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Rudi.
pensierini sull'Inter, la Sinistra, Bologna, musica, cinema, viaggi e letteratura
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lunedì, 31 dicembre 2007

È morto anche il settimo, Giuseppe De Masi, 26 anni, l’ultimo degli operai della Thyssenkrupp coinvolto nell’incidente avvenuto nella notte fra il 5 e il 6 dicembre. De Masi era stato investito da un’ondata di olio e fiamme provocata dalla rottura di un manicotto e aveva ustioni di terzo grado sul 90% del corpo.

Il disastroso incendio nella grande fabbrica torinese (in via di smantellamento), mentre al governo sta il centro-sinistra, mi sembra l’evento simbolo del 2007.

 

Passando dalla tragedia alla farsa, arriva la notizia di Adriano coinvolto in un grave incidente stradale, avvenuto "nelle prime ore del mattino" a Rio de Janiero; l'ex attaccante dell'Inter, attualmente in prestito al San Paolo, ha perso il controllo della sua Audi TT, andando a sbattere contro lo spartitraffico; nell'incidente sono rimaste coinvolte altre tre vetture, ma sembra non ci siano stati feriti.

 

Un amico è stato derubato stanotte a Madrid e mi ha spedito un sms "irritato" contro il Real; gli ho risposto di pensare a Cambiasso.

 

Altri amici si sono dati prontamente da fare per segnalarmi appunti e notizie su Sparwasser e la famosa partita RFT-RDT del '74.

Mi permetto di chiedervi un altro favore: sapete niente di Eva Novak, nuotatrice ungherese, sicuramente bionda e probabilmente bellissima, che una notte fuggì dal Villaggio olimpico riservato agli atleti dell'est (Helsinki 1952) per sposarsi con un giornalista francese (o belga)?

 

Anche quest’anno la mia città, Bologna, ha superato per oltre 100 giorni il limite massimo di 50 microgrammi di PM10 per metro cubo d’aria stabiliti dalle Direttive UE (dovrebbe accadere non più di 35 giorni all’anno). Non posso far altro che augurarvi un 2008 migliore del 2007, ma se per l'Inter fosse identico, prometto, non mi lamenterò.

un fantastico 2007

scritto da Rudi alle 11:18 | link | commenti (8)
categorie: politica, sport, nerazzurri, cortocircuito
domenica, 30 dicembre 2007

 Scommettiamo?

All'Inter arriverà un centrocampista. Rispetto alla rosa d'inizio stagione sono venuti a mancare Adriano, Dacourt e Samuel, e i continui infortuni di Stankovic, Vieira e Figo rendono indispensabile un innesto a centrocampo.

 

Leggo che si fanno un sacco di nomi, e punto su Simone Barone.

 

Non credo arriveranno giovani come Dessena e Cigarini, affidabili non più di Pelè; non credo che il Manchester City (pieno di soldi) abbia intenzione di rinunciare a Elano; mi sembra improbabile Maresca, troppo simile a Jimenez; la Sampdoria, se non vuole rischiare a B, non può rinunciare a Volpi e Palombo; quanto a Simplicio e Bresciano, il presidente del Palermo non intende smobilitare, e di solito chiede cifre assurde.

 

Barone farà trent'anni a fine aprile, era nei 22 che hanno vinto il mondiale, e ora sta in panchina al Torino: non sarà una soluzione affascinante, ma può essere di rendimento, un italiano non troppo costoso, da rilanciare, con qualità di corsa (alla Dacourt), senza pretese da titolare. Uno da far giocare in campionato e coppa Italia, perché contro il Liverpool serviranno tutti i migliori.

scritto da Rudi alle 13:40 | link | commenti (5)
categorie: nerazzurri
domenica, 30 dicembre 2007

Richard Matheson, Io sono leggenda

 

 

Gennaio 1976: una misteriosa epidemia ha trasformato tutti gli abitanti della Terra in vampiri assetati di sangue. Solo un uomo si è salvato dal contagio, Robert Neville, unico superstite in un mondo di mostri. Robert è “un trentaseienne alto, di ceppo anglotedesco”, occhi azzurri e corporatura robusta. Vive in una villetta familiare lungo Cimarron Street, alla periferia di Los Angeles. È l’unico sopravvissuto in “un mondo dominato dalla monotonia dell’orrore”.

Il romanzo è diviso in quattro parti, cadenzate dalle date: gennaio 1976 (il mondo ridotto a una casa sotto assedio), marzo 1976 (il ricordo della doppia morte della moglie, lo studio delle cause dell’epidemia, il cane), giugno 1978 (l’incontro con la donna), gennaio 1979 (la cattura, la nuova umanità).

 

Annichilito dalla perdita dei suoi affetti più cari (la moglie Virginia e la figlia Kathy), appena viene buio, Robert si chiude in casa, a volte si ubriaca, oppure mette musica ad alto volume per non sentire i vampiri che cercano di superare le barriere che ha costruito alle finestre e alla porta. Al crepuscolo, i vampiri tornano ad assediarlo: può tenerli lontani con collane d’aglio, croci e specchi, eliminarli con un paletto di legno appuntito. Li combatte con gli oggetti della superstizione, ma qualcosa gli dice che non può essere tutto lì.

Durante la notte, se ne sta rintanato nella sua fortezza, assediato dai morti viventi. Quando sorge il sole, è lui a dominare un gioco feroce, scandito dalle luci e dalle ombre di un tempo sempre uguale a se stesso. Da preda diventa cacciatore, si aggira per la città sterminando tutti i vampiri che riesce a scovare.

