per un uomo della sua età quando fu colpito da quella che il medico della Florida diagnosticò, sbagliando, come paralisi di Bell, un’infezione virale che provoca la paralisi, di solito temporanea, di un lato del viso”. Nel 1988, Herman Roth, il padre di Philip (all’epoca cinquantacinquenne), scopre di avere un cancro al cervello. In un attimo, una vecchiaia più che decorosa precipita in una condizione insopportabile. C’è qualcosa che ricorda il brusco risveglio del protagonista della Metamorfosi di Kafka: la vecchiaia si profila sgradevole, puzzolente, impietosa.

Il figlio sa di non poter impedire al padre di morire, e forse nemmeno di soffrire, ma non può evitare di farsene una colpa e cerca di stargli accanto; si interroga su cosa sia giusto fare, se valga la pena correre il rischio di un intervento chirurgico o non sia il caso, piuttosto, di aspettare la fine senza aggiungere inutili sofferenze. Ai medici, il padre chiede solo una breve proroga all’inevitabile, due anni o meglio quattro. Con strepitosa forza espressiva, Roth riproduce le proprie emozioni più intime, la forza raziocinante che d’improvviso lo abbandona: “Vivere da solo mi permetteva anche di esprimere i sentimenti che provavo veramente, senza dovermi nascondere sotto una maschera virile o matura o filosofica. Da solo, quando avevo voglia di piangere piangevo, e mai ne ebbi più voglia di quando tirai fuori dalla busta la serie di immagini del suo cervello: e non perché potessi identificare prontamente il tumore che glielo stava invadendo, ma solo perché era il suo cervello, il cervello di mio padre, che lo spingeva a pensare nel modo brusco in cui pensava, a parlare nel modo enfatico in cui parlava, a ragionare nel modo emotivo in cui ragionava, a decidere nel modo impulsivo in cui decideva”.

Solo approssimandosi alla morte del padre, il figlio prende coscienza di similitudini e differenze, arriva a comprendere la natura del “patrimonio” che gli è stato trasmesso. Essendo ormai ricco e senza figli, a differenza del fratello, aveva chiesto al padre di non entrare nella ripartizione dell’eredità, ma poi se ne pente e avverte il bisogno di entrare in possesso dell’oggetto più antico (e inutile) della famiglia, la tazza di ceramica smaltata che il nonno usava per il sapone da barba.

I ricordi di Herman Roth tornano sempre alla comunità ebraica di Newark, New Jersey, un microcosmo segnato da regole rigidissime, dove il lavoro (senza risparmio) era l’unica strada concepibile per far progredire la famiglia e offrire ai figli una vita migliore. Lavorava dodici ore al giorno per un’agenzia di assicurazioni che lo promuoveva a ruoli sempre più delicati, lui che aveva potuto studiare solo fino alla seconda media. Al figlio dirà che “l’assicurazione sulla vita è la cosa più difficile da vendere che ci sia. Sai perché? Perché l’unico modo in cui il cliente può vincere è morendo”.

La figura paterna è ricostruita con tenerezza, senza celarne gli elementi di ottusità e intolleranza: Herman Roth era ed è rimasto fino all’ultimo di un’avarizia ai limiti del ridicolo, legge il giornale del giorno prima, non vuol pagare i tre dollari e mezzo per accendere la tv in ospedale. È sbalorditiva la capacità del narratore di passare dalle descrizioni al discorso diretto. La sua abilità gli consente di descrivere il passato di un uomo morente senza ricorrere al flashback. Attraverso la telefonata a un’amica, riporta l’episodio in cui il padre era stato vittima di una rapina, e aveva consegnato il portafoglio a un ragazzino nero che avrebbe potuto ucciderlo: “Il ragazzo prende i soldi, gli restituisce il portafoglio e corre via. E sai che fa mio padre? Gli grida dall’altro marciapiede: «Quanto c’era?» E il ragazzo obbedisce – li conta per lui, sul serio, «Ventitré dollari», dice. «Bene, - gli dice mio padre. – E ora non andare a spenderli in cazzate»”.

Il padre esce terribilmente indebolito dal piccolo intervento a cui si è sottoposto per capire la natura del tumore. Sono durissime le pagine in cui viene descritta la vergogna che si prova quando non si è più autosufficienti: la scena della pulizia del bagno è destinata a inchiodarsi nella memoria del lettore. Il figlio diventa madre, segue il padre, lo accudisce, lo consiglia, ogni tanto gli dà degli ordini per scuoterlo dall’apatia. Lo fa per amore e senso del dovere, spinto dal bisogno spasmodico di ricordare tutto, ricordare più cose possibili, ricordare con precisione, fissare nella memoria gli ultimi giorni di un padre ridotto al lumicino. “Con l’indecenza della mia professione, avevo continuato a scrivere mentre lui era malato e moriva”.

 

Pubblicato nel 1991 e tradotto nel 2007 (da Vincenzo Mantovani per Einaudi), Patrimonio è una lettura dolorosa, con squarci di amarissima ironia. Se avete un padre anziano e vi spazientite perché è tanto invecchiato e tanto meno lucido, e vi sforzate inutilmente per stargli vicino, questo è un romanzo che non dimenticherete.

scritto da Rudi alle 11:54 | link | commenti (1)
categorie: letture