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Rudi.
pensierini sull'Inter, la Sinistra,
Bologna, musica, cinema, viaggi e letteratura |
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mercoledì, 31 ottobre 2007

Pare giochi Orlandoni. E che stasera l'Inter rinunci (per forza o per scelta) a Julio Cesar, Toldo, Materazzi, Stankovic, Vieira, Jimenez, Cordoba, Ibrahimovic, Adriano e Samuel.
Se si vince rinunciando a tutti questi...
mercoledì, 31 ottobre 2007
Art. 1 - L'Italia è un Paese fondato sull'omertà e sulla vergogna.
martedì, 30 ottobre 2007
Situazione melmosa
http://www.zic.it/zic/articles/art_1740.html
Melmosa e confusa: ecco come mi viene da definire la situazione politica bolognese. Dove metti il piede, affondi. Forse è utile ristabilire alcuni punti fermi.
Uno: nei mesi scorsi il sindaco Cofferati ha cercato di stringere un “patto per la sicurezza” con AN; oggi dice che non c’è niente di scritto, e il capogruppo di AN ribatte mostrando le carte che si sono scambiati.
Due: dopo essersi rifiutato di prendere in considerazione le primarie per la scelta del futuro candidato a sindaco, quasi offeso per il fatto di essere sottoposto a questo giudizio di gradimento, Cofferati si è detto disponibile alle primarie.
Tre: sia sul “patto sulla sicurezza” che su altri temi, alcuni assessori (a suo tempo scelti dal sindaco) si sono sentiti nella necessità di criticare l’operato di Cofferati; è stata convocata una giunta risolutiva, che si è svolta la settimana scorsa; un secondo e ancor più risolutivo appuntamento era convocato per oggi, ma Cofferati l’ha spostato al 5 novembre.
Quattro: all’inizio di ottobre, sei consiglieri che si firmano “Sinistra in Consiglio”, dopo aver presentato un documento fortemente critico sull’azione amministrativa di sindaco e giunta, e qualche giorno dopo hanno dichiarato di sentirsi liberi dal “vincolo di maggioranza”.
Cinque: Cofferati, rimasto col sostegno dei 23 consiglieri del PD, dunque senza i numeri per governare, ha reagito affermando che sarebbe andato avanti comunque, poi si è corretto sostenendo la necessità di ricostruire una maggioranza consiliare, per concludere che in caso contrario si aprirebbe la strada alle elezioni anticipate.
Sei: l’ex partito del sindaco (DS) ha sempre obbedito diligentemente, mentre dal nuovo partito del sindaco (PD) vengono numerosi segnali di irritazione per le manovre spericolate di Cofferati.
Sette: il sindaco si è detto disponibile a discutere il documento di “Sinistra in Consiglio” in tempi utili per la definizione del bilancio del Comune; un incontro è previsto in tempi brevi.
Credo sia lecito dedurre da questi dati di fatto che la posizione di Sergio Cofferati non è mai stata così debole. Se si aggiungono i sondaggi (persino Repubblica gli attribuisce un gradimento inferiore al 40% dei bolognesi), si può concludere che le ultime retromarce siano dettate dall’imperativo categorico di recuperare consenso. Trovo convincente anche l’analisi proposta dal capogruppo di AN, per come la riporta Repubblica: “Forse parlando con noi, Cofferati pensava di liberarsi di Rifondazione, e invece gli è scoppiata in mano tutta la maggioranza. Soprattutto tre dei suoi assessori gli si sono rivoltati contro. Una cosa mi vista”. In altri termini, Cofferati avrebbe tentato di fare a meno di chi sta a sinistra del Partito Democratico, a concretizzare la “vocazione maggioritaria” di cui parla Veltroni, riproponendo Bologna come laboratorio politico, ma la situazione gli è sfuggita di mano.
Ora, in queste condizioni di estrema debolezza dell’interlocutore, credo e spero che davanti al sindaco i sei di “Sinistra in Consiglio” non commettano l’unico errore che troverei imperdonabile: dividersi.
martedì, 30 ottobre 2007

