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Rudi.
pensierini sull'Inter, la Sinistra,
Bologna, musica, cinema, viaggi e letteratura |
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venerdì, 20 novembre 2009
Megalomania
Da un romanzo di Saul Bellow ricavo una storiella su De Gaulle che si adatta bene alla personalità di Berlusconi.
Sapendo di dover morire presto, Berlusconi deve ancora decidere dover farsi seppellire. Gli propongono l’Altare della Patria, lui replica che non gli va di stare accanto a un ignoto.
Gli propongono i più bei cimiteri monumentali, le più belle chiese, le tombe accanto a Garibaldi o Lorenzo in Magnifico, ma nessuno gli sembra alla sua altezza (nel caso di De Gialle, generale, la battuta è più diretta perché Napoleone gli pareva solo un caporale).
Finalmente, un consigliere suggerisce il Santo Sepolcro.
Berlusconi si scuote, gli pare una proposta da prendere in considerazione, ma presto scopre che gli israeliani sono disponibili per centomila euro.
“Per tre giorni? Troppo caro!” – è la sua replica.
giovedì, 19 novembre 2009
Il calcio è amorale, nessuno ha titoli per parlare di fair play
Persino Cannavaro - dico, Cannavaro - adesso si scaglia contro Henry, e straparla di fair play.
Ricordate Grosso andare in tv a dire che non era rigore, quello fischiato a favore dell'Italia al 95esimo minuto degli ultimi Mondiali, contro l’Australia?
E ricordate una contrita confessione di Iuliano, quel pomeriggio d'aprile del 1998?

Persino i più grandi calciatori - anche dell'Inter, vorrei fosse chiaro - hanno sgraffignato un rigore, finto di aver subito un fallaccio, segnato con la mano, ingannato l'arbitro con il fuorigioco.
Ingannare l'arbitro fa parte delle regole del gioco: a chi non piace, consiglierei il rugby, dove peraltro abbiamo visto la sudditanza psicologica in azione, negli ultimi minuti di Italia-All Blacks.
Se l'unica vittima di quest'ultima vicenda fosse Thierry Henry, saremmo di fronte a un capolavoro di ipocrisia.
Volete uno sport dove certe enormità non accadono: e allora ha ragione Biscardi, ci vuole la moviola in campo.
Tempo 5 anni, e il calcio perderebbe metà dei tifosi.
giovedì, 19 novembre 2009
L’Europa sta stretta a D’Alema (come volevasi dimostrare)
Il 4 novembre ho scritto un post in cui non riuscivo a capacitarmi che qualcuno ritenesse possibile l’elezione di Massimo D’Alema al vertice della politica estera europea. "Un solo argomento spinge a favore … venisse nominato, se ne andrebbe dall’Italia… Molti altri argomenti – all’apparenza, un po’ più solidi – mi pare rendano la sua candidatura pressoché impraticabile":
http://rudi.splinder.com/post/21629323
Per due settimane abbondanti, la “grande stampa” ha presentato l’ipotesi D’Alema come possibile, probabile, molto probabile. Un paio di giorni fa, D’Alema sembrava il favoritissimo.
Non sto a ricapitolare gli argomenti, inconsistenti quanto rocamboleschi.
Mi chiedo, piuttosto, come vengano selezionati i giornalisti che si occupano di politica europea.
giovedì, 19 novembre 2009
Strappalacrime (1)
"E' la cosa più vicina al cielo che abbiamo a New York", disse lei.
Eccovi un quiz e una richiesta.
Il quiz sta nell’indovinare di che film parlo.
La richiesta è: indicatemi i 3 melò hollywoodiani che - magari proprio per un eccesso di sentimentalismo - vi hanno più emozionato.
Dunque, un uomo affascinante da anni vive alle spalle delle sue varie fidanzate; sta tornando a New York, dove a breve sposerà una famosa attrice.
In crociera, incontra una donna, pure lei fidanzata, e fra i due scoppia l’amore.
All’arrivo, i due decidono di separarsi, per mettere alla prova il loro sentimento e sistemare decentemente le relazioni passate. Si danno appuntamento sei mesi dopo sulla terrazza dell’Empire State Building.
Il giorno dell’appuntamento, mentre lui è sulla terrazza che aspetta, lei rimane coinvolta in un incidente. Lui non può saperlo, e pensa che lei abbia cambiato idea...
Non erano ancora stati inventati i cellulari, il film uscì nel 1957, ebbe 3 Nominations, nessun Oscar.

mercoledì, 18 novembre 2009
I giornali grattano il fondo del barile
Per Italia Oggi, Claudio Plazzotta ha ricapitolato la situazione delle vendite dei grandi quotidiani nazionali (dati del mese di ottobre).
Il Corriere della Sera cala del 10,8%, scendendo a 530.848 copie medie al giorno.
A Repubblica, il calo è del 3,6%, nonostante una crescita in edicola del 4,1%.
In grande crescita Il Giornale affidato a Feltri: si attesta a quota 210.855, con un +15,1% sullo stesso mese del 2008. La testata sta rubando lettori al Corriere e a Libero: il giornale diretto da Maurizio Belpietro, in ottobre, è sceso a quota 119.836 (meno 5,3%).
Il crollo più vistoso lo subisce Il Sole 24 Ore (meno 17,7%).
In leggero calo tutti i quotidiani sportivi.
Non sono nemmeno citati i fogli di sinistra (Unità, Manifesto, Gli Altri, Liberazione), che non arrivano a 100.000 copie tutti insieme.
Bene, invece, Avvenire, che sale del 3% nonostante le dimissioni dello storico direttore Boffo.
L’aspetto più interessante dell’articolo di Plazzotta ha a che fare con l’impossibilità di effettuare confronti corretti.
Gli editori, infatti, stanno rinegoziando i contratti con le compagnie aeree (che riducono le copie acquistate) e con le catene alberghiere. Qualche risparmio viene cercato pure nelle copie inviate all’estero, dove spedizione e distribuzione fanno lievitare i costi a 5 euro per copia, contro i 2-3 euro del prezzo di vendita. Tagli significativi vengono fatti anche rispetto alle copie distribuite gratuitamente nelle scuole. “Insomma, il giochino diabolico di gonfiare le diffusioni, giustificato dagli investimenti pubblicitari che arrivavano a pioggia, ora non funziona più”.
Nessun accenno alla raccolta pubblicitaria, ma non sarei sorpreso se un po' di inserzionisti avessero assecondato la richiesta di Berlusconi (non dare pubblicità ai giornali "disfattisti").
mercoledì, 18 novembre 2009
Più di trent’anni fa, per l’ultima volta, la sinistra italiana ha saputo proiettare un’idea rivoluzionaria, realistica e avveniristica, intelligente e piena di potenzialità, capace di mettere in discussione punti essenziali su cui si fondano il capitalismo e la civiltà occidentale. A farlo è stato Enrico Berlinguer, con alcuni discorsi e scritti nei primi mesi del 1977.

