Un po' come certe storie di Andrea Pazienza, Bologna diventa il palcoscenico di una nuova soggettività giovanile, e dall'ebollizione di tanto "pubblico" e tanto "privato", poco prima che tutto precipiti in una nuova, feroce contestazione, in una nuova, ottusa incomunicabilità, Lolli finisce per trovarsi al posto giusto al momento giusto, e ne ricava testi semplicemente meravigliosi.
“È vero che non vogliamo pagare la colpa di non avere colpe e che preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia, è vero, cerchiamo l'amore sempre nelle braccia sbagliate. È vero che non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate, è vero che i poeti ci fanno paura. Perchè i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l'odore delle amarmi, odiano la fine della giornata. Perchè i poeti aprono sempre la loro finestra, anche se noi diciamo che è una finestra sbagliata”.
L'album resta memorabile anche per il tessuto sonoro, per le "invenzioni strumentali" di quattro musicisti appartenenti al Collettivo autonomo di Bologna: Roberto Soldati, chitarre, Roberto Costa, basso e percussioni, Adriano Pedini, batteria e percussioni, e, soprattutto, Danilo Tomasetta, che passa dal sax tenore al sax contralto, al flauto, dando all'album un'impronta irripetibile.
Mentre i dischi costavano oltre 5000 lire, questo aveva un prezzo imposto (3500). Dentro ci sono le stragi fasciste e l’irruzione del femminismo, i volenterosi tentativi di dialogo con i vecchi comunisti, la piazza e il vino come simboli di socialità. Questo album è lo specchio di un'epoca, reperto fondamentale per intuire come una nuova dialettica politica stesse travolgendo la sinistra italiana. Di lì a poco, tante speranze decadranno in disperazione.