Ogni volta che incrocio notizie sull'aumento del prezzo al barile - oggi siamo intorno ai 94 dollari, presto sfonderemo quota 100 - mi chiedo a quale valutazione del petrolio Moratti deciderà di regalarci Messi.
martedì, 30 ottobre 2007
Statistiche sui visitatori
Ho scaricato un po’ di dati da HiStats, da cui ricavo che il numero di visitatori totali è arrivato a 35.952: a questo blog, dunque, si sono collegate oltre 35mila persone, con una media di “6 pagine viste per visitatore”. La durata media della visita è 3 minuti e 57 secondi.
Nell’ultimo mese, i contatti sono stati 15.353, i "visitatori unici" 7.838, di cui 3.172 nuovi. Il lunedì e il venerdì sono i giorni con il maggior numero di contatti (media di 655), mentre al sabato e alla domenica la media scende a 283. Le ore della giornata con più "utenti online" sono quelle comprese fra le 14 e le 17, ma più di un centinaio di nottambuli si collega costantemente fra le 23 e le 5 del mattino.
L’80,93% arriva dall’Italia; seguono Francia (1.242, 3,5%), Stati Uniti (1.062), Germania (903), Gran Bretagna (852), Spagna (357), Romania (237), Svizzera, Olanda e Belgio. Se qualcuno mi spiega la Romania, gliene sarò grato… Ho pensato ai fans di Chivu, ma il dato sarebbe contraddetto dalla Russia, dove, nonostante la mia insistenza sulla Sharapova, i 17 visitatori sono confinati al 34° posto, dietro gli Emirati Arabi, la Croazia e il Venezuela. Ancora più deludente è il dato cinese (6 visitatori, meno di Portorico).
Perché i nuovi vengono a cercarmi? Nell’ultimo mese, il 21,1% l’ha fatto per puro caso, digitando qualche parolina nella stringa di Google. E qui escono le situazioni più strane: le principali motivazioni sono state “Tea Leoni”, “aforismi sportivi”, “Brigitta Bulgari”, “Arshille Gorky”, “attrici anni 50”, “Aida Yespica”, “Santiago Solari”, “Leopardo Di Caprio”, “John Coltrane”, “Rudy Altig”, “Zlatan Ibrahimovic”, “Gigi Meroni” e “Licia Maglietta”. Qualcuno si è perso cercando “carta da parati traslucida”, “uomini di Magritte”, “dida integratore alimentare”, “grotta di Lascaux”, “Pelagatti”, “West Taribo”, “moglie di José Altafini”, “Kurt Cobain morto”, “tatuaggi di Ibra”, “Ralph cane pastore”, “gelaterie di Oporto”, “Eneas De Camargo”, vivere in Guatemala”. E c’è persino chi mi ha trovato digitando “morettine”.

lunedì, 29 ottobre 2007

Gliele hanno rifilate due giornate di squalifica a Zalayeta, punito per aver simulato un fallo da rigore sull'uscita (sbagliata) del portiere della Juventus.
L'uruguaiano è fra i calciatori più corretti, ma doveva essere punito, in un Paese in cui la giustizia è quasi sempre a orologeria: serviva un capro espiatorio per 12 milioni di juventini. Da questa sentenza ingiusta (anzi, penosa), Zalayeta viene invitato a proseguire la corsa e calpestare Buffon senza sentirsi in colpa.

AGGIORNAMENTO
Nuove immagini televisive dimostrano che Zalayeta è del tutto innocente; il rigore c'era e in più ci stava l'ammonizione di Legrottaglie, che ha trattenuto e sbilanciato l'attaccante del Napoli. Ma dubito che troveremo questa notizia su Tuttosport.
lunedì, 29 ottobre 2007
41) Silvio Soldini, Giorni e nuvole (6)
Provo un po' di fastidio a dare un voto più basso a questo film rispetto al western con Russell Crowe. Perché Soldini (fin dall'Aria serena dell'ovest) è in assoluto fra i miei preferiti, Buy e Albanese ancora sono bravi, alcuni caratteristi rubano la scena, la fotografia (Ramiro Civita) rende Genova molto più che uno sfondo, e la trama ha un'indubbia valenza politica, mostrando il tracollo psicologico e morale, la mortificazione che deriva dalla mancanza del lavoro.
Ci sarebbero tutti gli ingredienti per una commedia alla Pane e tulipani, oppure per una storia più dura, come Un'anima divisa in due. Invece gli ingredienti non si combinano, e il film non decolla.
Trovare una spiegazione non è facile: ci sono molte scene efficaci, a partire dal risveglio di Elsa dopo l'euforica festa di laurea (la confessione di Michele mi ha fatto venire in mente La metamorfosi di Kafka); di particolare delicatezza mi sono parse le scene sul restauro dell'affresco (la bellezza è terapeutica), di grande impatto il litigio fra gli ex soci (appena crolla la fragile difesa dell'educazione, si sbranerebbero) e anche la trasformazione dei portuali in muratori è resa con un tocco ironico e malinconico. Ma un insieme di buone idee non arriva a comporre un insieme appassionante, le esperienze di Elsa e Michele, costretti a lavori dequalificati e malpagati, i loro sforzi per non precipitare nella depressione, non suscitano immedesimazione.
Certo, viene da chiedersi chi dei due sappia reagire meglio, e quali siano più gravi, fra le cadute in cui incorrono. Pur con le migliori intenzioni, stavolta Soldini non trova il tono con cui conferire identità alla storia e ai suoi protagonisti.
lunedì, 29 ottobre 2007

