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La sera del 5 dicembre scorso, ad una iniziativa pubblica sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, ho acquistato questo libro che indigna e tocca nervi scoperti per noi lavoratori e sindacalisti.
In molti forse non ricorderanno, ma il 13 marzo 1987, nel cantiere Mecnavi del porto di Ravenna, in seguito ad un piccolo incendio che sprigionò sostanze altamente tossiche, morirono soffocati tredici operai mentre effettuavano delle pulizie nella stiva dell’Elisabetta Montanari, in quello che a tutt’oggi resta il più grave incidente sul lavoro del dopoguerra.
In occasione del ventennale dell’incidente Rudi Ghedini, giornalista e scrittore bolognese, ha pubblicato il libro “Nel buio di una nave” che ripercorre le varie fasi della tragedia analizzando la lunga catena di responsabilità che portarono a morire in modo così atroce 13 persone, di cui tre non avevano ancora vent’anni, nella regione più sindacalizzata d’Italia; lo fa con il suo stile chiaro, unendo ai propri dolorosi ricordi dell’epoca testimonianze e stralci di atti processuali.
Durante la ristrutturazione della nave non vennero rispettate le più banali norme di sicurezza: mentre le vittime ripulivano da sostanze altamente infiammabili il doppiofondo sottostante i serbatoi per il trasporto di gpl, sopra di loro altri operai tagliavano e saldavano lamiere utilizzando la fiamma ossidrica, attività assolutamente incompatibili tra loro; se si aggiunge a questo che il sistema antincendio era fuori uso da alcuni giorni, non erano presenti estintori, non esisteva un piano di evacuazione in caso d’incidente, gli operai presenti non conoscevano il loro ambiente di lavoro e non avevano nessun tipo di formazione, si può affermare che furono praticamente condannati a morte. Le tredici vittime erano dipendenti di cinque aziende diverse, alcuni al loro primo giorno di lavoro e visto che otto di questi lavoravano in nero, nei primi drammatici momenti i responsabili dei cantieri, invece di collaborare con i vigili del fuoco, si preoccuparono di mandare a prendere i libretti di lavoro a casa degli ignari parenti per tentare di metterli in regola. Ghedini lascia trapelare una grande e contagiosa amarezza, oltre al dolore per quanto accadde, perché a tutt’oggi i colpevoli restano pressoché impuniti.
Tra pochi giorni saranno passati ventun'anni e la sera del 5 dicembre mi chiedevo quanto lavoro bisogna ancora fare per applicare la 626 e migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro. La mattina seguente ho appreso del primo morto alla Thyssen-Krupp.
Elena Pederzini (delegata Fiom-Cgil CMP elettronica)