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Rudi.
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domenica, 23 dicembre 2007

137, LA PUNTINA SUL VINILE

 

Claudio Lolli, Ho visto anche degli zingari felici (Italia, EMI 1976)

Un po' come certe storie di Andrea Pazienza, Bologna diventa il palcoscenico di una nuova soggettività giovanile, e dall'ebollizione di tanto "pubblico" e tanto "privato", poco prima che tutto precipiti in una nuova, feroce contestazione, in una nuova, ottusa incomunicabilità, Lolli finisce per trovarsi al posto giusto al momento giusto, e ne ricava testi semplicemente meravigliosi.

“È vero che non vogliamo pagare la colpa di non avere colpe e che preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia, è vero, cerchiamo l'amore sempre nelle braccia sbagliate. È vero che non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate, è vero che i poeti ci fanno paura. Perchè i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l'odore delle amarmi, odiano la fine della giornata. Perchè i poeti aprono sempre la loro finestra, anche se noi diciamo che è una finestra sbagliata”.

 

L'album resta memorabile anche per il tessuto sonoro, per le "invenzioni strumentali" di quattro musicisti appartenenti al Collettivo autonomo di Bologna: Roberto Soldati, chitarre, Roberto Costa, basso e percussioni, Adriano Pedini, batteria e percussioni, e, soprattutto, Danilo Tomasetta, che passa dal sax tenore al sax contralto, al flauto, dando all'album un'impronta irripetibile.

 

Mentre i dischi costavano oltre 5000 lire, questo aveva un prezzo imposto (3500). Dentro ci sono le stragi fasciste e l’irruzione del femminismo, i volenterosi tentativi di dialogo con i vecchi comunisti, la piazza e il vino come simboli di socialità. Questo album è lo specchio di un'epoca, reperto fondamentale per intuire come una nuova dialettica politica stesse travolgendo la sinistra italiana. Di lì a poco, tante speranze decadranno in disperazione.

scritto da Rudi alle 12:43 | link | commenti (3)
categorie: musica