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Rudi.
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sabato, 28 luglio 2007

Georges Simenon, Il cane giallo, 1931

 

Porto di Concarneau, novembre: Maigret arriva in questa cittadina bretone perché la notte precedente hanno sparato al più importante commerciante del luogo, per strada, quasi uccidendolo. Il tentato omicidio sembra senza movente, ma ecco che gli altri notabili con cui il ferito aveva giocato a carte, rischiano di morire avvelenati (stricnina nel pernod). In rapida successione, uno di loro scompare, lasciando tracce di sangue nell’auto; un secondo - il medico del paese – è visibilmente terrorizzato, e l’altro viene trovato morto nel suo appartamento. Numerosi giornalisti piombano da Brest e da Parigi. La cittadina è nel panico. Aleggia l’ombra inquietante di un grande cane giallo, che appare e scompare in prossimità dei delitti.

Il quartetto delle vittime non godeva di buona reputazione: vivevano di rendita, stavano sempre a bere e a giocare, nessuno osava dire niente contro di loro, anche se era noto a tutti che se la spassassero con le ragazze più povere. Maigret segue il filo di un ragionamento imperscrutabile, fin dall’inizio si è fissato su Emma, la cameriera dell’Hotel de l’Amiral, dove il quartetto giocava a carte. Quando arresta il medico sembra quasi volerlo proteggerlo, e non dà soddisfazione al sindaco, che pretende qualche arresto immediato. Il commissario svelerà a tutti la successione e il senso dei fatti in una scena-madre che sembra ricalcata su quelle che hanno come protagonista il Poirot di Agatha Christie.

L’umanità di Maigret traspare dallo scetticismo nei confronti dei nuovi strumenti scientifici e nella scarsa convinzione sull’utilità del metodo deduttivo. Sono le facce a ispirarlo, i silenzi e i trasalimenti delle persone, mentre il giovane ispettore Leroy crede di poter arrivare alla verità studiando le impronte in laboratorio. È grazie a una specie di sesto senso che Maigret coglie l’essenza della vicenda: una vendetta che viene da lontano, con un perfetto colpevole che ha già pagato fin troppo.

 

Non mi è parso uno dei Maigret più riusciti e originali; la trama resta invischiata in una lunga catena di delitti, o apparenti tali. Ma il romanzo si riscatta grazie all’intuizione con cui il commissario riesce a scalfire il velo di omertà (frutto della disperazione) che tratteneva Emma dal confessare tutto. L’atmosfera è plumbea, a restituire il peggio di ciò che ci si immagina della Bretagna in novembre. La verità, quando sta per rivelarsi, si accompagna a un mutamento atmosferico: “D’altra parte, non si sa bene perché, sembravano tutti più distesi. Forse era per via del tempo, che d’un tratto s’era messo al bello. Il cielo pareva lavato di fresco. Era azzurro, di un azzurro un po’ pallido ma vibrante. Ne quale scintillavano nubi leggere. Di fatto, l’orizzonte era più ampio, quasi fosse stato aperto un varco nella calotta celeste. Il mare, di una calma assoluta, luccicava, trapunto da piccole vele simili a bandierine piantate con uno spillo su una mappa dello Stato Maggiore”.

 

La traduzione è di Marina Verna.

scritto da Rudi alle 15:09 | link | commenti
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