La fase segnata dallo studio ossessivo dell’origine dell’epidemia è fatta di fallimenti, letture, intuizioni: “ci sono delle certezze, si catechizzò. Esiste un germe, si trasmette, il sole lo distrugge, l’aglio provoca una reazione. Alcuni vampiri riposano sottoterra, il paletto li uccide”.

 

Particolarmente forte, nel ritmo impresso a Matheson, è il momento in cui, lontano da casa, Robert si accorge che l’orologio si è fermato e non sa quanto tempo manchi all’arrivo del buio. Diventa inevitabile lo scontro con i vampiri per riconquistare il controllo della sua casa-bunker. Di straordinaria intensità sono anche le pagine che descrivono il legame che Robert vuole costruire con il cane, il lento inseguimento, il contatto, la scoperta che anche l’animale è spacciato.

Infine, quando entra in contatto con Ruth, Robert è scosso da una terribile agitazione: lei è quello che cercava, l’incarnazione della sua speranza, ma teme di scoprire che sia infetta, rimpiange la tranquillità che si era costruito, non riesce a fidarsi di lei nemmeno quando accetta di farsi esaminare il sangue. Eppure, la voglia di vivere riemerge prepotente, fino alla scoperta, definitiva, terribile: “i batteri possono subire mutazioni”.

La normalità è “un concetto legato alla maggioranza, rappresentava una qualità comune di molti uomini, non di uno solo”. Se entriamo nell’ottica del vampiro, si capovolge il senso della storia: Robert Neville è l’intruso, il parassita, il mostro. È lui l’anomalia, “l’ultimo della vecchia razza”: una leggenda vivente.

 

Scritto nel 1954, ripubblicato nel 2005 da Fanucci nella traduzione di Simona Fefè, con illuminante postfazione di Valerio Evangelisti.

Sta per uscire il film con Will Smith; è la terza volta che questo racconto viene portato al cinema, negli anni Settanta erano stati Vincent Price e Charlton Heston a interpretare Robert Neville.

Chi va a vederlo, mi faccia la cortesia di farmi capire se è molto pauroso, sanguinoso, impressionante...

scritto da Rudi alle 12:36 | link | commenti (2)
categorie: cinema, letture
sabato, 29 dicembre 2007

 

Amburgo, 27 giugno 1974: ai mondiali di calcio si affrontano RFT e RDT.

Al minuto 77 segna Jurgen Sparwasser, centravanti della Germania Democratica.

Qualcuno sa dirmi dove posso trovare notizie su quella partita?

scritto da Rudi alle 13:05 | link | commenti (4)
categorie: sport
mercoledì, 26 dicembre 2007

139, LA PUNTINA SUL VINILE

 

U2, Under a Blod Red Sky (GB, Island 1983)

U2, Under a Blood Red Sky

Avvicinandoci a fine anno, mi è venuta voglia di riascoltare New Years Day dal vivo, per la centesima volta. E mi sono di nuovo sorpreso per l'energia che questi ragazzi sapevano esprimere 25 anni fa, prima dell'esplosione mediatica, quando si esibivano senza risparmio, trovando in Jimmy Iovine e Steve Lillywhite i gestori di un suono slabbrato e imperfetto, caotico e convulso, palpitante di spiritualità e sentimento.

 

Paul Hewson, David Evans, Adam Clayton e Larry Mullen jr. prendono 8 canzoni incise nei primi tre album e scelgono le versioni eseguite a Essen (Germania ovest), Boston e Denver: I Will Follow e Gloria ne risultano esaltate, mentre Sunday Bloody Sunday è ormai impensabile nell'asetticità di uno studio. Gli U2 vogliono farci capire che le strade di Dublino hanno qualcosa in comune con quelle di West Side Story, e l'insofferenza giovanile diventerà una costante in tutto l'Occidente. Ma le parole sulla domenica di sangue non vanno equivocate: non è un inno alla ribellione, ma l'incrocio di speranza e disgusto.

 

La scintilla esplode sulle note finali di 40: "How Long To Sing This Song, How Long To Sing This Song" canta il pubblico, e non smette di farlo nemmeno quando la band se n'è andata. Vogliono che quei quattro tornino sul palco, che la loro parabola sia solo agli inizi, che il loro fuoco sia appena divampato... Perciò, 25 anni dopo, ecco un disco da ascoltare con gratitudine.

scritto da Rudi alle 10:18 | link | commenti (1)
categorie: musica
lunedì, 24 dicembre 2007

138, LA PUNTINA SUL VINILE

 

Redskins, Neither Washington Nor Moscow (GB, London 1986)

Redskins, Neither Washington Nor MoscowIt Can Be Done! (Si può fare!) è una canzone magnifica, allegra e trascinante, con qualce traccia di ska, Take No Heroes! ha un incedere più tradizionale, e riprende un tema caro a Brecht e Dylan (Don't Follow Leaders); dalla lettura dei testi si capisce come questo sia uno di quegli album che tentano l'impossibile: dare vita a una serie di inni ballabili.

 

I Redskins sono Chris Dean e Martin Hewes (da York), che insieme al batterista Paul Hookham incidono questo album in studio e subito dopo si separano. Dean (voce e chitarra) e Hewes (basso) chiamano Ray Carless (sax), Kevin Robinson (tromba) e Trevor Edwards (trombone), e sono proprio i fiati a definire lo stile della band.