La pena del contrappasso
Vedere la Juve derubata così grossolanamente, può suscitare istinti perversi. Non è il mio caso. Quando gli arbitri decidono le partite, a me danno fastidio comunque. Ed è vero che il primo rigore rappresenta un'assurdità logica (sul secondo si può discutere, gli arbitri li fischiano spesso quando l'attaccante fa passare la palla e il portiere non arriva a toccarla). Inquietante è l'eventualità che ci siano arbitri che vogliono farla pagare alla Juve, magari perché consapevoli e non collusi col Sistema Moggi.
Non credo che le cose stiano così, perché un arbitro che vuole indirizzare una partita ha altri metodi, meno vistosi e almeno altrettanto efficaci. Ma sta diventando pericoloso il clima in vista di Juventus-Inter: per fortuna l’arbitro Farina non ha fischiato il rigore (che c’era) ai danni di Ibrahimovic, ieri a Palermo, altrimenti avrei auspicato la partita del 4 novembre a porte chiuse.
Agli juventini arrabbiati, suggerisco di stare calmi: certa rabbia e cieca insofferenza noi la conosciamo bene, in passato ci avvicinavamo a Juve-Inter con la sola speranza di giocarcela 11 contro 11, nervi troppo tesi, di fronte ad avversari più lucidi e tranquilli. Le parti si sono invertite: se all’Inter riuscirà di ripetere l'ottima partita di Palermo, porterà a casa i 3 punti e Cobolli Gigli dovrà coltivare a nuovi sogni.
lunedì, 29 ottobre 2007

Il morto che afferra il vivo
Veltroni si è limitato a prendere tempo. Ha garantito l’ovvia fedeltà al governo e nello stesso tempo ha annunciato l’intenzione di presentare il PD da solo alle prossime elezioni (come le due cose possano viaggiare insieme, chiedetelo a lui). Mi aspettavo più chiarezza sulla legge elettorale e sul modello di partito: invece, l’appuntamento di Milano si è risolto in un mega-spot, rinviando ogni decisione a luoghi e situazioni meno illuminati dai riflettori.
Sulla Stampa del 26 ottobre, Federico Geremicca ha scritto: “La crisi politica sembra precipitare proprio nel momento in cui muove i primi passi il tanto inseguito Partito Democratico. Voluto per concludere un lungo processo e per rafforzare «l’asse riformista» della coalizione di governo, rischia di trasformarsi da subito nel maggior partito di opposizione. Andasse così, sarebbe un epilogo grottesco. Con buona pace di chi ha sostenuto che la sua nascita avrebbe indebolito il governo, si può vedere bene – ora – come sia il governo che rischia di portare a fondo il partito appena nato”.
Se, come credo, Veltroni condivide questa valutazione - se, cioè, il morto che afferra il vivo è il governo nei confronti del PD - la corda sta per strapparsi. Anche perché i sondaggi segnalano che solo il 30% degli elettori ritiene che questo governo debba andare avanti.