Nel pieno di una delle più disastrose esperienze “tattiche” nella storia del Pci - l’astensione parlamentare che teneva in vita un governo Andreotti - Berlinguer cercò di delineare un progetto politico nazionale e globale, che alludeva a una globalizzazione di segno opposto, rispetto a quella voluta e praticata dal liberismo dominante. In poche parole, Berlinguer avanzò una proposta che intendeva agire sulle ingiustizie più insopportabili, e scardinava alcuni elementi tradizionali della cultura comunista – quelli maschilisti e produttivisti – e indicava un nuovo stile di vita e un nuovo modo di misurare la ricchezza effettiva. Cosa produrre, per quali fini, come farlo...
Quel pensiero politico naufragò e venne rimosso, per tanti motivi.
Per la contraddizione con i concreti comportamenti del Partito, in quei mesi.
Per l’esplosione di un movimento giovanile che oggi definiremmo edonista, oltre che libertario, che – non senza ragioni - identificò nel Pci il bersaglio polemico, ma che si dimostrò incapace di costruire qualcosa di durevole.
Perché era più facile, più comodo, meno rischioso rifugiarsi nella generica litania del "riformismo", e il Pci smise presto di credere nell'alternativa.
E' fallito, quel progetto politico-culturale, anche per un dettaglio linguistico: il fatto che Berlinguer usasse la parola “austerità” per sintetizzare quella rivoluzione culturale.
Austerità è una parola triste, appesantita dalla concreta esperienza dell'austerity che era seguita alla prima grande crisi petrolifera, quella del 1974: quella che portò alle domeniche in bicicletta e a forme di risparmio energetico vissute dai più come drastica limitazione della libertà.
In realtà, il pensiero di Berlinguer era – e continua a essere – straordinariamente liberatorio. Persino profetico.
A chi si sente di sinistra, chiedo è uno sforzo: dedicate 15 minuti alla lettura del testo che segue, su cui sono intervenuto sostituendo alla parola “austerità” la parola “decrescita”.
Per ridare senso alla sinistra del 2009, non si può che ripartire dal 1977.
Vi anticipo solo il pensiero conclusivo.
“Quando poniamo l’obiettivo di una programmazione dello sviluppo che abbia come fine la elevazione dell’uomo nella sua essenza umana e sociale, non come mero individuo contrapposto ai suoi simili; quando poniamo l’obiettivo del superamento di modelli di consumo e di comportamento ispirati a un esasperato individualismo; quando poniamo l’obiettivo di andare oltre l’appagamento di esigenze materiali artificiosamente indotte, e anche oltre il soddisfacimento, negli attuali modi irrazionali, costosi, alienanti e, per giunta, socialmente discriminatori, di bisogni pur essenziali; quando poniamo l’obiettivo della piena uguaglianza e dell’effettiva liberazione della donna, che è oggi uno dei più grandi temi della vita nazionale, e non solo di essa; quando poniamo l’obiettivo di una partecipazione dei lavoratori e dei cittadini al controllo delle aziende, dell’economia, dello Stato; quando poniamo l’obiettivo di una solidarietà e di una cooperazione internazionale, che porti a una ridistribuzione della ricchezza su scala mondiale; quando poniamo obiettivi di tal genere, che cos ‘altro facciamo se non proporre forme di vita e rapporti fra gli uomini e fra gli Stati più solidali, più sociali, più umani, e dunque tali che escono dal quadro e dalla logica del capitalismo?”
Enrico Berlinguer, Decrescita: occasione per cambiare l'Italia (dalle Conclusioni al convegno degli intellettuali, Roma, teatro Eliseo, 15-1-1977)
martedì, 17 novembre 2009
Dolenti note, 94 - Ubriacato, come tutti, dalle celebrazioni per il Ventennale della caduta del Muro di Berlino, sono andato a rileggermi l’albo d’oro con i nomi delle squadre che da allora hanno conquistato lo scudetto. Milan 6, Juve 5 (Blanc mi perdonerà, ma sono solo 5), Inter 4, e poi Napoli, Sampdoria, Lazio e Roma. In pratica, 15 volte su 19 hanno vinto i soliti noti. La Seconda Repubblica del pallone assomiglia molto alla Prima, anzi si è allargato il fossato fra chi gioca sempre per vincere e chi sa fin dall’inizio di non poterlo fare. Dopo una breve scossa di assestamento (Napoli e Samp, appunto), pare proprio che le macerie del Muro abbiano seppellito chi più aveva bisogno di una rivoluzione.
martedì, 17 novembre 2009
La triste sorte dell’austerità piemontese
La storia che segue potete leggerla – raccontata splendidamente, con la consueta sbeffeggiante ironia – sul blog di “Settore”: (http://settore.myblog.it/archive/2009/11/09/belen.html). Mi limito a sintetizzarla, solo per segnalare il fatto che anche il Piemonte – non solo la Calabria, la Sicilia, la Puglia e la Campania – è ormai irrecuperabile. Se un Comune piemontese stanzia 9.200 euro per disporre di 90 minuti di Belèn Rodriguez, vuol dire che l’impazzimento è incurabile. Ecco com’è andata.
Sabato 14 , Fabrizio Corona viaggia a 200 km/h sulla sua Lamborghini Gallardo, in un tratto di strada che ha il limite degli 80. Per sua sfortuna, si trova in Svizzera: i gendarmi lo fermano e lui paga una multa salatissima per evitare la galera e rientrare in patria.
Il giorno dopo – domenica 15 - Corona accompagna Belèn alla Fiera del Tartufo di Montechiaro d'Asti.
Per motivi insondabili, il Comune di Montechiaro d’Asti ha stipulato un contratto con la Rodriguez, chiamata a presenziare alla premiazione del miglior tartufo del Piemonte. Impegno richiesto: 90 minuti. Per l’esattezza, dalle 11.00 alle 12.30.
Il volto di Belèn viene stampato su centinaia di manifesti, che affliggono tutto il Piemonte.
Al volante della sua Lamborghini Gallardo, Corona parte verso il Piemonte a velocità imprecisata, e viene di nuovo fermato da una pattuglia (stavolta di Carabinieri).
Non ha la patente. Non ha nemmeno il Foglio Rosa, anzi esibisce la fotocopia del Foglio Rosa.
Conclusione: perdono un altro po’ di tempo, probabilmente erano già in ritardo alla partenza, fatto sta che la magnifica coppia arriva a Montechiaro d'Asti che è l'una passata.
Sindaco e organizzatori sono decisamente arrabbiati.
Fabrizio e Belèn, invece, trovano che sia il caso di andare a pranzo. Con comodo, dopo il digestivo, si recano al tartufodromo...
Riferiscono le agenzie – scrive “Settore” – che il Comune non pagherà il cachet.
Loro non hanno pagato il ristorante.

Ultim'ora: scaduto il permesso di soggiorno
Nuovo episodio dell'accanimento giudiziario nei confronti di Belèn Rodriguez.
Insieme a Corona, la signorina si stava recando in Svizzera, per partecipare a una serata come ospite d’onore presso il Vanilla di Riazzino, vicino a Bellinzona.
Alla dogana di Como-Brogeda non l’hanno fatta passare: gli inesorabili finanzieri, avendo verificato che il suo permesso di soggiorno non è in regola, le hanno impedito di attraversare il confine.
Così, un altro ingaggio è saltato.