 

Dean e Hewes sono iscritti al Socialist Workers Party, e insieme a Bragg, Wyatt, Style Council, eccetera, si gettano a corpo morto nel Red Wedge - che sostiene i minatori e sbeffeggia la Thatcher - suonando in una lunga serie di eventi dal vivo. So che è uscito un doppio live, qualche anno fa, e sarei curioso di ascoltarlo almeno quanto di sapere che fine hanno fatto Hewes e Dean.

scritto da Rudi alle 18:08 | link | commenti
categorie: musica
lunedì, 24 dicembre 2007

Massimo Novelli, Bruno Neri, il calciatore partigiano

 

 

Storie di sport legate alla guerra: Novelli recupera vicende poco note, protagonisti calciatori e pugili, partigiani e fascisti, uomini di sport che dovettero scegliere negli anni fra il 1942 e il '45 (fanno eccezione le tre storie conclusive). Lo stile tende al romanticismo, al ricordo struggente dei tempi che furono.

 

Bruno Neri è probabilmente l’unico calciatore di serie A morto nel corso di un’azione partigiana. È accaduto lungo la linea gotica, a Gamogna, vicino a Marradi, nel primo pomeriggio del 10 luglio 1944: Bruno Neri, vicecomandante del Battaglione Ravenna, nome in codice “Berni”, e Vittorio Bellenghi, detto “Nico”, vengono sorpresi allo scoperto e uccisi nel corso di uno scontro a fuoco con una pattuglia tedesca.

Figlio del capostazione di Faenza, nato il 10 ottobre 1910, Neri è stato un calciatore famoso, ha giocato in serie A oltre 200 partite con le maglie della Fiorentina, della Lucchese e del Torino, e ha giocato 3 partite nella Nazionale maggiore e altre 8 in altre rappresentative nazionali. Prima terzino destro e poi mediano, “per Bruno quella di difensore concreto e morale di un’area, di un territorio, di un’idea, di una bandiera, sarà una vocazione. Fino all’estremo”. Fra testimonianze dirette e ritagli di giornale, Novelli ripercorre, assieme agli amici del Torino Club faentino i luoghi dell’infanzia, della giovinezza, dell’inizio della carriera da calciatore, e poi le colline dove Neri trovò la morte.

Aveva completato gli studi superiori e si era iscritto all’Istituto universitario di studi orientali di Napoli. Nella vita privata, il calciatore amava visitare mostre e musei, era amico di scrittori e giornalisti, stimato e rispettato da tutti coloro che lo conoscevano, amatissimo da tutti i tifosi delle squadre in cui aveva giocato con grande passione e talento.

Richiamato alle armi nell’aprile ’43, si trova in Sicilia alla caduta del fascismo; risale la penisola, torna nella sua Faenza e dal settembre ’43 entra fra i partigiani. Nella primavera del ’44, è fra coloro che si impegnano a organizzare il collegamento con le truppe alleate, per ottenere armi e munizioni attraverso lanci dall’aereo, e informare sui movimenti delle truppe tedesche. Nello stesso tempo, riprende a giocare nel Faenza, in un torneo locale, che tocca Forlì, Forlimpopoli, Russi, Cesena e Bologna. Il 13 maggio Faenza subisce un rovinoso bombardamento, che fra l’altro rade al suolo lo stadio.

Il nuovo stadio di Faenza è intitolato a Bruno Neri.

 

Nato a San Giorgio di Piano il 15 luglio 1915, Dino Fiorini era un calciatore del Bologna, il terzino destro che subentrò al grande Eraldo Monzeglio; divenne anche modello della ditta di prodotti di bellezza Bourjois, e morì da fascista repubblichino il 16 settembre 1944, dalle parti di Monterenzio, con il grado di tenente della Guardia Nazionale Repubblicana.

Portava i capelli pettinati all’indietro, aveva un’aria sfrontata, nelle foto è spesso sorridente. Vittorio Pozzo non lo convocò nella nazionale perché ne conosceva la fama da scapestrato, vita notturna, donne e giochi di carte; una reputazione che non fu dissolta nemmeno dopo il matrimonio e i tre figli. Ma nello “squadrone che tremare il mondo fa”, Fiorini vince quattro scudetti in sei anni, conquista la Coppa dell’Europa centrale nel ’34 e il Torneo dell’Esposizione di Parigi del ’37. Quel Bologna era allenato da Arpad Weisz, morto ad Auschwitz.

Nel libro trovano spazio le storie del portiere del Torino Pino Maina, ucciso da un tram nel 1942; dei pugili Michele Bonaglia, ucciso dai partigiani nel 1944, e Merlo Preciso, partigiano scambiato per torturatore fascista dopo la liberazione; dell’ambigua figura del tenente fascista Cecilio Pisano, già centromediano del Liguria, ucciso a Genova dai partigiani o forse suicida; della misteriosa relazione fra Costante Girardengo e il bandito (anarchico) Sante Pollastri; della storia d’amore fra una poetessa americana e un atleta tedesco antinazista, Otto Bosch, che si conoscono a Barcellona nei giorni della guerra di Spagna. Infine, ci sono gli appunti per una biografia romanzata, quella di Blaky la iena, personaggio conosciuto da Giorgio Bocca e dal padre dell’autore, nel dopoguerra torinese.

scritto da Rudi alle 17:44 | link | commenti
categorie: letture
lunedì, 24 dicembre 2007

Lampi di fatalità

Un gol ogni 91 minuti. Nono gol consecutivo in nove partite da titolare: al prossimo che dice che rende di più quando entra a partita in corso, rileggete questi dati. E se Mancini avesse tolto Ibra, anziché Cruz, il derby sarebbe finito 3-1, con un destro rasoterra sul palo più lontano.

