Jean Gabin e Annie Girardot in Maigret tend un piège, 1956
Georges Simenon, La trappola di Maigret, 1955
In un sonnacchioso pomeriggio televisivo, ho visto un vecchio film in bianco e nero di Jean Delannoy, con Jean Gabin nella parte del commissario e Annie Girardot in quella della complice dell’assassino. È un film che ha qualcosa in comune con M il mostro di Dusseldorf, e mi è venuta voglia di leggere il romanzo (il quarantottesimo dei 75 che hanno per protagonista Maigret).
Storia parigina, torbida e sanguinaria come raramente mi è accaduto di trovarne nella sconfinata produzione di Simenon. Per il commissario si tratta di “uno dei casi più angoscianti della sua carriera. Non si trattava solo di scoprire l’autore di un delitto; il problema nei confronti della società non si limitava a punire un assassino. Era un problema di difesa del cittadino. Cinque donne erano morte e nulla faceva sperare che la lista terminasse lì”.
Maigret deve fermare il serial killer che con un coltello ha già ucciso cinque donne a Montmartre. Donne comuni, senza nulla che le accomuni, se non una vaga somiglianza fisica (figure piccole e rotonde), il luogo e l’ora dei delitti (appena si fa buio), il modus operandi (dopo averle accoltellate, l’assassino straccia le vesti, ma non le violenta, né le deruba). La trappola consiste nel tentativo di scuotere la psiche dell’assassino, fingendo di aver trovato il colpevole, così da spingerlo a uscire allo scoperto. Maigret scommette sul fatto che l’assassino vorrà reagire, manifestando un orgoglio esibizionista.
Parigi è avvolta in una calura micidiale, “tenere le finestre aperte non serviva a nulla: entrava solo un’aria calda che sembrava essere emanata dall’asfalto molle, dalle pietre bollenti o dalla Senna stessa che, da un momento all’altro, ci si aspettava di veder fumare come acqua sul fuoco”. Gli accaldati giornalisti che stazionano nei corridoi del Quai des Orfèvres abboccano all’amo e diffondono la notizia dell’arresto di un uomo sospettato dei delitti di Montmartre. Non resta che aspettare.
Ma “a mano a mano che il tempo passava, tutti cominciavano a dar segni di nervosismo e perfino Maigret perdeva un po' della sua sicurezza. Niente lasciava supporre che proprio quella sera sarebbe successo qualcosa. Anche se l’assassino avesse deciso di uccidere di nuovo per far sapere di essere sempre in libertà, avrebbe benissimo potuto agire la sera seguente, o quella dopo ancora, oppure otto o dieci giorni più tardi. Ed era impensabile tenere mobilitati a lungo tutti quei poliziotti. Altrettanto impensabile era riuscire, per un'intera settimana, a mantenere un segreto condiviso da tante persone. E se invece l'uomo avesse deciso di agire subito? Quando gli sarebbe scattato il raptus?”.
Maigret ha chiesto la collaborazione della polizia femminile, una delle ausiliarie viene aggredita dall’assassino, si salva ma quello riesce a fuggire, mostrando una perfetta conoscenza della zona. Unica traccia: nelle mani della donna è rimasto un bottone. Grazie a questo indizio, il commissario arriva a sospettare di un ricco arredatore, che da ragazzo viveva a Montmartre, in un appartamento sopra la macelleria del padre (dove continua ad abitare la madre vedova). Maigret lo sottopone a uno spossante interrogatorio, che rivela l’anormale personalità dell’uomo, succube della madre e della moglie (la Girardot, appunto). Sembra tutto chiaro, ma la notte stessa viene commesso un delitto quasi identico ai precedenti. Maigret vacilla, poi capisce che la colpevole è una delle due donne, la madre o la moglie. Davanti a loro, dice: “Colei che è innocente sa che l’altra non lo è, e mi chiedo se non provi una segreta invidia”.
Romanzo incalzante, nella traduzione di Marianna Basile, con una sola, lunga parentesi rappresentata dal colloquio con il dottor Tissot, psichiatra seguace di Freud, che spiega a Maigret quanto sia forte, in certi assassini, il bisogno di firmare i propri delitti, all’origine dei quali si suppone un trauma infantile.
Il commissario è sfinito dal caldo e dalla tensione, commette l’errore di non prevedere che almeno una delle due donne sia consapevole dei delitti già avvenuti e disposta a tutto pur di proteggere l’assassino.