Quanto ai riflessi su Bologna, la situazione anziché chiarirsi va confondendosi.
Sergio Cofferati ha fatto una brusca retromarcia: dopo aver dichiarato che andava avanti imperterrito, ha chiesto un incontro urgente per discutere il documento di "Sinistra in Consiglio" e tentare di recuperare una maggioranza: http://www.zic.it/zic/articles/art_1709.html
L'esito di questo tentativo mi sembra scontato: nessuno vuole le elezioni anticipate, anzi dall'interno del PD sono emerse critiche feroci verso questa eventualità "avventurosa".
Affinché l'ex maggioranza possa tornare identica a prima, ricucendo lo strappo dei 6 consiglieri, servirebbero segnali clamorosi, scelte di bilancio in netta controtendenza rispetto a quelle delle ultime Finanziarie comunali. Dubito che Cofferati sia disposto a concedere tanto. Ho la sensazione che stia scommettendo sulla paura del voto per dividere la "Sinistra in Consiglio". Nel frattempo, congela il Patto per la sicurezza con AN e procede con uno sgombero al giorno.
lunedì, 29 ottobre 2007
114, LA PUNTINA SUL VINILE
Van Der Graaf Generator, The Long Hello, (GB, United Artist, 1974)

Strano album: fotografa i Van Der Graaf nell’intervallo senza Peter Hammill (che dava avvio alla sua carriera solista), proponendo sette brani strumentali.
Non mancano gli intermezzi psichedelici e qualche svisata jazzistica, ma a prevalere è un andamento sinfonico, morbido, quasi enfatico, che rimanda al progressive stile King Crimson e persino al Canterbury Sound (l’intero lato A lo si potrebbe attribuire ai Caravan). Le mie preferenze vanno alla bucolica maestosità di Fairhazel Gardens e all’allegra marcetta conclusiva, Brain Seizure.
Alla forma musicale (sette titoli di durata compresa fra i 5 e i 7 minuti) definita da David Jackson (sax, flauto, piano), Guy Evans (batteria) e Hugh Banton (basso), contribuiscono alcuni “friends”: Nik Potter (basso, già bei VDGG), Ced Curtis (chitarre) e Piero Messina (chitarre e piano).
Anche il disegno della cover è di un italiano, Paolo Paglia.
lunedì, 29 ottobre 2007
113, LA PUNTINA SUL VINILE
Everything But The Girl, Eden (GB, Blanco y Negro, 1984)

Tracey Thorn (voce e chitarra) e Ben Watt (voce, tastiere e chitarre) avevano 22 anni, all’epoca, e già potevano vantare altre incisioni (per Watt si era persino scomodato Robert Wyatt). Condividevano la passione per Cole Porter e per certe atmosfere soffuse; sotto la regia di Robin Millar (produttore di Sade) raccolsero una serie di collaboratori valentissimi: una sezione-fiati composta da Pete King (sax alto), Nigel Nash (sax tenore), Dick Pearce (tromba), Charles Hayward alla batteria e Bosco De Oliveira alle percussioni, nonché la chitarra e il basso dei Working Week, Simon Booth e Chucho Merchan.
Frost and Fire, The Dustbowl, Each and Every One, Soft Touch sono canzoni di rara finezza, giostrate intorno ad arrangiamenti sofisticati, che tolgono monotonia alla struttura formale: 12 canzoni di 3-4 minuti.
Delicato ai limiti dell’evanescenza, con divagazioni spagnoleggianti e cool jazz, Eden è un formidabile segno dei tempi, con la sua atmosfera da club, da scantinato fumoso. Intimità e penombra sono il contesto più appropriato per questo duo. Trasferire il loro sound nei concerti di massa rappresentava un rischio: andai a vedere un concerto degli EBTG nell'estate 1985, al Palatenda di Bologna, e fu un’esperienza mediocre. Chi mai avrebbe portato Cole Porter davanti a una folla chiassosa?
venerdì, 26 ottobre 2007
http://www.zic.it/zic/articles/art_1705.html
Domani Veltroni ci farà capire come finisce a Bologna