Mancini e Cambiasso: «Annata magica»

Purtropo, nemmeno dopo una serie incredibile di vittorie (una sola sconfitta in campionato in tutto l'anno 2007), ci si può rilassare.

L’infortunio a Walter Samuel – dopo quelli a Vieira, Materazzi, Jimenez, Stankovic, Figo, Dacourt, tutti lungodegenti – destabilizza l’assetto difensivo e impone un paio di arrivi a gennaio.

 

Con ogni probabilità, Chivu verrà riportato in difesa, Burdisso avrà più spazio, ma la linea mediana è appesa a un esile filo: quello che collega Esteban Cambiasso a Javier Zanetti.

I due argentini vanno fatti rifiatare, sono quelli che hanno giocato di più e alle loro spalle, oggi, non ci sono alternative. In campionato, almeno per mezze partite, Mancini dovrà riprovare il tridente, con Ibra o Cruz alle spalle di due attaccanti. Di attaccanti ce ne sono 4 (più Balotelli), di centrocampisti ne mancano un paio: dopo aver visto Pelè tenere bene il campo, Moratti può riaprire il portafoglio e affidarsi ciecamente a Mancini.

scritto da Rudi alle 11:42 | link | commenti (1)
categorie: nerazzurri
domenica, 23 dicembre 2007

Come in primavera

Cambiasso derby di Natale 2007Come in primavera, il Milan mi è sembrato orgoglioso e sfiatato.

 

Come in primavera, abbiamo vinto il derby in rimonta (e anche stavolta con il contributo determinante di Dida).

 

Come in primavera, la cosa strana è che alla fine del primo tempo l’Inter non fosse in vantaggio: a parte la punizione di Pirlo, rapinata da Inzaghi al solito Cordoba, non si ricorda una sola parata di Julio Cesar. Intanto, Ibra si era mangiato un gol, l’arbitro non aveva fischiato un rigore su Cruz, e Jimenez aveva colpito la traversa. Un dominio che doveva essere concretizzato, se solo Ibra non fosse così scentrato, come contro la Juve (temo non sia un caso).

 

Come in primavera, mi chiedo come si senta un tifoso della Roma: squadra magnifica, che ha la sfortuna di incrociare la strada con la migliore Inter degli ultimi quarant'anni.

scritto da Rudi alle 18:13 | link | commenti (7)
categorie: nerazzurri
domenica, 23 dicembre 2007

137, LA PUNTINA SUL VINILE

 

Claudio Lolli, Ho visto anche degli zingari felici (Italia, EMI 1976)

Un po' come certe storie di Andrea Pazienza, Bologna diventa il palcoscenico di una nuova soggettività giovanile, e dall'ebollizione di tanto "pubblico" e tanto "privato", poco prima che tutto precipiti in una nuova, feroce contestazione, in una nuova, ottusa incomunicabilità, Lolli finisce per trovarsi al posto giusto al momento giusto, e ne ricava testi semplicemente meravigliosi.

“È vero che non vogliamo pagare la colpa di non avere colpe e che preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia, è vero, cerchiamo l'amore sempre nelle braccia sbagliate. È vero che non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate, è vero che i poeti ci fanno paura. Perchè i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l'odore delle amarmi, odiano la fine della giornata. Perchè i poeti aprono sempre la loro finestra, anche se noi diciamo che è una finestra sbagliata”.

 

L'album resta memorabile anche per il tessuto sonoro, per le "invenzioni strumentali" di quattro musicisti appartenenti al Collettivo autonomo di Bologna: Roberto Soldati, chitarre, Roberto Costa, basso e percussioni, Adriano Pedini, batteria e percussioni, e, soprattutto, Danilo Tomasetta, che passa dal sax tenore al sax contralto, al flauto, dando all'album un'impronta irripetibile.

 

Mentre i dischi costavano oltre 5000 lire, questo aveva un prezzo imposto (3500). Dentro ci sono le stragi fasciste e l’irruzione del femminismo, i volenterosi tentativi di dialogo con i vecchi comunisti, la piazza e il vino come simboli di socialità. Questo album è lo specchio di un'epoca, reperto fondamentale per intuire come una nuova dialettica politica stesse travolgendo la sinistra italiana. Di lì a poco, tante speranze decadranno in disperazione.

scritto da Rudi alle 12:43 | link | commenti (3)
categorie: musica
domenica, 23 dicembre 2007

136, LA PUNTINA SUL VINILE

 

Robert Wyatt, Robert Wyatt (GB, Rough Trade 1981)

Wyatt, Robert Wyatt 1981Uno dei più bei dipinti realizzati dalla moglie, Alfreda Benge, racchiude questa strana raccolta di quattro 45 giri, pubblicata da Wyatt in una delle fasi più oscure ed esplicitamente militanti della sua luminosissima carriera. In questo periodo è particolarmente impegnato nel piccolo Partito Comunista inglese: "Caimanera è una versione di Guantanamera, che è praticamente l’inno nazionale cubano. Ho deciso di inciderla perché i giornali hanno parlato talmente tanto delle migliaia di cubani espatriati che mi è venuta voglia di cantare una canzone per i milioni che sono invece rimasti".