Alle 3.30 di notte, al Vanilla di Riazzino è arrivato solo Fabrizio Corona, che ha cercato di spiegare la situazione...
martedì, 17 novembre 2009
Ahi Ahi, Jean-Claude (ancora)
Trovo stucchevole, nonché patologica, l'insistenza di Jean-Claude Blanc nell’annunciare ai tifosi la prossimità della Terza Stella.
“Sul fatto che abbiamo 29 scudetti ho detto la verità, ciò che sento nel mio cuore. Rispettiamo la sentenza dell’istituzione sportiva ma non vuol dire che la condividiamo. Mi metto dalla parte dei giocatori: se chiedete loro quanti scudetti hanno vinto rispondono 29. Quindi il prossimo sarà il trentesimo. E nel caso di vittoria in questo campionato metteremo la terza stella sulla maglia”.
Se Abete – presidente della Federcalcio, non di una bocciofila qualsiasi - avesse un po’ di spina dorsale, dovrebbe convocare una conferenza-stampa e dire che se la Juve oserà fare quanto annunciato da Blanc verrà severamente punita (ma Abete spera solo di essere altrove, quando il problema si porrà).
E poi, cosa vuol dire “rispettare” una sentenza ma non “condividerla”.
Conoscete qualche colpevole che condivida una sentenza di colpevolezza?
Anche chi trova una multa per divieto di sosta, si protesta innocente, ma deve rispettare il fogliettino giallo (e pagare).
Blanc si è prontamente adeguato al clima italiano. Alle regole transitorie e opinabili. Ai condoni periodici. Agli Scudi Fiscali per sbanchettare un po’ di capitali appoggiati all’estero. Alle sentenze delle “toghe rosse”…
Mi aspetto che la prossima volta, facendosi prendere dall'entusiasmo, Blanc ci annunci che la Terza Stella sarà indossata la domenica dopo: in fin dei conti, di campionati la Juve ne ha già vinti 30 (Serie B compresa).
A proposito, il 13 novembre avevo dimenticato di festeggiare un compleanno: giusto un anno fa, il 13 novembre 2008, un arbitro osò fischiare un rigore contro la Juventus.
Non ricordo chi fosse quell’Arbitro Coraggioso, ricordo che segnò Milito e la partita finì 4-1 per la Juve (mi pare che il rigore fu fischiato sul 3-0: non proprio decisivo, oserei dire).
Da allora sono passate 38 partite. La Juve non fa che inseguire record.
martedì, 17 novembre 2009
Non c'è dubbio: la Sinistra si è suicidata, ha fatto l’impossibile per riuscirci, però ha sette vite come i gatti, e i tanti “dotti medici e sapienti” che si accapigliano al suo capezzale non fanno altro che consumarle una dopo l'altra, queste vite.
Sinistra Arcobaleno è stata una truffa: l'hanno raccontata come l'incubatore di un nuovo soggetto politico, si è rivelata un cartello elettorale (e qualcuno ha lavorato dall'interno affinché fallisse).
Dopo qualche mese di coma, i dirigenti superstiti si sono inventati Sinistra e Libertà: seconda truffa; l'hanno raccontata come l'incubatore di un nuovo soggetto politico, si è rivelata un cartello elettorale (e qualcuno ha lavorato dall'interno affinché fallisse).
Ora, dopo i congressi dei Verdi e i pronunciamenti dei Socialisti, chiunque sia dotato di un minimo di senno avrebbe dovuto tirare una riga e dire: si ricomincia in un altro modo, con più democrazia e senza secondi fini (personalistici, elettoralistici, opportunistici).
Invece, da settimane, prevale la furbizia di piccolo cabotaggio, manovre e manovrette confondono la sorte personale di qualche dirigente con il progetto di un “partito nuovo”. Qualcuno ancora si illude che quel nome e quel simbolo siano una possibile base di partenza, magari con minimi correttivi... A forza di chiudere gli occhi sulla realtà, si finisce nelle situazioni grottesche su cui si è soffermato Alessandro Robecchi, su il manifesto del 15 novembre:
Sinistra in libertà, manca il manuale d'istruzioni
La recente scissione di Sinistra & Libertà ha provocato smarrimento. Proprio così: smarrimento del libretto delle istruzioni. E ora chi lo sa come diavolo si installano tutte queste componenti? Leggo con angoscia che la componente socialista (Psi) è l'unica a detenere la password del sito del partito. Mi chiedo quale componente ha la chiave del box, e dove i fuoriusciti del Pdci metteranno il motorino, e se i Mussiani finalmente usciranno dal bagno dove stanno ormai da due ore. Mi sfugge al momento la posizione dei Faviani di Sinistra Democratica, ho provato a collegarli agli ex Pdci ed è saltata la luce, meno male che c'è il salvavita. Quanto agli ex di Rifondazione, la dialettica interna li spinge all'alleanza con il Sole che Ride con l'intento programmatico di avere lo sconto per comitive al cinema (bastano sei dirigenti). Non è chiaro però se le trattative siano in mano ai Vendoliani di sinistra o ai Vendoliani di centro, il che accresce le tentazioni post-vendoliane di un ritorno alla natura e al ballare nudi nelle notti di luna piena.
Il clima è rovente e le accuse si accavallano. Due nenciniani sono stati attaccati dai cinghiali in Toscana. Nel Lazio l'ex senatore Falomi ha smentito l'esistenza di Falomiani, «a meno che mia moglie non mi abbia tenuto all'oscuro». Vedo all'orizzonte anche qualche problema di carta intestata: si pensa a un nuovo nome per il partito: SinistraEcologiaeLibertà.it, oppure SinistraEcologiaLibertàRestiamoUniti.it, oppure ancora SinistraEcologiaLibertàePassaLaCanna.it. Quel che conta, si dice, è incidere sulla società. Incidere profondamente e lasciare un segno, almeno nella prossima edizione del Guinness dei Primati.
Prego gli affezionati lettori di non insultarmi accusandomi di appartenere a Rifondazione, o al Pdci, o al Pd, ai Riformisti Uraniani della Terza Luna, o a Scientology, o ai Sansonettiani Rinati del Settimo Giorno. Piuttosto, se trovate il manuale di istruzioni, mandatemelo!
Da certe sconfitte, con molta fatica, ci si può risollevare. Dal ridicolo, no.
sabato, 14 novembre 2009
Marlon Way of Life (per pochi, purtroppo)
“Longitudine? Elevazione? Acqua potabile? Come pensi di portare la corrente elettrica?”. Pare siano queste le parole che Marlon Brando rivolse a Johnny Depp quando il giovane amico gli comunicò di aver seguito il suo consiglio: “Comprati un’isola”.
Depp pagò circa tre milioni di dollari per replicare la scelta di Brando, che quasi quarant’anni prima si era comprato un’isola nel Pacifico. L’aveva vista nel ’61, all’epoca de L’ammutinamento del Bounty; nel 1966, ottenne dalle autorità di Tahiti la concessione per 99 anni dell'atollo di Tetiaroa, a 48 chilometri da Papeete.
La sua isola, invece, Depp se l’è comprata nell’Atlantico, al largo delle Bahamas, e ha speso un altro mezzo milione di dollari per installare pannelli fotovoltaici che consentono la totale autosufficienza energetica.