Da Monica Bellucci a Sophia Loren, fino a Sharon Stone: viene da invidiarlo, Walter Veltroni, che grazie alla Mostra del Cinema può incontrare certi miti del nostro tempo, e incassare i riverberi del loro glamour. Ma le mille luci sulla festa romana stanno per spegnersi ed eccoci a un passaggio cruciale: domani a Milano si tiene la prima Assemblea nazionale del Partito Democratico, e Veltroni dovrà far capire chiaramente cosa pensa del futuro del governo e dell'Unione.
Non gli basterà dire che il PD è impegnato per il "pieno sostegno" a Prodi; affermare che "il Paese ha bisogno del massimo di solidarietà della maggioranza per rafforzare l'azione del governo" appare quasi un'ovvietà. Chiunque capisce che la sorte di Prodi è segnata, il dubbio sta solo nel quando cadrà, e su quale questione. Le parole che Veltroni pronuncerà domani sono decisive anche per capire cosa succederà a Bologna.
Il leader del PD non può sfuggire al bivio: se cade Prodi, si va dritti alle elezioni anticipate, o il PD è disposto a tentare la carta del governo istituzionale per votare nel 2009 con un'altra legge elettorale?
La domanda è secca, semplice, drammatica. Non ammette subordinate.
Se Veltroni dice che si dovrebbe andare subito al voto, fa contento Prodi, raccoglie applausi nella platea milanese, ma nello stesso tempo distrugge l'Unione, facendo intuire che il nuovo partito andrà da solo, usando la legge elettorale per spingere nell'angolo la sinistra e spazzare via certi alleati recalcitranti.
Se, invece, Veltroni dice che Napolitano troverà la collaborazione del PD nel tentativo di salvare la legislatura, la platea milanese sarà attraversata da venti gelidi, e il neonato faticherà ad arrivare vivo al primo congresso: da Prodi alla Bindi, da Franceschini a Parisi, si griderà al tradimento del mandato elettorale, mentre l'alleanza dell'Unione continuerà ad apparire senza alternative.
Come previsto, far nascere un partito mentre si sta al governo è autolesionismo allo stato puro. E il PD - nato per rafforzare Prodi - rischia di trasformarsi nel becchino dell'Unione.
Anche le mosse da giocatore di poker di Sergio Cofferati rientrano in questo dilemma: a Bologna più che altrove si è assistito al tentativo di smarcare il PD dal condizionamento della sinistra, con evidenti pulsioni all'autosufficienza. Il ricatto sulla ricomposizione della maggioranza viene dal fallimento di quel tentativo: la pretesa autosufficienza non c'è, la crisi di consensi del sindaco è evidente, le difficoltà crescono di giorno in giorno, nelle sue mani resta solo l'arma finale delle elezioni anticipate (fra i suoi alleati più d'uno pensa sia una scelta irresponsabile). Se Veltroni forzerà la mano, viaggiando verso le elezioni anticipate, Cofferati sarà più forte, in caso contrario non potranno che crescere le forze interne al PD che già lavorano alla sua sostituzione.
La situazione può rapidamente precipitare. Mai come in questo momento c'è da sperare che l'unità delle forze a sinistra del PD - a Bologna come a Roma - sia lucida e senza sbandamenti. Perché una sinistra continui a esistere, l'unità deve prevalere su qualunque obiettivo particolare.
venerdì, 26 ottobre 2007
Quiz cinefilo con aiutino (5 e 6)


Per il fine settimana, due quiz meno facili del solito: "vince" chi riesce a indovinarli entrambi.
Il fatto che un'immagine sia a colori e l'altra in bianco e nero fa capire che un'attrice è attiva oggi, l'altra non più.
Della prima ho visto solo un film, della seconda una mezza dozzina (ma non quello con cui vinse l'Oscar); e potrà sembrare incredibile, ma la quantità dei fans della prima è nettamente superiore a quello della seconda (per noi celeberrima). Non è una questione di fascino, ma di demografia.
venerdì, 26 ottobre 2007
40) James Mangold, Quel treno per Yuma (7)