 

L'album vale la pena per le versioni di At Last I'm Free (già cantata dagli Chic), la dolente Strange Fruit (Billie Holiday), la coppia latinoamericana di Arauco (Violeta Parra) e Caimanera (Carlos Puebla). Gli strumentisti sono i più vari, da Bill MacCormick, bassista canterburiano, a Frank Roberts (tastiere), Harry Beckett (corno), fino a Kadir Durvesh, Esmail Shek, Mogutsi Mothle, musicisti del Bangladesh.

 

La mia copia è stata prodotta a un chilometro da qui, presso la Base Records di via Castiglione 109.
scritto da Rudi alle 12:18 | link | commenti
categorie: musica
domenica, 23 dicembre 2007

Georges Simenon, Maigret e il cliente del sabato

 

Maigret e il cliente del sabato

Léonard Planchon, titolare di una piccola impresa di imbiancatura, si presenta un sabato sera all’ora di cena a casa di Maigret, in boulevard Richard-Lenoir. Dice di voler uccidere sua moglie. Ha un vistoso labbro leporino, ha bevuto, ma è lucido. Un giorno ha trovato la moglie, Renée, di dieci anni più giovane, mentre faceva all’amore con Roger, uno dei suoi imbianchini. Scoperta, gli ha detto: “Ecco, finalmente lo sai!”. Qualche tempo dopo, per il compleanno dell’amante, Renée ha preparato una bella cena, con bottiglia di spumante, e infine ha chiesto al marito di andarsene: “Perché non vai a farti un giro? Non capisci che ci metti in imbarazzo?”. Da due anni, Planchon è ospite nella sua stessa casa, dorme in salotto, mentre moglie e amante occupano la camera matrimoniale e la figlia, di sette anni, sta al piano di sopra. Umiliato e incapace di reagire, ancora innamorato della moglie, ogni sera Planchon va a ubriacarsi; non vuole divorziare, ha paura di perdere la figlia. Perciò è arrivato a concludere che l’unica soluzione sia un duplice omicidio: sa come fare, ha elaborato un piano perfetto. Forse ha voluto parlare affinché qualcuno lo fermi, pensa Maigret, che tuttavia avverte che qualcosa gli sfugge. Riesce solo a farsi promettere che tutti i giorni Planchon gli telefonerà.

Ma un paio di giorni dopo, Planchon scompare. Maigret è infastidito, non sa che fare, “il suo compito non era quello di rimettere ordine nella vita della gente, ma di trovare chi aveva commesso un crimine o un delitto”. Si sente in qualche modo responsabile, per non aver saputo cogliere il senso di quella strana confessione. Maigret interroga gli amanti, lei è “una bella femmina”, lui un uomo deciso, entrambi “sicuri e aggressivi come animali feroci”. Scopre che Planchon ha firmato un documento con cui cede, in cambio di una grossa cifra, la proprietà della ditta a Roger, poi ha raccolto un po’ di cose in due valigie e se n’è andato.

 

Storia invernale, ambientata fra il Quai des Orfèvres, l’appartamento del commissario e la zona di Montmartre, dove vivono Planchon, la moglie e l’amante. “La fama di poliziotto umano e comprensivo”, prodotta da certi articoli di giornale, fa sì che Maigret venga riconosciuto dagli avventori di un bistrot, dove è entrato per fare qualche domanda e bere un grog bollente. Il commissario è raffreddato, “in cortile fu sorpreso dalla nebbia giallastra che nel pomeriggio aveva inghiottito Parigi”. Da appena un mese, nel suo appartamento c’è il televisore; lo guardano, lui e la moglie, mentre cenano, e qualche volta il commissario sbuffa davanti a certi film polizieschi. Ogni mezzora viene interrotto dalle telefonate dei suoi poliziotti che indagano a Montmartre; rimpiange i tempi in cui anche lui era impegnato negli appostamenti.

Il commissario è poco lucido, intorpidito dall’influenza che sta incubando, ma la sua determinazione resta inflessibile. E Simenon è chirurgico, come sempre. Non si concede divagazioni che non siano funzionali alo sviluppo della storia. Però gli va di descrivere come la domenica mattina, “quando aveva la fortuna di passarla in casa, di solito Maigret poltriva fino a tardi, e anche se non aveva più sonno se ne rimaneva a letto. Sapeva che sua moglie non lo voleva tra i piedi finché non aveva finito di sbrigare le faccende… non era il sonno degli altri giorni: quello della domenica mattina aveva un’altra consistenza, un sapore diverso. Ogni mezz’ora, per esempio, sentiva le campane e percepiva il vuoto giù in strada, l’assenza di camion, i rari passaggi dei bus”.

 

Scritto nel febbraio 1962, è il cinquantanovesimo dei 75 romanzi del commissario Maigret, nella traduzione di Giovanna Rizzarelli.

scritto da Rudi alle 11:43 | link | commenti
categorie: letture
sabato, 22 dicembre 2007

135, LA PUNTINA SUL VINILE

 

Led Zeppelin, The Song Remains the Same (GB, Swan Song 1976)

Da assiduo lettore di riviste musicali (dal ’73 alla metà degli anni Ottanta), ricordo che questo album fu sepolto dalle critiche: uno degli argomenti era che si trattava di una deriva narcisistica, di un eccesso di autocelebrazione.