L’isola è stata chiamata “Gonzo”, che è poi il soprannome di Hunter S. Thompson, il suo scrittore preferito, quello di “Paura e delirio a Las Vegas” (è il personaggio che, con la sua vita movimentata, ha ispirato il Duke del Doonesbury di Trudeau).
“Sono stato fortunato ad aver potuto comprare un pezzo di paradiso, adesso il mio compito è rispettarlo il più possibile. I soldi non fanno la felicità, ma di sicuro sono serviti per comprare la barca che usiamo per arrivare al nostro paradiso terrestre”.

Nonostante io non sia un grande appassionato di sabbia, sole e mare, vedendo la patetica fine del fantomatico progetto di Sinistra e Libertà (per come oggi lo racconta il manifesto), mi viene da concludere che avrei dovuto diventare ricco, e a questo punto avrei potuto dare sbocco alla mia insoddisfazione come hanno fatto Brando e Depp.
Andando via da questo Paese.
Lontano lontano.
Invece mi tocca stare qui, con questa impresentabile Sinistra, senza la vista rasserenante della barriera corallina.
venerdì, 13 novembre 2009
Dal muretto della Bolognina
Occhetto, Zani, Vitali, Sabattini… e poi giù giù una pletora di dirigenti veri o presunti vengono in questi giorni riesumati dalla “grande stampa” – cioè le pagine locali di Carlino, Repubblica e Corriere - per parlare del Muro di Berlino, anzi della Svolta della Bolognina, in coincidenza con il Ventennale.
Praticamente tutti erano e si dichiarano “pasdaran” della Svolta e ne rivendicano la "necessità".
Praticamente tutti dicono che il Pd non sarebbe mai nato senza il gesto solitario e dannunziano di Occhetto.
Praticamente tutti, oggi, sono fuori dal Pd o ne parlano malissimo. Come il Barone di Frankenstein, che però diede qualche segno di pentimento.
venerdì, 13 novembre 2009
Fuorigioco, 86 - Le Olimpiadi attraverso le lenti della geopolitica
Sul rapporto fra Olimpiadi e geopolitica, «il manifesto» ha ospitato la riflessione di uno dei sociologi più influenti dell’ultimo mezzo secolo, Immanuel Wallerstein; mi limito a riepilogarne alcuni passaggi.
Scrive Wallerstein che le Olimpiadi si sono imposte per la forza di due valori fondativi: promuovere la pace nel mondo attraverso una competizione non violenta, ed esaltare i risultati degli individui sul piano delle prestazioni agonistiche. Ancora oggi, gli atleti entrano nella competizione olimpica con questo spirito, “ma promuovere la pace sembra essere più o meno l’ultima preoccupazione dei governi, il cui sostegno alle strutture sportive nazionali è sempre stato cruciale per il successo degli atleti che rappresentano il loro paese”.
Con il passare degli anni, sono lievitati i costi sostenuti dagli Stati per l’organizzazione dei Giochi: “sia aggiudicarsi la scelta del sito (…), sia aggiudicarsi la vittoria nelle prove sportive è diventato un obiettivo sempre più importante per i governi”.
Se ciò appare evidente valutando il periodo della Guerra Fredda, anche la recente scelta di Rio de Janeiro va interpretata “attraverso le lenti della geopolitica”; lo dimostrano le presenze di Obama, Lula e Zapatero, davanti al Comitato Olimpico, a sostegno delle rispettive candidature. “I capi di governo si stanno trasformando in lobbisti”, sottolinea il sociologo americano, di cui è nota la confutazione critica del concetto di “Terzo Mondo”: a suo parere, il capitalismo ha dato vita a un “sistema-mondo” che ha fagocitato l’intero pianeta, con una divisione del lavoro e ruoli diversi riservati ai singoli Stati.
Più che alla momentanea sconfitta di Obama, Wallerstein appare interessato al senso più profondo dell’assegnazione dei Giochi 2016: dopo la Cina, un altro passaggio storico, a certificare l’uscita del Brasile dalla periferia del “sistema-mondo”.
giovedì, 12 novembre 2009
Sono sinceramente colpito dalla scelta di Pietro Folena, che più di quattro anni dopo l'uscita dai Ds decide di entrare nel Pd, sull'onda dell'elezione alla segreteria di Pierluigi Bersani.
Ho letto e riletto la sua lettera aperta, l'ho trovata piena di intenzioni intelligenti, che parlano al cuore e non solo alla razionalità delle persone di sinistra. E tuttavia non ho capito la conclusione, che non vorrei banalizzare in un "Mi fido di te, Pierluigi".
(…) C’è però un vasto mondo di sinistra diffusa, che sente il bisogno di fare qualcosa, ma che non ha voce, rappresentanza, strumenti. Per molti di loro il Pd com’è stato finora è apparso un partito privo di identità, incapace di criticare e di cambiare, chiuso, e incerto sulla prospettiva. E c’è un mondo ancora più vasto di invisibili e di senza voce, lontano dalla politica, che va conquistato offrendo luoghi in cui la propria condizione salariale, sociale, esistenziale viene rappresentata. Entro nel Pd perché scommetto sulla possibilità che, per una parte almeno di questo mondo, nel nuovo partito che nasce con te, ci sia spazio, anche in forme inedite…
Vi invito a leggere la lettera di Folena e, se volete, a commentarla.
http://www.pietrofolena.net/blog/?p=508
giovedì, 12 novembre 2009
Detto che non so dove sbattere la testa, e probabilmente alle prossime regionali mi limiterò a depositare una scheda bianca, forse ho capito perché il Pd – chiunque lo diriga - non fa per me.
Perché trovo insopportabile l’atteggiamento di chi un paio d’anni fa era entusiasta della presenza di Rutelli e dell’assenza di Folena, e oggi è entusiasta della presenza-ritorno di Folena e dell’assenza-partenza di Rutelli.
La loro doppia morale mi irrita, il loro sempiterno entusiasmo mi disgusta.
E adesso vi chiedo di dedicare sette minuti a Gaber, illustrato da Francesco Ghelli con una certa ironia (ringrazio Cap per la segnalazione):
giovedì, 12 novembre 2009
Up, Pixar-Disney, 9 - 44°
Appassionante, artistico, avventuroso, avvincente, cinefilo, coloratissimo, colto, comico, commovente, delicato, divertente, ecologico, edificante, epico, esilarante, esotico, intelligente, magico, miracoloso, poetico, politico, sentimentale, struggente, stupefacente, vertiginoso…
“Up” è il primo film della Pixar girato in 3-D, ed è uno sbalorditivo concentrato di emozioni, un'esperienza visiva meravigliosa, l’ennesima dimostrazione della genialità e della cultura cinematografica che è al lavoro nei laboratori Pixar, e in pochi anni ha partorito Ratatouille, Wall-E e questo terzo capolavoro.
È la storia di un anziano venditore di palloncini caduto in depressione dopo la morte dell’amatissima moglie. Per onorare un’antica promessa fatta alla moglie, decide di rifiutare l’ospizio e mettersi in volo con la sua casa verso una valle nascosta del sudamerica.