Sarò indulgente, tanta è la voglia di vedere ancora dei western (per quanto remake, ma da un racconto di Elmore Leonard).
I paesaggi aridi dell'Arizona, le stanze dei saloon, gli inseguimenti alla diligenza, gli agguati notturni degli Apaches, fino al duello finale lungo le strade di Yuma, sono momenti topici che continuano a emettere lampi di affascinazione.
Da quando il western si è fatto contaminare da letture politiche - nel decennio successivo al primo Treno per Yuma, 1957 - ogni storia americana può essere riletta con le lenti di un Paese che sa benissimo da dove nasce la sua ricchezza. Nasce dagli assassini che rapinavano le paghe e con quei soldi compravano ranch e bestiame. Nasce da società private di vigilanza (la famigerata Pinkerton) che somigliano sinistramente ai contractor che "lavorano" in Iraq. Nasce dallo sfruttamento di minoranze etniche e dalla spoliazione delle tribù indigene. E' l'accumulazione originaria di Marx, che il western illumina più di ogni altro genere.
Oggi sappiamo che l'eroe va ricordato senza macchia e senza paura, ma somiglia al bandito, anzi è nel suo rispecchiarsi col bandito che scopre davvero la sua essenza. Tipico del western è il sacrificio del padre che serve ad esempio per il figlio. Christian Bale non ha la faccia da contadino, ma tratteggia bene la sua lezione morale, da uomo comune che sa che la banca metterà le mani sulla fattoria, e nel portare il bandito a Yuma trova l'unica via d'uscita al fallimento. Russell Crowe ha la faccia da pistolero, recita proverbi e seduce le donne: vive una vita più divertente, e a Yuma l'hanno già rinchiuso due volte. In fondo, è sui cacciatori di taglie che si è edificato l'Impero Americano.
venerdì, 26 ottobre 2007

HEINRICH VON KLEIST, I RACCONTI (2)
Anche Il terremoto in Cile ha un avvio formidabile: “A Santiago, capitale del regno del Cile, nell’esatto momento in cui si veniva scatenando il grande terremoto del 1647, nel quale migliaia e migliaia di persone incontrarono la morte, un giovane spagnolo di nome Jéronimo Rugera, accusato d’un grave misfatto, se ne stava in piedi, vicino a un pilastro della prigione dentro la quale era stato rinchiuso, e voleva impiccarsi”.
Il grave misfatto di Jéronimo è aver avuto una relazione con Josefe, l’unica figlia di uno dei nobili più ricchi della città; relazione che il nobile aveva contrastato fino a rinchiudere la figlia in un monastero. Ma Jéronimo era riuscito a rivederla, Josefe rimase incinta, l’avvenimento destò enorme scalpore, e solo l’intercessione della sua potente famiglia poté “mitigare la severità della legge conventuale che la minacciava. Tutto ciò che si poté ottenere fu che il rogo, al quale venne condannata, fosse commutato, per atto di imperio del viceré, e con gran disappunto delle matrone e delle vergini di Santiago, nella decapitazione”.
Il terremoto sconvolge tutte quelle esistenze, ma non ci sarà lieto fine: serve un capro espiatorio su cui riversare tutte le colpe di quella tragedia collettiva, la folla si rivela cieca e sanguinaria, con un crescendo di orrori e tragedie che portano direttamente questo racconto nella cornice del “gotico”. Il terremoto punisce innanzitutto i punitori, ma non lascia scampo nemmeno alle loro vittime, oggetto della furia insensata di coloro che interpretano il cataclisma come una punizione divina.
Il volume Garzanti contiene, inoltre, La mendicante di Locarno, Il fidanzamento a Santo Domingo, Il trovatello, Santa Cecilia, e Il duello, uno dei drammi più intricati, contorti e perversi che mi sia mai capitato leggere.
Siamo alla fine del XIV° secolo, nei pressi di Basilea: il duca Guglielmo ha appena ottenuto dall’imperatore che il figlio di primo letto della moglie sia “legittimato” dall’imperatore, quando viene ucciso da una freccia scoccata a tradimento. La sua eredità andrà al figliastro, anziché al fratellastro Iacopo, che tuttavia accoglie la notizia con “nobiltà d’animo… magnanimità e moderazione”. Dalle indagini della duchessa emerge che la freccia mortale faceva parte di una scorta comprata tre anni prima dal conte Iacopo. La duchessa pensa si tratti di una calunnia, ne è così convinta che invia le prove all’accusato, “con l’espressa preghiera, poiché era già convinta in anticipo della sua innocenza, di risparmiarle ogni confutazione”.
Inaspettatamente, il conte vuole essere giudicato da un tribunale. E la duchessa si rimette alle decisioni dell’imperatore. In tribunale, per rispondere a un’accusa così infame, il conte Iacopo si sente libero di svelare che il suo alibi è una relazione segreta e l’amante è donna Littegarda, fino a quel momento “la più irreprensibile e senza macchia fra le dame del ducato”.
Le conseguenze discendono a valanga: il padre di Littegarda muore di crepacuore, il furore dei due fratelli raggiunge i parossismo quando scoprono che la sorella non è in grado di “addurre nulla a difesa della propria innocenza”: la scacciano di casa. Lei trova riparo da un ex spasimante, il camerlengo Federico, che le crede ciecamente.
Il tribunale assolve Iacopo. Federico lo sfida a duello. Iacopo accetta, perché “Dio, nel giudizio delle armi, decide secondo giustizia”… E i colpi di scena non finiscono qui.
Heinrich von Kleist è nato a Francoforte sull’Oder nel 1777, da una delle più influenti famiglie dell’aristocrazia militare prussiana; il 21 novembre 1811 si diede la morte a Berlino, sulle rive del Wannsee, insieme all’amica Henriette Vogel, malata di tumore. Fu un omicidio-suicidio: prima Kleist le sparò, poi si tolse la vita.
L’ultima volta che chiese aiuto alla famiglia, questa si riunì in consiglio e decretò la sua condanna come “un membro inutile della società umana”. Sembra un racconto di Kafka, ed è proprio Kafka ad aver annotato nei suoi Diari ciò che, un secolo dopo la morte, i von Kleist fecero incidere sulla tomba di Heinrich: “Al migliore della sua stirpe”.
venerdì, 26 ottobre 2007