Può darsi; ma oggi viene da chiedersi chi altri avrebbe potuto esaltarsi con tanti, ottimi motivi. E questo rimane pur sempre l’unico live ufficiale pubblicato dalla band.

 

La voglia di celebrarsi traspare anche dalla confezione lussuosa di questo doppio live, registrato al Madison Square Garden nell’estate 1973, poco dopo l’uscita di Houses of the Holy, l’album da cui provengono più canzoni. La cover è dello studio Hypgnosis, le note di copertine portano la firma del critico musicale e futuro regista Cameron Crowe.

 

Gli Zeppelin chiudono un quinquennio prodigioso, stracolmo di canzoni entrate nella storia della pop music. Mostrano un’insuperata capacità (appena sfiorata, vent’anni dopo, dai Nirvana) di passare dalla carezza al graffio, dalla dolcezza al grido disperato. Alla sbalorditiva qualità tecnica di Jimmy Page e John Paul Jones (chitarra e basso, e rare tastiere) si aggiungono la voce di Robert Plant (incredibile sia sempre lui, quello di Dazed and Confused e di No Quarter) e il battito martellante, prepotente con cui John Bonham percuote Moby Dick, portando il pubblico al delirio.

Quanto a Starway to Heaven, la preferisco in altre versioni, ma come arriva la batteria in questa...

scritto da Rudi alle 15:17 | link | commenti
categorie: musica
venerdì, 21 dicembre 2007

(un'idea di HAE, senza offesa per il Siena)

scritto da Rudi alle 13:04 | link | commenti
categorie: nerazzurri
venerdì, 21 dicembre 2007

Non è servito fare gli scongiuri: il sorteggio ha detto Liverpool.

Poteva andare peggio? Potrà dircelo il Milan, che ha trovato l'Arsenal. E purtroppo la strada della Roma sembra destinata a chiudersi a Madrid.

 

Fra i tanti scontenti per questo sorteggio, aggiungo la Juventus: poiché è ragionevole prevedere che un paio di italiane saranno eliminate già negli ottavi, la corsa per i quattro posti che garantiscono la Champions 2008 diventerà ancora più accanita.

 

Il Liverpool ha un allenatore bravissimo (Benitez), sa far giocare male gli avversari, è arrivato due volte in finale negli ultimi tre anni (l'ultima l'ha persa per il più fortunoso gol nella storia del mondo, segnato dalla schiena di Pippo Inzaghi), e rispetto allo stagione scorsa ha un Torres in più a centro dell'attacco. I reds hanno segnato 16 gol nelle ultime tre partite del girone, recuperando una situazione che sembrava compromessa: è loro il record di gol segnati nella prima fase (18), Gerrard ne ha fatti 4, Babel, Crouch, Benayoun e Torres 3, Kuyt 2.

Negli ottavi si affrontano le due squadre più forti fisicamente dell'intero panorama europeo. Spero che l'Inter recuperi Vieira, Stankovic e Figo, perché a fare la differenza sarà la qualità a centrocampo.

Uniche certezze, chissà quante volte saranno riproposte le gesta epiche di Corso, Peirò e Facchetti... 43 anni dopo. E per bilanciare Anfield Road, l'11 o 12 marzo San Siro dovrà essere una bolgia infernale: è ora di far pesare il fattore-campo.

scritto da Rudi alle 12:57 | link | commenti (4)
categorie: nerazzurri
giovedì, 20 dicembre 2007

Bologna: per una Lista della Sinistra Arcobaleno

 

http://www.zic.it/zic/articles/art_2044.html

simboloDopo l’assemblea nazionale dell’8-9 dicembre, la Prima Casa a sinistra può scegliere fra due strade: confermare la vocazione a contenitore, luogo d’incontro e reciproco ascolto fra le varie anime della sinistra, senza esclusioni; oppure, scegliere di contribuire al processo unitario che si è rappresentato l’8 e 9 dicembre, spingendo per una sua accelerazione e affinché si determino le condizioni per un nuovo soggetto politico che vada oltre i confini degli attuali partiti. Penso si debba prendere la seconda strada.

La Prima Casa a sinistra deve proporsi, senza incertezze, come un luogo d’iniziativa a disposizione di tutti coloro che sono interessati a costruire, a Bologna, il nuovo soggetto politico. La conseguenza più ravvicinata non può che essere una Lista unitaria della Sinistra Arcobaleno da presentare alle elezioni del 2009 (senza trascurare la possibilità che il sindaco ci imponga le elezioni anticipate).

 

Una Lista della Sinistra Arcobaleno deve innanzitutto definire alcune coordinate. La prima è che al nuovo simbolo non vanno affiancati quelli dei quattro partiti. La seconda è che questa Lista intende concorrere al governo della città, della Provincia e dei Comuni rilanciando l’alleanza dell’Unione, senza la minima subalternità: per ricostruire un’alleanza credibile, occorre trovare un accordo sui programmi e sui candidati, e il PD non può pretendere di imporre le sue scelte con una logica del prendere-o-lasciare. Terzo requisito: sia la definizione dei programmi che le liste dei candidati devono essere l’esito di effettivi processi di partecipazione, e i partiti avranno un ruolo alla pari con le altre realtà; sui candidati alle massime cariche elettive non ci sono alternative alla scelta tramite elezioni primarie.