In una specie di prologo di pochi minuti, ci viene riassunta la vita della coppia, senza parole: ne deriva una delle scene d'amore più belle della storia del cinema.
mercoledì, 11 novembre 2009
L'Italia degli squadrismi, con o senza divisa
Uno – Ieri, prima dell’alba, una squadra di una quindicina di vigilantes a volto coperto, guidata dall'amministratore delegato di Eutelia Agile, fa irruzione sulla via Tiburtina nella sede romana del gruppo, presidiata dai lavoratori.
Usano piedi di porco per scardinare le porte degli uffici, svegliano i lavoratori puntandogli negli occhi le torce elettriche, si spacciano per poliziotti, chiedono i documenti, minacciano, intimano di uscire.
Per caso, l'episodio viene registrato da alcuni giornalisti del programma «Crash» di Rai Educational, che si trovavano nello stabilimento; sono loro a scoprire l'inganno e chiamare la polizia, che identifica i componenti della falsa squadra ed evita guai peggiori.
Da circa tre mesi, l'Eutelia Agile non paga gli stipendi ai circa duemila addetti, e continua a perdere commesse per la mancanza della documentazione necessaria: perciò i lavoratori, dal 28 ottobre, avevano deciso di occupare le sedi dell’azienda.
Due – Oggi, nella prima mattinata, un consistente gruppo di carabinieri, poliziotti e finanzieri è stato impegnato nello sgombero dell’area dell’ex Mercato di San Nicola Varco, a Eboli, Campania. In quel ghetto, da mesi, nel disinteresse delle istituzioni, avevano trovato rifugio circa 800 lavoratori extracomunitari.
«Avevano due sole colpe i lavoratori extracomunitari di San Nicola a Varco: uno avevano la pelle scura, due non avevano il diritto di voto. A seguito di questa "brillante" operazione che, alla fine avrà comportato venti o trenta espulsioni e che adesso circa 800 lavoratori girano senza dimora per la Piana del Sele»: così i consiglieri regionali della Sinistra, Gerardo Rosania e Tonino Scala, hanno commentato l'operazione di sgombero dell'insediamento di migranti.
Secondo quanto riferiscono, «la Regione, in questi mesi, con un grande battage pubblicitario aveva annunciato accordi con il Comune di Eboli. Aveva annunciato lo stanziamento di centinaia di migliaia di euro per risolvere il problema di San Nicola Varco, annunciando l’acquisto di prefabbricati per migliorare le condizioni di vita quotidiane di queste persone».
mercoledì, 11 novembre 2009
La macchia umana, Philip Roth, 2000 / 9 /
I protagonisti sono il professor Coleman Silk - vedovo settantunenne, già preside dell’università di Athena, costretto ad abbandonare l’insegnamento perché alcune sue parole sono state fraintese e scambiate per insulti razzisti verso un paio di studenti – e Faunia Farley – donna delle pulizie e amante del professore, a 34 anni, “qualunque fosse la sua infelicità, la teneva nascosta dietro uno di quegli inespressivi volti ossuti che, senza nulla celare, tradiscono un’immensa solitudine”.
Siamo nella campagna del New England, un centinaio di chilometri a nord di New York, nell’estate 1998: sullo sfondo, l’America puritana e politically correct dello scandalo Clinton-Lewinski (era “l’estate in cui il pene di un presidente invase la mente di tutti”). Coleman diventa amico del narratore, Nathan Zuckerman – l’alter ego di Roth in tanti romanzi. La singolare vicenda di Coleman mostra quanto l’America sia malata di “spirito di persecuzione”, come lo identificò Hawthorne, e cada ciclicamente “nell’estasi dell’ipocrisia”.
mercoledì, 11 novembre 2009
Kareem the Dream
Kareem Abdul-Jabbar, nato Lew Alcindor, è malato di leucemia: l'ha detto lui stesso, come fece il migliore dei suoi compagni di squadra, Earvin "Magic" Johnson, annunciando al mondo di aver contratto l'Aids.
Ecco cosa avevo scritto di Kareem ne "Il compagno Tommie Smith":
martedì, 10 novembre 2009
Dolenti note, 93 - Gli ultimi quattro minuti di Kiev rinnovano il dibattito sull’assurdità del calcio. E sulla fatuità della critica calcistica. L’Inter aveva giocato un’ora discreta, poi venti minuti strepitosi, senza cavare un ragno dal buco, beffata dal tiro sbilenco di una vecchia conoscenza. La critica era già pronta a titolare sul fallimento europeo, l’ennesimo, la mancanza di mentalità, l’inesistente plusvalore di Mourinho. Con l’ingresso in campo di Muntari, la follia ha tracimato, originando due gol frutto di combinazioni matte e disperate, proprio sul campo intestato al cartesiano Lobanovskij, e la critica è retrocessa alla banalità del miracolo. Tanto valeva dire che il pallone rimbalza e ruzzola.
martedì, 10 novembre 2009
Due scenari: il più desiderabile?
Sabato 5 dicembre la Juve a Torino, mercoledì 9 dicembre il Rubin Kazan a San Siro: fino ad allora eviterei i bilanci e andrei cauto con le spacconate.

A queste due partite cruciali, l’Inter arriverà con qualche vantaggio significativo.
La Juve sta a 5 punti, prima del big match ci sono la trasferta di Bologna (da vincere) e la Fiorentina in casa. È ragionevole raccogliere almeno 4 punti, dunque anche in caso di sconfitta a Torino, la Juve sarà al massimo a pari punti (i bianconeri affronteranno l’Udinese in casa, poi andranno a Cagliari).
Il Rubin dovrebbe vincere la partita casalinga del quinto turno del girone, mentre dubito che l’Inter porti a casa punti da Barcellona, ma una più che possibile vittoria casalinga la sera del 9 dicembre ci garantirebbe la qualificazione agli Ottavi.
Dunque, nell’anno in cui se n'è andato Ibra e sono arrivati 5 nuovi titolari, se la mattina del 10 dicembre l’Inter sarà prima in campionato (seppure a pari punti con la Juve) e promossa al turno successivo di Champions, si potrà parlare di bilancio molto positivo.
Ma è ovvio che si può sperare in qualcosa di più.
Scavallare la partita con la Juve mantenendo 3-4 punti di vantaggio, è nelle possibilità di questa squadra. Vincere il girone di Champions, pareggiando al Nou Camp e battendo il Kazan, avrebbe benefici psicologici non minori di quelli che regalerà il sorteggio.
A questo punto vi chiedo: potendo scegliere, quale dei due scenari vi appare più desiderabile?
Arrivare primi nel girone, scontando l’aggancio della Juve, oppure arrivare secondi nel girone mantenendo 3-4 punti di vantaggio in campionato?
La mia preferenza va verso l’Europa, pur nella consapevolezza di quanto gonfierebbero il petto quelli di Tuttosport…
Ma non ho ancora spiegato il senso di questo piccolo sondaggio. E il senso è: quanto turn over può giocarsi Mourinho?
Contro la Roma si è avuta l’ennesima conferma del costo psicofisico della Champions. È evidente che non si può andare a Barcellona a rimediare una figuraccia, dunque al Nou Camp giocheranno tutti i migliori. E, neanche a dirlo, tutti i migliori “devono” essere disponibili per battere il Kazan… Contro Bologna e Fiorentina, invece, e persino contro la Juve si potrebbe assistere a un certo rimescolamento (Chivu, Muntari, Vieira, Balotelli; ma anche Santon, Mancini, Cordoba, Khrin, Suazo).