HEINRICH VON KLEIST, I RACCONTI (1)
Ho completato la lettura dei racconti di Kleist, scritti fra il 1808 e il 1811, ed è stata un’esperienza di notevole intensità. L’edizione Garzanti, nella traduzione di Andrea Casalegno, restituisce la forza del linguaggio di Kleist, fra romanticismo e barocco, le metafore pessimiste (incendi, epidemie, terremoti, febbri violente, miracoli), le atrocità ai limiti dello splatter, le costruzioni esibitamene complesse, le apparenze ingannevoli, gli intrecci melodrammatici, stracolmi di fatti e dettagli, la capacità di catturare l’attenzione del lettore fin dalle prime righe (una necessità, trattandosi di novelle pubblicate su riviste).
Per esempio, ecco l’inizio fulminante di Michele Kohlhaas: “Sulle rive del Havel verso la metà del 1600 viveva un mercante di cavalli di nome Michele Kohlhaas, il quale, figlio di un maestro, era uno degli uomini più onesti e più terribili del suo tempo… Il mondo avrebbe dovuto benedirne la sua memoria, se non avesse ecceduto in una virtù. Il senso di giustizia, infatti, fece di lui un brigante e un assassino”.
La tragedia incombe su Kohlhaas, trasforma un uomo buono e onesto in un ribelle spietato, un giustiziere che mette a ferro e fuoco città e villaggi, rifiuta le regole per arrivare a colpire il Male che si è annidato ovunque, e che l’Autorità non intende combattere. E anche quando disarma le sue truppe in cambio dell’amnistia e, di nuovo, si assoggetta alla Legge, non capisce l’opinione pubblica, l’opportunismo delle convenzioni sociali: “si trovava del tutto intollerabile il suo rapporto con lo Stato e, nelle case private e sulle pubbliche piazze, si fece strada l’opinione che fosse meglio commettere contro di lui una palese ingiustizia, e mettere di nuovo tutto quanto a tacere, piuttosto di rendergli una giustizia estorta con azioni violente, in una questione così insignificante, soltanto per soddisfare la sua folle ostinazione”.
La trama si appesantisce con la divagazione sulla profezia, ma la prima parte – l’escalation del disincanto e l’inizio della vendetta – sarebbe stata degna di un film di Kubrick. All’interno di Pickwick, Baricco ne parlò come uno degli archetipi del racconto moderno.
Altrettanto straordinario – Rohmer ne ha tratto un film – è il racconto di Kleist che ha per titolo La Marchesa Von O…
“A M…, una importante città dell’alta Italia, la vedova del marchese di O…, signora di specchiata reputazione e madre di ben educati fanciulli, volle rendere noto, attraverso i giornali, di trovarsi, senza sapere come, in stato interessante”. Dunque, una vedova virtuosa si ritrova incinta senza sapere come, ne dà l’annuncio tramite un giornale e si dice disposta a sposare il padre del bambino, chiunque esso sia. Di qui parte il racconto.
Quello che viene solo suggerito e che rende straordinaria questa novella sono il contesto e i sottintesi: impensabile, alla fine del Settecento, che una donna riconosca l’attrazione del sesso in quanto tale. Giulietta non può ammettere di aver ceduto alla passione, così improvvisa, primitiva e selvaggia, con uno sconosciuto che le si era presentato come un angelo. Non lo ammette e lo cancella dalla mente, lo rimuove. Non sta fingendo, quando è sorpresa della gravidanza. Dovrà passare un anno dopo il matrimonio prima che lei possa godere apertamente della sua passione. Ben diverso è l’atteggiamento del conte, che non ha problemi nel riconoscere il desiderio sessuale: è questo che giustifica la sua fretta, quando si ripresenta con la domanda di matrimonio.