A nessuno sfugge la stretta relazione fra le vicende locali e la sorte del governo. È ragionevole prevedere che entro febbraio-marzo si saranno in qualche modo risolti gli interrogativi legati alla nuova legge elettorale e alla cosiddetta “verifica”. La preoccupazione più grande non è nell’esito di queste vicende, ma nel grado di passività che possono determinare: il popolo di sinistra non deve ridursi a spettatore, a Roma come a Bologna, dove la verifica sullo stato di salute della maggioranza si protrae da tempo immemorabile, fra ultimatum e continui rinvii, divenendo ogni giorno meno comprensibile.

 

Nel suo primo anno di vita, la Prima Casa a sinistra ha verificato i limiti di un rapporto asfittico con i partiti e le rappresentanze istituzionali. Non si è riusciti a definire soluzioni condivise, anzi non ci si è ancora dati un metodo per affrontare i problemi, i passaggi più delicati, senza produrre nuove lacerazioni. Spero che l’assemblea nazionale dell’8 e 9 dicembre rappresenti un punto di non ritorno. Sarebbe irresponsabile retrocedere, ma mi sembra un passaggio timido e insufficiente, che non corrisponde all’urgenza e all’impazienza con cui si esprime la domanda di unità nel popolo della sinistra. Sono fra quelli che pensano che la società italiana sia di fronte a un passaggio drammatico, e che una sinistra così frammentata possa presto diventare irrilevante. Mentre si profilano altri progetti politici, a sinistra, su base fortemente identitaria, sono per prendere alla lettera quanto veniva detto, a Roma, da quei segretari di partito che invitavano a “trascinare” e “travolgere” dal basso le resistenze al percorso unitario. Per contribuire a farlo, la Prima Casa a sinistra deve avere un’ambizione, proporsi un salto di qualità. Da gennaio va avviata una campagna di adesioni individuali, utile a definire la massa critica disponibile e a garantire un minimo di autonomia finanziaria; sarebbe utile individuare un portavoce, a rotazione (2-3 mesi), in grado di esprimere con prontezza il punto di vista degli associati sulle principali vicende locali e nazionali. E in pochi mesi, potremo valutare se questo luogo può essere l’incubatore della Lista unitaria della Sinistra Arcobaleno.

scritto da Rudi alle 16:15 | link | commenti (2)
categorie: politica
giovedì, 20 dicembre 2007

 

http://www.lastampa.it/sport/cmsSezioni/calcio/200712articoli/12674girata.asp

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Dicembre-2007/art71.html

Calciopoli non è finita, Moggi non ha mai smesso di complottare: chi l’avrebbe detto… Fra tanta melma che riaffiora attraverso le ultime intercettazioni, mi piace sottolineare un passaggio minore, quello delle lettere inventate.

 

Abbiamo assistito a una campagna di stampa, fondata sulla mobilitazione di tifosi che scrivevano ai quotidiani e alle tv private per sostenere le ragioni di Moggi e della cupola. Quei tifosi, in realtà, non esistono, come risulta dalle intercettazioni. Se li sono inventati giornalisti amici, o i collaboratori di Moggi.

 

Due di loro parlano al telefono il 5 gennaio 2007. Nello De Nicola: «Mi sono dimenticato una cosa importante ». Claudio De Nicola (il figlio): «Eh...». Nello: «Dobbiamo vedere... devi scrivere a nome di un tifoso dell’Ascoli... di chi ti pare... Alessandro, Pasquale, Giovanni...».

Cinque giorni dopo, altra telefonata, questa volta fra Moggi e un giornalista che conosce da anni. L’ex dg della Juve dice al cronista «di fare una lettera dura contro Carraro perché è una vergogna per quello che fa e fra poco lo premieranno pure».

 

Berlusconi ha definito Calciopoli una montatura, una questione "d'influenza non di corruzione" (in effetti, lui di corruzione se ne intende). Ma dopo la pubblicazione di queste altre 400 pagine di intercettazioni, non ci si può stupire se Berlusconi minimizza il significato di Calciopoli. Berlusconi e Moggi si sentono spesso, Lucianone gli ha fatto capire che i dirigenti del Milan stanno facendo una valanga di idiozie e rischiano di compromettere il fondamentale quarto posto di fine campionato. Ecco un altro ottimo motivo per tifare Fiorentina...

http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/sport/calcio/processo-a-moggi/sotto-la-cupola/sotto-la-cupola.html
scritto da Rudi alle 10:55 | link | commenti (2)
categorie: politica, sport
giovedì, 20 dicembre 2007

Mario Barwuah Balotelli il prossimo 12 agosto farà 18 anni. Non va prestato, ma aggregato subito alla prima squadra. E se non perde la testa, ho la netta impressione che l'Inter del futuro potrà contare su di lui molto più che su Adriano. 

scritto da Rudi alle 09:11 | link | commenti (4)
categorie: nerazzurri
mercoledì, 19 dicembre 2007

Nello Governato, La partita dell’addio, Mondadori, 2007

 

Matthias Sindelar, detto Cartavelina per la figura slanciata e sottile, è ritenuto il più grande calciatore austriaco di tutti i tempi. Nasce a Kozlau, in Moravia, il 10 febbraio del 1903. Perde il padre in guerra, sul fronte dell’Isonzo. Gioca negli anni Venti e Trenta nell’Austria Vienna e nella nazionale austriaca, il Wunderteam cancellato dall’Anschluss (l’annessione al Terzo Reich). Muore assassinato dalla Gestapo il 23 gennaio 1939, insieme alla sua compagna, l’ebrea milanese Camilla Castagnola.