Non ho difficoltà a concludere che almeno uno fra Stankovic e Sneijder, e almeno uno fra Eto’o e Milito va risparmiato contro la Juve.
Infine, un solo appunto sulla campagna di stampa che ci aspetta, a proposito dell’Inter picchiatrice aiutata dagli arbitri (Ranieri docet: avendo allenato la Juve, lui sì se ne intende).
La partita contro la Roma fa eccezione: molti falli e falletti, erano evidentemente frutto di stanchezza, e l’arbitro avrebbe anche potuto ammonire un paio di nerazzurri in più.
Ma la statistica complessiva è chiarissima: in 17 partite disputate, l’Inter ha avuto un’espulsione a favore e una contro, 37 cartellini gialli sventolati a nerazzurri e 30 agli avversari. La Juve moggiana era un'altra cosa.
lunedì, 09 novembre 2009
Affordable Health Care for America Act
Quando c’è di mezzo Obama, tutto diventa “storico”: vittorie e sconfitte, dichiarazioni e retromarce.
Anche il voto alla Camera dei Rappresentanti per la riforma sanitaria, al termine di una lunga, inusuale seduta notturna, ci è stato descritto così.
Eppure, a studiarlo meglio, qualcosa non torna: la votazione conclusiva ha visto 220 deputati favorevoli e 215 contrari, con l’imprevisto sì di un repubblicano e il no di 39 democratici, nonostante Obama si sia impegnato personalmente per tentare i convincere alcuni fra i più riluttanti.
Molti commentatori fanno notare che il sistema che esce dalla riforma resta sempre largamente basato sulle assicurazioni private.
La stampa filo-obamiana ha poi minimizzato che nel testo approvato alla Camera sono stati drasticamente ridotti gli stanziamenti pubblici a favore del diritto di aborto: la copertura pubblica per le interruzioni di gravidanza è stata limitata ai casi di violenza, incesto o quando la vita della madre è in pericolo.
Ora la riforma è attesa dal difficile passaggio in Senato, dove i democratici dispongono di 60 voti su 100, ma le lobbies hanno una presa ancora maggiore. I bookmakers prevedono che il Senato approverà un testo diverso da quello della Camera; a quel punto, la strada tornerà a essere in salita, alla vigilia di un passaggio elettorale cruciale (le elezioni di “mezzotermine”).
Il costo stimato dell’Affordable Health Care for America Act è di circa 1200 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni.
Dei 47 milioni di americani oggi senza alcuna copertura sanitaria, circa 36 milioni potranno ottenerla. La scommessa del presidente è che un’assicurazione sanitaria pubblica, competendo sul mercato con quelle private, aiuti a raggiungere l’obiettivo di far scendere le tariffe sanitarie e mediche, attualmente molto elevate. La nuova Legge obbliga le grandi aziende (sotto pena di multe) ad assicurare i propri dipendenti. Inoltre, le assicurazioni private non potranno negare le polizze in ragione dello stato di salute del cittadino.
Obama non è l'unico a spargere retorica. Dopo il voto alla Camera, il capogruppo dei repubblicani John Boehner ha dichiarato: “Questa riforma è la più grande minaccia alle libertà degli americani che ho visto nei miei 19 anni di lavoro a Washington”.
Ha scritto Massimo Gaggi sul Corriere: “Figli dei pionieri, influenzati dalla cultura protestante, gli americani restano convinti, in maggioranza, che ognuno è responsabile del proprio destino; che in nessun settore, nemmeno nella sanità, possono esserci «pasti gratis»”.
lunedì, 09 novembre 2009
Brutta Inter, meglio dirlo subito. La Roma – senza Totti e quasi senza de Rossi – ha largamente meritato il pareggio, giocando con più logica, più determinazione, più freschezza atletica, più spirito di sacrificio.
L’Inter ha commesso il doppio di falli e perso i 2/3 dei contrasti, a dimostrazione di una svagatezza e di una mollezza di gambe (e di cervello), che Mourinho aveva puntualmente previsto (peraltro, senza riuscire a risolvere il problema).
Mollezza e svagatezza solo in parte si spiegano con le tossine di Kiev; i giallorossi hanno giocato una partita altrettanto complicata, la sera dopo, eppure arrivavano sempre primi sul pallone, e sapevano che farne, del pallone.
Il problema, secondo me, sta nel centrocampo. Seccamente, i piedi di Brighi, Perrotta, De Rossi e Pizarro sono migliori di quelli di Muntari, Vieira, Stankovic e Motta. Aggiungiamoci un Ménez in serata di grazia – ma chi doveva marcarlo? Perché non sacrificare Zanetti sulla sua marcatura? – e uno Sneijder a scartamento ridotto, e il quadro è completo. Salvo i primi 10’ del secondo tempo, la Roma ha sempre tenuto il pallino del gioco, riuscendo a limitare i rischi e a concludere di più nello specchio della porta.
Quanto mi secca dare ragione a Ranieri… a centrocampo, l’Inter ha commesso un numero spaventoso di falli, frutto di una quantità spaventosa di errori individuali e di un correre a vuoto che ha presto prosciugato le energie di Stankovic e Motta (per entrambi ho temuto l’espulsione), mentre Vieira è ormai troppo compassato per affrontare atleti assai più reattivi.
La prima mezzora di Lucio è stata imbarazzante, certe incertezze di Julio Cesar, Maicon e Muntari, l’accidia di Balotelli… mi fermo qui, perché avevo scritto di temere il peggio e di “firmare” per il pareggio, e il pareggio è arrivato.
I commenti a caldo di Mourinho – a parte la giusta sottolineatura dei troppi fischi arbitrali e delle troppe entrate in campo della barella – mi sono parsi convincenti: sapeva che dopo Kiev sarebbe arrivato un rimpallo, non è riuscito a evitarlo nemmeno lanciando l’allarme.
Della gestione tattica di Mourinho, semmai, ho qualcosa da dire: che senso ha partire con un centrocampo tutto-muscoli, e poi sostituire, in un colpo, Muntari e Vieira con Sneijder e Balotelli?
Non era il caso di schierare Balotelli dal primo minuto, al posto di Muntari o Vieira, mettendolo nelle condizioni di giocare più palloni, anziché finire confinato in una zona del campo dove la sua scarsa intelligenza calcistica lo espone a figuracce?
Il Balotelli di ieri sera è francamente indifendibile, ma ormai sappiamo che la squadra non può reggere le tre punte più Sneijder se non nei disperati arrembaggi finali (sperabilmente rari).
Il suo meglio, Balotelli può darlo avendo la libertà di svariare come ha fatto ieri sera Ménez, e lo schieramento del secondo tempo costringe Eto’o a giocare a 40 metri dalla porta, dove diventa uno qualunque, consegnando agli avversari la superiorità numerica a centrocampo.
È un gioco che non vale la candela.
