Un po’ mi duole ammetterlo, ma Roberto Mancini è diventato un grande allenatore. Temevo di no; lo vedevo eccessivamente legato alle proprie idee, poco duttile, condannato a ripetere gli stessi errori.
Il primo anno, con quell’assurdo record di pareggi, mi sono fissato su quell’idea.
Il secondo anno, con l’equivoco Veron-Pizarro e con Stankovic schierato anche zoppicante, mi sono detto che non riusciva a tagliare il cordone ombelicale con certi calciatori a cui è tanto affezionato.
Il terzo anno ha guidato un carrarmato da 97 punti, ma ha fallito l’esperimento Burdisso proprio nella partita più delicata, e ha sostituito Figo qualche volta di troppo.
Quest’anno le sta indovinando tutte. Posso perdonargli persino l’insistenza su Adriano (che avrei ceduto in estate), perché il brasiliano è pur sempre un patrimonio da non svendere, ma con lui in campo non si è mai vista l’Inter migliore, quella che sa gestire i ritmi della partita.
Con due mosse semplici e perfette, Mancini ha dato equilibrio alla squadra, spostando Zanetti a centrocampo e dando a Cambiasso le chiavi della manovra. Zanetti e Cambiasso non sono fuoriclasse, ma stanno al posto giusto e fanno migliorare tutti gli altri.
Per vincere competizioni come la Champions devi avere Ibra e Cruz al meglio, Figo e Stankovic, Maicon e Chivu in condizioni almeno decenti, e sperare che Samuel e Julio Cesar mantengano l’attuale stato di forma. Ma è grande merito di Mancini se in Italia gli avversari sono già costretti a giocarsi tutte le partite con l’assillo di vederci scattare in fuga.