venerdì, 26 ottobre 2007
Quiz cinefilo con aiutino (4)
Anche questo è facile facile. Trattasi di attrice che esplose nel 1994 con un film che si reggeva tutto sull'estetica, dove lei - giovanissima - ipnotizzava il pubblico (almeno, quelli come me) con certi, svolazzanti vestitini a fiori.
E' stata ancor più conturbante nella parte di Jewel, in un film con Matt Dillon,
Ha fatto trent'anni qualche mese fa.
giovedì, 25 ottobre 2007
Comunque Tafazzi
Walter Veltroni può dire una cosa o l’altra, ma non gli sarà consentito sfuggire al bivio: se cade Prodi, si va dritti alle elezioni anticipate, o il Pd è disposto a tentare la cara del governo istituzionale per votare nel 2009 con un’altra legge elettorale?
La domanda è secca, semplice, drammatica. Non ammette subordinate.
Se Veltroni dice che si deve andare comunque al voto, fa contento Prodi, rompe con Bertinotti, si attrezza a presentare il nuovo partito da solo, e va incontro a una sicura (forse disastrosa) sconfitta.
Se Veltroni dice che Napolitano dovrà comunque provare a salvare la legislatura, il Pd farà fatica ad arrivare vivo al primo congresso: da Prodi alla Bindi, da Franceschini a Parisi, non si farà altro che parlare di tradimento del mandato elettorale.
MA ANCHE trovando una formula che rinvia la decisione (Veltroni può farcela, è bravissimo con la lingua italiana), lo stesso bivio si ripresenterebbe ai primi di dicembre, quando il referendum elettorale sarà formalizzato.
Come previsto, far nascere un partito mentre si sta al governo è autolesionismo allo stato puro.
giovedì, 25 ottobre 2007
L’Unità è in vendita
“La famiglia Angelucci, editrice de il Riformista e di Libero, sta per chiudere la trattativa per l’acquisto de l’Unità”.
Il comitato di redazione de l’Unità, fortemente critico verso le inadempienze e l’incapacità di rilanciare il giornale dimostrate dall’attuale proprietà, esprime preoccupazione e allarme. Riafferma il bene assoluto dell’autonomia della testata che, al di là degli assetti proprietari, deve essere garantita anche in futuro. Ribadisce l’esigenza di tutelare e difenderne la sua collocazione storica, il suo ruolo nel panorama della stampa democratica e la sua identità di giornale nazionale. Il Cdr sottolinea come questi mutamenti radicali nell’assetto proprietario avvengano proprio nel momento della nascita del Pd.
L'Unità non è assolutamente in vendita
“Da parecchio tempo, non da oggi ma da anni, diciamo che saremmo felicissimi se qualcuno si aggiungesse alla cordata degli azionisti”: lo dice Mariolina Marcucci, presidente del Consiglio di amministrazione della Nie, la società che edita il quotidiano dei Ds. “Non sto parlando di un ingresso degli Angelucci, perché‚ sinceramente non parlo degli Angelucci in particolare - precisa Marcucci - Dico che ci sono delle dimostrazioni di interesse da varie parti a entrare e ad aggiungersi alla compagine azionaria de l'Unità. Punto. E a questo noi siamo interessati da sempre”.
Chi sono gli Angelucci
I re delle cliniche private romane e del Lazio. Si narra della loro familiarità con D'Alema, ma tra gli amici più cari c’è anche Gianfranco Fini (il fratello Massimo e primario in una delle loro cliniche, il San Raffaele alla Pisana).
Sono i proprietari del palazzone di via delle Botteghe Oscure, e vengono spesso citati a proposito di chi rileverà da Lotito le quote della Lazio.
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