Continuo a insistere: a gennaio, serve un vice-Sneijder, o comunque un altro centrocampista dinamico. La stagione è lunghissima, la squadra non proprio giovanissima.
domenica, 08 novembre 2009
Spider-Man. Il Regno
di Kaare Andrews e Zeb Wells, RCS, 2007 – 6 -
Ecco un tipico «What If…?»: una di quelle storie slegate alla continuity marvelliana, una delle innumerevoli realtà alternative, se solo qualcosa fosse andato diversamente.
Il canadese Andrews propone un futuro oppressivo e distopico, in cui colloca un Peter Parker ormai vecchio e solo – come il Bruce Wayne del «Dark Knight» di Miller, ma sono evidenti anche le influenze del Moore di «V for Vendetta». Andrews cura testi, grafica, disegni, chine e colori; con la collaborazione alla sceneggiatura di Wells, svolge una non particolarmente originale riflessione su libertà e sicurezza, autorità e responsabilità individuale. Il dolore diventa il lievito della storia, a partire da questa domanda: “Cosa succede a un uomo che dimentica la più grande lezione della sua vita?”.
L’ossessione della sicurezza ha partorito il Regno, uno spietato stato di polizia: New York vive un capovolgimento autoritario: “Da grandi responsabilità deriva grande potere”, dice il sindaco Waters. Da un decennio sono scomparsi i criminali con superpoteri. I nuovi eroi sono come il sindaco, che ha ideato la “ragnatela”, una barriera protettiva al laser che isola New York dal resto del mondo e dovrà difendere la città dagli attacchi terroristici. Le strade sono sorvegliate da spietate forze di polizia, che massacrano ogni disobbediente, soprattutto giovani ribelli che rifiutano questa realtà. Il sindaco fonda il suo consenso sulla paura e sull’uso di mass-media (anchor-man dagli sguardi stereotipati: altro aspetto che richiama «Dark Knight»).
Barba e capelli bianchi, il vecchio Parker ha rinunciato ai poteri del Ragno, porta gli occhiali e faceva il cameriere (lo licenziano alla prima scena); Mary Jane è morta, lui la sogna spesso, il suo equilibrio psichico vacilla per il senso di colpa (è morta di cancro per avvelenamento radioattivo). Il ritorno in scena dell’eroe è sollecitato dall’irascibile J.J.Jameson, riuscito chissà come a rintracciarlo: è Jameson a consegnargli un sacchetto che contiene il vecchio costume. Come il ritorno del Batman di Miller, anche quello dell’Uomo Ragno è segnato da un fulmine che squarcia il cielo.
Nella trama, rientra un nugolo di vecchi nemici (Electro, Hydroman, Scorpione, Mysterio, Kraven, l’Uomo Sabbia – il cui sacrificio si rivelerà cruciale). C’è pure la discesa dal cielo – autentico deus ex machina – del Dottor Octopus, che salva il Ragno. E protagonista assoluto si rivela essere Venom, entità aliena capace di incunearsi ai vertici del sistema di potere; un Venom onnipresente, che sta a metà fra il mostro di Alien e il Kraken inventato da Jordi Bernet.
Il riscatto della città è affidato a un branco di adolescenti senza famiglia, che sfidano l’autorità indossando il passamontagna e suonando le campane.
domenica, 08 novembre 2009
Mi va bene anche un pareggio
Non so quante energie siano state spremute dalla battaglia di Kiev: temo molte. Anche la Roma ha sudato per rimontare il Fulham, ma sappiamo che per l’Inter la Champions è un frullato di emozioni dal difficile metabolismo.
Mi pare sia da quattro campionati che la Roma esce imbattuta da San Siro. Imbattuta e con molti rimpianti.
Ricordiamo tutti il gol di Zanetti a un paio di minuti dalla fine, nel febbraio 2008: un gol dal peso incommensurabile, di quelli che ti fanno pensare al destino, al termine di una partita dominata per 4/5 dai giallorossi, a cui capita spesso di esaltarsi a Milano.
Anche l’ultimo episodio, il faticosissimo 3-3 (in rimonta) grazie alla beata strafottenza di Balotelli, dimostra quanto possa rischiare l’Inter stasera.
Se la lasci giocare, la Roma è ancora la seconda o terza forza del campionato. Tutti i centrocampisti sono capaci di inserirsi in zona-gol, la quantità di “atipici” (seconde punte o trequartista che siano), rende il loro gioco imprevedibile. È ovvio che senza Totti valgono meno, e la difesa prende gol da tutti, ma è altrettanto vero che Vucinic si è appena sbloccato e Menèz è reduce da alcune partite molto buone (compresa quella contro il Milan, decisa dal furtarello di Rosetti).
In ballo è anche l’incredibile primato di Mourinho nelle partite casalinghe senza sconfitte; un primato che come tutti i primati, prima o poi, è destinato a finire... L’Inter viene da 5 vittorie consecutive, in cui ha costruito un vantaggio cospicuo. “Al termine della sesta giornata - noi avevamo perso a Genova - la classifica era la seguente: Sampdoria 15, Juventus 14, Inter 13. Quindi, se può fare ancora più impressione ai nostri amici e nemici, il vantaggio record si è concretizzato non in undici giornate, ma in cinque. Cinque giornate in cui noi, totalizzando 5 vittorie e 15 punti, ne abbiamo dati 8 alla Juve e 9 alla Samp. E tutto questo nonostante l'esplosione nucleare della Juventus. Sempre in queste benedette cinque giornate, ne abbiamo dati 4 anche ai galacticos di Milanello, così, en passant”. (dal blog di Settore: http://settore.myblog.it/archive/2009/11/02/ehi-laggiu.html)
Arrivare alla sosta con la sesta vittoria sarebbe meraviglioso, ma appena un mese fa eravamo dietro la Juve: non mi strapperei le vesti se stasera contassimo “solo” 5 punti di vantaggio.
domenica, 08 novembre 2009
Una morettina, per di più francese.
sabato, 07 novembre 2009
Nemico pubblico, di Michael Mann, 8 - 43°
Immagino che su Michael Mann assisteremo a revisionismi simili a quelli che hanno coinvolto Hawks, Siegel, Fuller, lo stesso Hitchcock. Fra un po' di anni, qualche corrente critica lo rivaluterà come "autore", sottolineandone le costanti poetiche, le qualità visive, la capacità di attraversare il genere poliziesco con un originale punto di vista. Del resto, anche il sommo Clint ha dovuto passare i sessant'anni per essere preso sul serio.
Di questo film abbagliano la fotografia (Dante Spinotti), le scenografie all’aria aperta, l’uso del cinema nel cinema (i cinegiornali, Clark Gable e William Powell), i lampi delle mitragliatrici, il fosforo lanciato in aria per illuminare la scena del delitto... Mann non fa che raccontare una storia già raccontata, eppure riesce a confezionare un'opera con l’andamento di un “classico”. Difetta semmai, nelle psicologie, appena accennate.
La contemporaneità storica mi ha fatto pensare al Changeling di Eastwood, ma questo è un film meno struggente, più gelido e matematico. Meno, molto meno consolatorio.