 

Quello di Governato è un romanzo storico con personaggi reali. Particolarmente riuscita è la storia d’amore fra Matthias e Camilla, fatta di lunghi silenzi, frasi brevi, sguardi d’intesa. Camilla insegna italiano in un liceo di Vienna. “Non vogliamo più ebrei a scuola” le grida Eric, il primo della classe, un ragazzo intelligente e sensibile, grande ammiratore di Sindelar e tuttavia fanaticamente proiettato verso le radiose sorti del Reich. Matthias accompagna Camilla a scuola e la sua presenza fa evaporare tutto l’odio che si era incanalato fra quei ragazzi. Ma ben presto, la Commissione per la purezza della razza sospende Camilla dall’insegnamento.

Governato descrive il clima di allucinazione collettiva che pervade Vienna il 12 marzo 1938, il giorno dell’annessione, con la sfilata delle truppe naziste accolta dagli applausi. Vienna è imbandierata, in festa, ma le bandiere che sventolano dagli edifici pubblici e dai balconi delle case del centro non sono austriache: hanno la croce uncinata. Il regime ha deciso di suggellare la “riunificazione dei popoli germanici sotto la bandiera tedesca” con una partita di calcio che opporrà la Germania all’Austria. Sarà l’ultima volta che scenderà in campo la nazionale austriaca. In seguito, i migliori calciatori indosseranno la divisa della nazionale tedesca, e contribuiranno alla inevitabile conquista del titolo mondiale, a Parigi, il giugno seguente. La vittoria non può sfuggire: quattro anni prima, Germania e Austria sono arrivate, rispettivamente, terza e quarta nei Mondiali giocati in Italia.

Il taciturno, filiforme Sindelar appare pienamente consapevole della sua forza extracalcistica. La popolarità è uno scudo difensivo in grado di proteggere anche l’amata Camilla. Il calciatore sa che non appena sarà chiaro che non giocherà i mondiali con la maglia della Germania, la sua sorte sarà segnata, ma è disposto a usare fino in fondo il privilegio di essere un campione intoccabile, che può fare e dire cose che ad altri non sarebbero consentite.

Ventidue giorni dopo l’Anschluss, il 3 aprile 1938, si gioca al Prater. Leni Riefenstahl dirige le riprese cinematografiche. L’Austria indossa una maglia rossa: la tradizionale maglia bianca è stata riservata agli ospiti. Cinque calciatori del Wunderteam hanno abbracciato la causa nazista, ma la nazionale non tradisce i viennesi. Sindelar è autore di una prestazione eccezionale, segna al 17’ del secondo tempo, raddoppia il terzino Sesta, l’Austria vince per 2-0, contro ogni pronostico e ogni programma.

Alla fine della partita, il protocollo prevede che i calciatori siano chiamati a salutare i gerarchi nazisti presenti in tribuna. Si schierano sull’attenti. Al comando, tutti scattano nel saluto nazista. Quasi tutti: Sindelar e Sesta rimangono immobili, le braccia sui fianchi.

Intanto, il diciottenne Eric ha finito il liceo e si è arruolato nella Luftwaffe: Governato avrebbe dovuto dedicargli più spazio, Eric è un po’ il simbolo dei tanti giovani esaltati dal nazismo, che “aspettavano l’inizio dei combattimenti come prima avevano aspettato l’inizio delle partite. Stavolta, però, non da spettatori”.

scritto da Rudi alle 15:25 | link | commenti (3)
categorie: letture
mercoledì, 19 dicembre 2007

operai

19 dicembre: muore il sesto operaio della Thyssen-Krupp

 

Rosario Rondinò è morto a 26 anni, dopo 13 giorni passati presso il reparto grandi ustionati dell'ospedale Villa Scassi di Genova.

 

Oggi, a Torino, vengono celebrati i funerali di Rocco Marzo, il quinto della lista.

scritto da Rudi alle 11:14 | link | commenti (1)
categorie: politica, nel buio di una nave
mercoledì, 19 dicembre 2007
operai

18 dicembre: la solita media del 4

 

A Valenza (AL) è rimasto ucciso un operaio che prestava servizio come capo-turno; l'incidente si è verificato in una fornace per la produzione di tegole. Sembra che l'uomo sia rimasto schiacciato fra due grossi carrelli per il trasporto dei prodotti.

 

A Jesolo (VE) è morto un operaio di 55 anni, travolto da alcune travi. Era dipendente di una società di costruzioni, impiegata nel recupero e restauro di alcuni capannoni dell'Arsenale di Venezia.

 

Un operaio di 22 anni della provincia di Frosinone, ha perso la vita mentre stava lavorando alla realizzazione della rete fognaria a Cecchina, nella provincia di Roma. Dipendente di una ditta in appalto, l'operaio è deceduto a causa delle ferite riportate mentre scaricava dei grossi tubi.

 

Tragedia anche alla Fiat di Melfi: un operaio, dipendente di una ditta esterna, stava pulendo un macchinario dai residui della produzione, quando è rimasto schiacciato dalla stessa apparecchiatura.

Purtroppo La Repubblica ha esaurito la sua dotazione annuale di cordoglio con la vicenda Thyssen-Krupp.

scritto da Rudi alle 10:05 |