John Dillinger è uno degli uomini che hanno fatto l'America, per usare un'espressione cara a Scorsese e Bono (Gangs of New York). Per combattere Dillinger, la polizia americana ha dovuto inventarsi l'FBI, i crimini federali, la tortura legalizzata ("bisogna togliersi i guanti bianchi", sibila Edgard Hoover, un superbo Billy Crudup, al detective Purvis, un Christian Bale che non so più staccare dall'immagine di Bruce Wayne). Fra chi vuole morto Dillinger, c’è anche la criminalità organizzata, ormai capace di moltiplicare i soldi legalmente.
La Grande Depressione ha sconvolto le idee sulla morale: Dillinger si eleva al rango di eroe, una specie di selvaggio Robin Hood chiamato a raddrizzare torti ed ingiustizie, svuotando le banche che avevano truffato milioni di risparmiatori.
"Non so che viso avesse", nella realtà; so che il divismo segue regole ineffabili, e Johnny Depp è il fuorilegge più affascinante che si possa immaginare, dai tempi di McQueen, Newman e Redford, anzi ha qualcosa in più di Redford, Newman e McQueen, una spudoratezza vitalistica che rimanda a Paul Muni, James Cagney, il primo Bogart, su, su fino alla faccia da schiaffi di Gable.
Il suo brevissimo, irresistibile corteggiamento a Marion Cotillard – presto consapevole di quanto sarebbe stata breve l’estasi - comunica una sete di vita, un carico di promesse a cui è impossibile ribellarsi. Il pathos è una lettera d'addio (non venire a salvarmi), e alla fine sono lacrime, sulla porta che si chiude: "Bye Bye Blackbird".

sabato, 07 novembre 2009
Pd: emorragia di un ossimoro
Rutelli? E chi è Rutelli?
Il sindaco di Venezia? Chi, quello che si chiama Cacciari?
Se ne va anche Calearo? Meglio così, non mi è mai piaciuto...
Alla vigilia dell'insediamento di Bersani al vertice del Pd, la lenta, continua emorragia di dirigenti che si allontanano dal partito, pare non interessi a nessuno. Anzi, qualcuno la vede come un segno di chiarimento, come la fine di alcune fra le troppe contraddizioni che hanno finora impiombato le ali della creatura. Se ne andasse anche la Binetti, chissà che festa.
Strano atteggiamento. Piaccia o no - a me no - il Pd era nato con la propensione opposta, inclusiva al limite del grottesco, sintetizzata dal mitico "ma anche" di veltroniana memoria. Quello era il Pd, l’unico Pd possibile: il contenitore che viveva della giustapposizione fra Calearo e l'operaio Thyssen, fra Cacciari e Casson (l'avversario alla carica di sindaco), fra iperlaici e ipercattolici… Un progetto post-ideologico, all’americana, con l'inevitabile postulato della "vocazione maggioritaria".
Con il senno del poi, molti nel Pd hanno preferito abbandonare quell’impianto, e la scelta di Bersani ne è la rappresentazione plastica.
Ora, sul mercato politico c’è un prodotto inclassificabile, anzi invendibile: un partito con un profilo a cui non corrisponde un contenuto. Perché il Pd non ha senso se non contiene in sé poli dialettici, tesi e antitesi, destinati a trovare sintesi nel cosiddetto “interesse generale”. Per fare i socialdemocratici, bastavano i Ds (avessero saputo fare almeno quello).
La retromarcia “a sinistra” che pare caratterizzare il nuovo corso, contiene in sé il fallimento definitivo dell’ipotesi veltroniana (ripeto, l’unica strategia possibile per un partito post-ideologico).
Il fallimento sta nel fatto che non sarà il Pd, non potrà essere il Pd a indicare il leader dello schieramento avverso al centro-destra, quando Berlusconi – finalmente, temo non presto – si sarà fatto da parte. Il leader verrà, piuttosto, dal rinato “centro”, e il Pd interpreterà il classico ruolo del portatore d’acqua.
Bersani è troppo intelligente per non saperlo. Sono convinto abbia la chiara nozione del perché il partito ha deciso di affidarsi a lui, in questa fase agonizzante. Perché l’idea all’origine del Pd si è rivelata fallimentare, ma altre idee non ci sono. Bisogna riporre le ambizioni, serve qualcuno che tenga insieme il possibile, nel corso di una lunga, lunga nottata.
venerdì, 06 novembre 2009
Mi sono convinto di un paio di cose, dopo la serata di Kiev. Sulle potenzialità della squadra e sulle intuizioni di Mourinho.
Avevo già il sospetto che l'Inter migliore non possa essere una squadra equilibrata. L'Inter dei primi 60', in Ucraina, aveva giocato bene - gol sfigatissimo, Julio Cesar mai chiamato alla parata, un buon controllo del centrocampo, vari calci d'angolo, eccetera - eppure nessuno la rimpiange. Il fatto è che con un Cambiasso a mezzo servizio e uno Stankovic iperteso, la manovra fluiva lenta e la difesa della Dynamo faceva sempre in tempo a chiudersi. Quell'assetto, secondo me, avrebbe fatto miglior figura se fosse stata l'Inter a passare in vantaggio.
L'ingresso di Balotelli - al di là dei suoi meriti personali - è stata la prima scossa elettrica. L'arretramento di Zanetti al posto di uno spento Chivu mi è parso giustissimo. E le geometrie di Thiago Motta hanno lentamente avanzato il baricentro della squadra, anche grazie alla mossa scellerata di Gazzaev, che ha tolto il centravanti Milevskij, consentendo a Lucio e Samuel di poter scorrazzare in attacco. Ne sono derivati 20' incendiari, con 7-8 occasioni nitide, e ogni volta c'erano di mezzo Sneijder e Balotelli, gli unici in grado di costruire la famigerata "superiorità numerica". Infine, l'Inter ha tirato in porta ventuno volte, segnando nelle ultime due occasioni (ha ragione Chiellini: ci vuole una buona dose di fortuna; lo sa bene lui che ha vinto con un autogol contro i formidabili israeliani).
Le mosse di Mourinho - non è la prima volta che lo penso - hanno puntato innanzitutto a far saltare gli equilibri. Nel finale, l'Inter schierava un solo difensore puro (Lucio), due difensori adattati (Maicon e Zanetti), un nugolo di centrocampisti (Muntari, Sneijder, Motta, Stankovic) e tre attaccanti. Se la Dynamo avesse avuto la lucidità di saltare il centrocampo con qualche lancio lungo, temo avrebbe chiuso la partita.
Ora, una formazione come quella del secondo tempo di Kiev è semplicemente impensabile contro la Roma o contro il Barcellona. La squadra non è in grado di reggere per più di 20-25' le tre punte più Sneijder. Ma a questo punto della stagione, anche i più nostalgici di Mancini dovrebbero ammettere che Mourinho ha aggiunto imprevedibilità e spregiudicatezza a una squadra che troppo spesso si è affidata ai Chivu e ai Burdisso a centrocampo. La nuova, maggiore qualità dell'Inter deriva, innanzitutto, dall'ultima campagna acquisti. I più decisivi, a Kiev, sono stati Sneijder, Lucio e Milito. Tutto si può rimpiangere, non Ibrahimovic: strepitoso campione che si è caricato sulle spalle la squadra mille volte, ma l'ha anche resa monocorde e prevedibile. Squilibrata e caotica, la nuova squadra può deragliare facilmente, ma vale la semilfinale di Champions.
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